Rio 2016. La conclusione e il bilancio della Olimpiade italiana

Rio 2016. La conclusione e il bilancio della Olimpiade italiana

D’accordo, non tutte le ciambelle riescono col buco. Ma quando nessuna riesce col buco, ci si può anche restar male. E non sempre la colpa è tutta del pasticcere. Nell’ultima giornata dei Giochi di Rio, l’Italia giocava carichi pesanti: due soprattutto: la squadra della pallavolo e il lottatore Chamizo. E’ andata maluccio in entrambi i casi.

Andiamo con ordine. Nella lotta libera, categoria 65 chili (qualcosa di analogo ai superleggeri del pugilato), Frank Chamizo, di nascita cubana ma di cittadinanza italiano, aspirava alla medaglia d’oro, forte del titolo mondiale conquistato l’anno scorso. Invece ha perso in semifinale contro un azero, astuto tanto quanto bastava a capitalizzare le ingenue irruenze dell’azzurro e a fruire delle generose benevolenze arbitrali. Più uno sport è soggetto a valutazioni e interpretazioni di arbitri e giudici, meno facile è sottrarlo a influenze e calcoli. E’ una storia vecchissima. Solo gli sport del tiro riescono a sfuggire alla relatività del giudizio umano, perché un centro pieno o un piattello rotto non ammettono repliche. La scherma si è salvata dal gioco delle manipolazioni da quando hanno introdotto l’arma elettrica. E non sempre è sufficiente. Tuffi, ginnastica e pugilato sono gli sport più vulnerabili.

 Agli occhi dei giurati è affidata la valutazione della ginnastica ritmica, un piacevolissimo spettacolo coreografico che miscela destrezza e grazia, ma che sembrerebbe più logicamente destinata ai palcoscenici che non agli stadi sportivi. Nessuna polemica: se tutto è sport o tutto è teatro, la ginnastica ritmica è perfettamente legittimata a coesistere con la lotta greco-romana, il taekwondo, il badminton e il concorso equestre. E nella ginnastica ritmica l’Italia ha presentato un eccellente quintetto di ragazze che hanno svolto il loro compito, con cerchi, nastri e piroette, più gradevoli colonne sonore, come meglio non potevano. Erano quarte dopo la prima giornata. Ieri sono state ancora più brave, hanno ottenuto un eccellente punteggio, non sufficiente comunque, a giudizio dei giurati, per sopravanzare la Bulgaria. Così sono rimaste quarte e non hanno ripetuto il bronzo di Londra.

 Per niente opinabile la foratura di Marco Aurelio Fontana: solo la più classica delle disdette. Non capita a tutti di forare in una gara di mountain bike. Ma quelli a cui capita non hanno scampo. E vedendo le terrificanti difficoltà del percorso, ci si domanda come mai non forino tutti almeno una volta, o semplicemente come facciano a non ruzzolare per terra. Fontana è partito come una scheggia, ha fatto tutto il primo giro al comando. Gli teneva testa solo lo svizzero Schurter, che infatti alla fine ha vinto. L’azzurro ha improvvisamente cominciato a perdere terreno all’inizio del secondo giro. Vistosamente. Pedalava con una gomma a terra. Prima di poter riparare è stato superato da decine di concorrenti. Corsa finita.

 La ciambella della maratona è quella riuscita peggio. Qui non ci si aspettava la vittoria, ma il famoso onorevole e onorabile piazzamento: un posto nei primi dieci in una corsa partecipata da decine di fortissimi etiopi, kenioti, ugandesi eccetera sarebbe stato il risultato desiderato. Ma il nostro uomo di punta, il campione europeo Meucci, si è fermato dopo una decina di chilometri. Problemi muscolari? Dolori a un piede? Bah. Fuori Meucci sono restati il vecchio Ruggero Pertile e Stefano La Rosa. Che non sono mai entrati in corsa. Ha vinto, sorridendo, il keniano Kipchoge (e ottimo terzo Galen Rupp, americano wasp). Pertile è arrivato trentottesimo. Non so di quanti decenni bisogna risalire per trovare in una maratona internazionale un risultato così negativo per gli italiani. Commentava amaramente Pertile all’arrivo: “Stanco? Be’, non sono tanto i 42 chilometri, quanto i 42 anni”.

Infine la pallavolo, il clou della giornata. Che la finale col Brasile non fosse facile, lo si sapeva. Ma dopo la splendida semifinale con gli USA e la esplosiva prestazione di Zaytsev, era ragionevole ritenere la vittoria possibile. Un match equilibratissimo – con un Brasile più forte di quello battuto nelle eliminatorie e una Italia un po’ depotenziata dal ritorno di Zaytsev alla normalità – ha avuto qualche passaggio cruciale, come un 18-15 a nostro favore nel terzo set convertito in un 17-16, che ha sbilanciato i giochi. Nella pallavolo è in uso da pochissimi anni una implacabile telecamera aerea (affettuosamente chiamata “occhio di falco”) che consente di controllare l’azione e determinare in modo incontrovertibile come risolvere una contestazione. Be’, proprio incontrovertibile non si può dire. A volte il criterio umano riesce anche a interpretare in modo arbitrario l’occhio di falco. Non parliamo di furti, per carità. Diciamo soltanto che tutti e tre i set si sono risolti allo sprint (25-22, 28-26 e 26-4) e in tutti e tre i casi, in condizioni e con soggettività arbitrali differenti, il risultato poteva cambiare. Ma di che ci lamentiamo? Un argento e un bronzo nell’ultima giornata sono comunque un risultato apprezzabile. Forse persino due ciambelle col buco (col buchetto).

Con otto medaglie d’oro, dodici d’argento e otto di bronzo, l’Italia torna da Rio addirittura superpremiata rispetto alla debolezza strutturale del nostro sistema sport, scarsamente professionalizzato a parte il calcio. Con 28 medaglie in totale, l’Italia figura al nono posto nel medagliere. Meglio di nazioni come Australia e Olanda, Spagna e Nuova Zelanda, Brasile e Argentina, Svezia e Polonia. C’è un luogo comune secondo cui il paese straccione si salva sempre alla fine grazie ad alcune estemporanee individualità. In molti casi è bolsa retorica nazionalistica. In qualche caso è vero. E c’è sempre qualche disciplina che da sola ci mette la pezza. Qualche volta è stata la scherma, altre volte il ciclismo. A Rio sono stati i tiratori e le tiratrici (quattro ori, tre argenti!) a tenerci a galla.

A Tokyo da dove verrà la salvezza? L’Olimpiade si è chiusa assegnando agli Stati Uniti l’ultima vittoria, forse la più ovvia, quella della pallacanestro (strapazzata la Serbia). Anche prima di questa partita il bilancio degli Stati Uniti era straordinariamente positivo: 45 medaglie d’oro, 37 d’argento e 38 di bronzo. Per un totale di 120: 16 più che a Londra, 10 più che a Pechino. Cala la Cina, la Gran Bretagna eguaglia sostanzialmente il bilancio di Londra, pur giocando “fuori casa”. E la Francia ci sovrasta ancora una volta nel derby latino.

Arrivederci a Tokyo.

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