Gli orrori e la follia della guerra, ieri ed oggi

Gli orrori e la follia della guerra, ieri ed oggi

 Locarno. Ci sono molti modi per “descrivere” l’orrore della guerra, e solo per fare qualche esempio, si possono citare “All’Ovest niente di nuovo” di Lewis Milestone; “La grande illusione” di Jean Renoir; “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick; “La grande guerra” di Mario Monicelli; “Uomini contro”, di Francesco Rosi; “Torneranno i prati” di Ermanno Olmi e chissà quanti altri se ne potrebbero ancora elecare.

   In attesa che una qualche cineteca (o amministrazione comunale con assessore alla cultura con voglia di fare), appronti e “regali” una retrospettiva del cinema bellico (e avrebbe un senso, non foss’altro per riportare a memoria opere che nessuno o quasi ricorda piu’: avrebbe un senso, e sarebbe istruttivo, rivedere che so: “La leggenda del Piave” di Mario Negri del 1924; “Le scarpe al sole” di Marco Elter, del 1935; “La leggenda del Piave”, di Riccardo Freda del 1953; o “I cinque dell’Adamello”, di Pino Mercanti, del 1954…), val pena di occuparci di quel poco che passa il convento.

   E’ un “poco”, ma estremamente dignitoso, per esempio il francese “Cessez-le feu”, del regista Emmanuel Courcol, presentato il prima mondiale qui al festival di Locarno.

   Courcol ha alle spalle esperienze teatrali, maturate con Roger Planchon e Jean-Luis Thamin. Un lungo lavoro di sceneggiatore, infine nel 2013 il primo cortometraggio, “Géraldine je t’aime”. “Cessez-le feu” è la sua opera prima da regista.

   Prima che l’associazione americana di psichiatria riconoscesse ufficialmente nel 1980 la diagnosi di DPTS (Disturbo post-traumatico da stress), i traumi dovuti alla guerra erano mal gestiti e i sintomi talvolta interpretati, purtroppo, come frutto di codardia o di “mancanza di carattere”. Durante la Prima guerra mondiale la percentuale di soldati traumatizzati era tale che l’esercito non poteva più permettersi cure mediche; per un caso fortuito, quindi, nacque un approccio più psicologico al problema, poi sviluppato successivamente.

   Veniamo al film. Racconta di una anziana signora che scopre le turbolenze e gli echi dolorosi della guerra attraverso il destino dei suoi tre figli, partiti per la prima guerra mondiale. Uno di loro non torna più, nonostante gli sforzi per proteggerlo del fratello Georges; il terzo, Marcel è vittima di uno shock che lo rende muto. Georges reagisce alla situazione allontanandosi il più possibile, verso i territori dell’Alto Volta in Africa occidentale; li cambia radicalmente vita, fino a quando un tragico incidente lo costringe a tornare a casa. “Ritrova” il fratello, e soprattutto affascinato dalla donna che gli ha insegnato la lingua dei segni, cerca di tirare Marcel fuori dal “bozzolo” in cui si è rifugiato.

   Un film amaro e dolente sul “dopo” guerra, in questo caso la prima mondiale, ma shock e traumi sono, come ben sappiamo, tra i frutti di tutte le guerre, nessuna esclusa.

   Nel film di Coucol non ci sono “solo” i morti, i feriti, i mutilati; vediamo chi ha smarrito la ragione, chi è preda di incontrollabili incubi, le vedove, le donne che respingono i loro uomini, perchü tornati completamente diversi da quello che erano, prima di partire per il fronte. E sullo sfondo un’umanità eterogenea impiegata nella pericolosa, micidiale opera di sminamento dei vari fronti. Una tragedia nella tragedia praticamente ignorata.

   Un film duro, a tratti spietato, che concede poco alla “scena”, didascalico e per tanti versi anfibio, per i tanti significati che offre e sottende. E’ qui, evidentemente, sta il pregio e il valore del film di Coucol. Andrebbe proiettato nelle scuole, aiuterebbe a capire le tragedie di ieri e di oggi. Purtroppo, in Italia, almeno, la “politica” scolastica è quello che è.

Cessez le feu

regista: Emmanuel Coucol

interpreti principali: Romain Duris, Grégory Gadebois, Céline Salette

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