Aleppo. Cronaca di una città assediata nell’indifferenza del civile Occidente

Aleppo. Cronaca di una città assediata nell’indifferenza del civile Occidente

La città di Aleppo è diventata ormai il teatro strategico della guerra civile siriana che da cinque anni provoca centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. È il lungo confitto tra le forze fedeli a Bashar al-Assad, il presidente siriano sostenuto dai russi e osteggiato da Washington che ne vorrebbe l’immediata caduta, e i cosiddetti ribelli, ostili a Bassad, tra i quali i curdi, gli islamisti ed altre minoranze etniche e politiche. Oggi Aleppo continua ad essere assediata e bombardata, con una intensità e una frequenza quotidiane che non hanno uguali nei conflitti di questo primo scorcio del XXI secolo. Alle bombe e alle devastazioni si aggiunge la terribile scarsità di cibo, acqua, farmaci, per effetto dell’assedio e della impossibilità di istituire i corridoi umanitari. A nulla, per ora, è valsa la protesta dell’inviato Onu in Siria, Staffan de Mistura, che ha abbandonato polemicamente il vertice sugli aiuti umanitari con Russia e Stati Uniti. È vero, il Ministero della Difesa russa si è detto disponibile a discutere di una tregua di 48 ore, ma ad oggi una decisione vera appare lontana. L’Europa, la civiltà del vecchio continente, sembra indifferente al destino di Aleppo e della Siria. I funzionari di Bruxelles (perché tali sono i burocrati della Commissione, a cominciare dall’Alto rappresentante della politica estera europea) appaiono sempre più impotenti, tanto nel Mediterraneo quanto nel Medio Oriente, e perfino nelle regioni baltiche, dove la Nato ha ormai portato gran parte delle sue strutture militari. Le sanzioni imposte a Mosca per effetto dell’intervento in Crimea non hanno fermato il conflitto con Kiev, né hanno convinto Putin a sedersi al tavolo dei negoziati per la soluzione della crisi siriana. Anzi, lo scacchiere geostrategico mediorientale vede un rinato protagonismo della Russia, dopo gli accordi con la Turchia di Erdogan e l’Iran, che ha messo a disposizione dei jet russi le sue basi aerei, più vicine al nord della Siria. Infine, gli Stati Uniti sono presi nella morsa delle elezioni presidenziali del prossimo 8 novembre, e Barack Obama, con la sua amministrazione, nonostante gli sforzi del segretario di Stato, John Kerry, hanno ormai tirato i remi in barca, lasciando al prossimo presidente l’incombenza di fornire basi solide per la soluzione del problema mediorientale.

In questo contesto, si situa la tragedia umana di Aleppo, dove l’esercito di Assad effettua controlla nelle case, nelle strade, ovunque, alla ricerca di ribelli curdi e islamisti. Oppure, cercano giovani siriani da arruolare nell’esercito. Ma nessuno pare disposto a morire per Assad, anche se viene offerto ai giovani un tetto, tre pasti caldi, e un minimo di benessere, prima di essere inviati al fronte. Nessuno, ad Aleppo, parla più di politica, o di Assad, o dell’esercito che intimorisce. La gente sa che per poco si può essere arrestati, oppure deprivati del passaporto. La gente di Aleppo sa che, nonostante all’inizio, cinque anni fa, avesse appoggiato la rivoluzione, oggi è stretta tra i gruppi radicali e l’esercito regolare. Forse, immaginano che un periodo di transizione, gestito magari da forze di interpolazione indipendenti, potrebbe dare modo di arrivare ad una soluzione democratica, ad un voto. Ma ad Aleppo non ci crede più nessuno, e si attende la battaglia finale.

“Alcuni giorni fa”, dice all’agenzia di stampa francese Bakri Azzin, “una bomba a grappolo ha colpito la mia casa, in un quartiere orientale di Aleppo. Sono uscito per soccorrere i feriti, poi ho trascorso la notte da amici, incapace di fermare gli occhi. Il rumore delle bombe mi aveva rimbambito. L’indomani feci ritorno a casa, per controllare l’entità dei danni. La mia casa era un mucchio di ruderi”. Gli aerei russi e del regime di Assad compiono molti raid a qualunque ora del giorno e della notte, e casi come questi sono ormai diffusi ad Aleppo. E dato il carattere sempre più rigido dei controlli, nessuno può più fuggire all’assedio. È come essere dei topi in una gabbia.

L’immagine del piccolo Omran, coperto di polvere e sangue, dopo il bombardamento del suo palazzo, ha fatto il giro del mondo, facendo indignare l’Occidente civile. Ma a tutt’oggi, non pare che l’agenda politica del civile Occidente sia cambiata a proposito della Siria e di Aleppo. I raid aerei proseguono con la stessa intensità, i corridoi umanitari non esistono, Putin e Assad stringono l’assedio, con la complicità di turchi e iraniani. I funzionari europei sono ancora in vacanza. E lunedì, al largo di Ventotene, Renzi, Merkel e Hollande, di tutto parleranno fuorché della crisi siriana.

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