Il Corriere rivela “13 milioni di euro il riscatto per liberare i 4 tecnici in Libia”. Il legale dei Failla punta l’indice contro il governo. Ma il silenzio di Farnesina, Palazzo Chigi e media è assordante

Il Corriere rivela “13 milioni di euro il riscatto per liberare i 4 tecnici in Libia”. Il legale dei Failla punta l’indice contro il governo. Ma il silenzio di Farnesina, Palazzo Chigi e media è assordante

A pagina 5 del Corriere della Sera cartaceo del 14 agosto, l’inviato speciale in Libia Lorenzo Cremonesi spara una notizia destinata a fare molto rumore: i servizi segreti italiani pare abbiano pagato un riscatto di 13 milioni di euro, per il rilascio dei tecnici della Bonatti rapiti un anno fa in Libia (nella foto, Salvatore Failla e Fausto Piano, gli uccisi). La fonte dell’inviato del Corriere è il capo dei servizi segreti di Tripoli, Mustafa Nuah. E le accuse ai servizi italiani sono gravissimi: “per liberare i quattro hanno negoziato direttamente con le milizie e tribù locali di Sabratha dove erano stati portati i tecnici della Bonatti. È stato pagato un riscatto di 13 milioni di euro. Noi lo abbiamo scoperto grazie alle nostri fonti sul posto. Ed è allora che siamo andati su tutte le furie”. Ed ecco l’accusa gravissima: “Quei soldi sono finiti in parte in tasca alle bande di criminali legate agli scafisti locali, ma in parte anche ai jihadisti dell’Isis”. E infine, il capo dei servizi libici si dice convinto che se avessero lavorato assieme, gli agenti dei due servizi, i tecnici sarebbero stati liberati, tutti, e senza pagamento di riscatto. La prova del pagamento sarebbe nel ritrovamento di 500mila euro in contanti nelle tasche della moglie di uno dei capi dell’Isis in Libia, Abu Nassim, primula rossa ricercato dalla polizia di tutto il mondo. Insomma, se questa straordinaria testimonianza fosse vera, il ministro Gentiloni dovrebbe rispondere al Parlamento, dove invece ha detto che nessun riscatto era stato pagato. E comunque, il ministro è nei guai, perché delle due l’una: o il riscatto è stato pagato dai servizi a insaputa del governo, e allora qualcuno dovrà riferire sulla provenienza di quei 13 milioni di euro; o il riscatto non è stato pagato, e allora vuol dire che il capo della nostra diplomazia ha problemi enormi con le istituzioni riconosciute della Libia, con le quali l’Italia collabora quasi quotidianamente. In entrambi in casi, dovrà rispondere alle Camere, perché questo non è un romanzo di John Le Carrè, ma una realtà drammatica, con due persone uccise e moltissimi interrogativi.

Incredibile, ma vero, abbiamo atteso per tutta la giornata una replica, una smentita, una mezza parola ufficiale da parte della Farnesina, e di Palazzo Chigi, alle cui dipendenze vi sono i servizi segreti. Fino al momento in cui scriviamo, pare che il silenzio sia l’arma del governo su questa spinosissima vicenda. Si fa sentire invece l’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, legale della moglie di Salvatore Failla, uno dei tecnici uccisi. La nota dell’avvocato è durissima e punta l’indice accusatore contro il governo: “la moglie e le due figlie di Salvatore Failla hanno appreso con sgomento dalle recenti notizie apparse sulla stampa, anche a seguito dei documenti ritrovati nei rifugi abbandonati dai terroristi in questi giorni, una serie di circostanze che, se confermate, individuerebbero precise e gravissime responsabilità a carico del Governo italiano nella gestione del sequestro. In particolare sul riscatto pagato e nelle mani di chi. Sulla presenza sul luogo di militanti ISIS di origine tunisina, già residenti in Italia. Sulla individuazione di canali di informazione rivelatisi clamorosamente sbagliati, alla luce degli eventi. Sulla mancanza di rapporti con i servizi di informazione ufficiali in Libia. Sulla autorizzazione al governo statunitense di bombardare Sabratha, il 19 febbraio, pur nella consapevolezza della presenza dei quattro ostaggi italiani in loco e del conseguente elevatissimo rischio che ciò avrebbe comportato. Su chi decise il tragitto via terra verso il cantiere,anziché via mare come sempre era stato. Su tutto questo nulla è stato ancora riferito dal Governo italiano nelle sedi ufficiali e alle Famiglie delle vittime. A ciò si aggiunga che il passaporto di Salvatore Failla è misteriosamente scomparso (nonostante la moglie lo abbia da tempo richiesto inutilmente). Neppure è stato mai chiarito come nell’arco di 24 ore, dopo la morte dei due tecnici Failla e Piano, gli altri due ostaggi furono liberati. Dunque si sapeva dove erano tenuti sequestrati? La moglie e le due figlie di Salvatore Failla – conclude l’avvocato nella nota -pretendono una parola di verità. E ne hanno diritto”.

Una parola di verità, chiedono il legale e i familiari di Salvatore Failla, e una parola di verità dovrebbe chiedere tutta l’opinione pubblica italiana, perché le accuse contro il ministro Gentiloni, di aver mentito alle Camere, o comunque di essere stato omissivo, sembrano confermate anche dagli interrogativi rilanciati nella nota, disperata, ma ferma, dell’avvocato Caroleo Grimaldi. Se il governo non ha intenzione di replicare a quei parlamentari dell’opposizione, soprattutto di Forza Italia e Lega, che chiedono conto delle rivelazioni del Corriere della sera, forse dovrebbe avere la compiacenza, la cortesia, il dovere di rispondere ai dubbi, ai tormenti, agli interrogativi della moglie e delle figlie di Salvatore Failla. Fino alle ore 19.30 di domenica 14 agosto, nessuna notizia dalla Farnesina, e da Palazzo Chigi, invece molto solerte a twittare sulle banalità e le quiquilie da propaganda Minculpop come l’esaltazione degli atleti azzurri vincitori a Rio. Vorremmo non credere, davvero, che il nostro premier, il nostro ministro degli esteri, il nostro governo valutino più urgente e importante la loro presenza mediatica in caso di vittoria azzurra, piuttosto che replicare, con verità, alle accuse gravissime che stanno piovendo sul caso del rapimento, della liberazione attraverso un presunto ricco riscatto dei quattro tecnici in Libia. Scotta quell’accusa, inoltre, secondo la quale parte di quei soldi sono finiti nelle mani di jihadisti pericolosi. E infine, strano ma vero, nessun organo di stampa ha rilanciato non solo l’inchiesta del Corriere della Sera, ma soprattutto la nota dell’avvocato di Salvatore Failla. Un silenzio assordante che parla?

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