L’Aia. Il Tribunale Penale internazionale processa Mahdi, estremista islamico, accusato di crimini contro il patrimonio culturale a Timbuctu

L’Aia. Il Tribunale Penale internazionale processa Mahdi, estremista islamico, accusato di crimini contro il patrimonio culturale a Timbuctu

Ahmad al-Mahdi è il primo terrorista islamista ad essere processato presso il Tribunale penale internazionale dell’Aia per crimini di guerra contro il patrimonio culturale dell’umanità. L’uomo ha ammesso di aver distrutto direttamente nove mausolei e la porta di una moschea nel 2012 a Timbuctu, allora controllata dai ribelli e dai membri di al-Qaeda nel Maghreb islamico. All’inizio del processo, al-Mahdi ha espresso le “scuse profonde” alla gente di Timbuctu, per la quale i monumenti avevano un enorme valore culturale e religioso. “Chiedo perdono e vorrei essere considerato come un figlio che ha perso la strada”, ha detto alla Corte al-Mahdi, in un incredibile crescendo di provocazioni pseudoreligiose. “Coloro che mi perdoneranno saranno ricompensati dall’onnipotente. Vorrei fare loro una promessa solenne, che questo è stato il primo ed ultimo atto sbagliato che ho commesso”. E prima di dichiararsi colpevole, ha aggiunto: “dobbiamo parlare della giustizia anche verso noi stessi. Dobbiamo essere veritieri, anche se ciò dovesse bruciarci le mani. Le accuse portate contro di me sono accurate e corrette. Mi dispiace davvero e mi scuso per tutti i danni che i miei atti hanno procurato”.

Timbuctu, nel Mali, a 20 km dal fiume Niger, era una città di straordinario valore culturale, della stessa importanza che aveva assunto Firenze nel corso del Rinascimento. Nel 2012 venne conquistata dai ribelli sostenuti da al-Qaeda, equipaggiati con armi libiche. Imposero la Sharia, misero al bando la musica e sottoposero alla pena delle frustate tutti coloro che non vollero aderire al loro codice. Mahdi venne reclutato per guidare lo squadrone di fanatici incaricati di distruggere le strutture che somigliavano ad abitazioni di fango, e che invece erano le tombe che furono “la materializzazione della storia del Mali catturata in forma tangibile dal passato”, ha detto il procuratore capo, Fatou Bensouda. Mahdi, 40 anni, ex funzionario statale della provincia di Timbuctu, aveva diretto la distruzione delle tombe con 333 corpi venerati dalla città. In alcuni casi, egli stesso ha adoperato il piccone.

Il procuratore capo Bensouda ha detto: “era pienamente consapevole dell’importanza dei mausolei ed ha manifestato determinazione e attenzione nella supervisione delle operazioni”. I video mostrati alla Corte dell’Aia hanno svelato gli uomini che hanno letteralmente buttato giù le tombe, riducendole a mucchi di polvere. Un altro monumento che Mahdi ha ammesso di aver divelto era la porta di una moschea che non era stata aperta da centinaia di anni e che la gente riteneva dovesse restare chiusa fino alla fine del mondo. Col kalashnikov sulle spalle, il turbante bianco e la tunica lunga, Mahdi e i suoi commilitoni estremisti fanatici hanno distrutto la porta di legno, ritraendosi in un video. In esso, nel 2012, Mahdi aveva detto: “siamo incaricati di combattere le superstizioni, per questo abbiamo deciso di abbattere questa porta”. Nel corso del processo, tuttavia, Mahdi ha voluto giustificare dinanzi alla Corte i suoi atti come “onda malvagia” degli estremisti di al-Qaeda e di Ansar Dine: “spero che gli anni che trascorrerò in prigione”, ha affermato Mahdi, “mi consentiranno di espellere gli spiriti malvagi che mi hanno sopraffatto”. Ancora la follia del fanatismo religioso compare nelle sue parole alla Corte dell’Aia.

“Il nostro patrimonio culturale”, ha detto il procuratore Bensouda nella requisitoria, in cui ha chiesto 30 anni di carcere per Mahdi, “non è un bene di lusso – dobbiamo proteggerlo dalla dissacrazione e dalla devastazione. La storia non potrà essere generosa con noi se non sapremo curarlo”. E a proposito di condanna, dinanzi alla richiesta dei 30 anni, Mahdi ha chiesto un accordo con la Procura dell’Aia per una condanna più mite, da nove a 11 anni. Vedremo.

Sul piano delle reazioni, Amnesty International plaude a questo primo processo per crimini contro il patrimonio cultural ma invita, attraverso Erica Bussey, “a non perdere di vista la necessità di assicurare alla giustizia i responsabili di altri crimini contro l’umanità, di omicidi, torture e rapimenti contro civili, commessi in Mali dal 2012”.

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