Riforma costituzionale. Ainis e Boldrini ci invitano a un confronto di merito. Non vediamo l’ora, ma chiediamo il rispetto del pluralismo sui media

Riforma costituzionale. Ainis e Boldrini ci invitano a un confronto di merito. Non vediamo l’ora, ma chiediamo il rispetto del pluralismo sui media

Dinanzi all’offensiva renziana di personalizzazione del referendum costituzionale, che divide e frantuma l’opinione pubblica tra “amici e nemici”, come direbbe Carl Schmitt, perché si mette in gioco destino personale del premier e leader del Pd, e dell’intero governo, fioccano gli appelli a contenere il dibattito nel merito della riforma Boschi. Il costituzionalista Michele Ainis lo ha fatto in più occasioni, l’ultima lo scorso 2 giugno quando ha anche annunciato la sua nuova collaborazione con il quotidiano Repubblica, e prima ancora su Corriere della Sera ed Espresso. La presidente della Camera, Laura Boldrini, ha vigorosamente lanciato un appello a stare al merito delle grandi questioni sollevate dalla riforma Boschi. E infine, i 56 costituzionalisti che hanno redatto e firmato l’appello per il no nel referendum ne hanno fatto una bandiera di civiltà del dibattito pubblico. Tuttavia, le risposte giunte sono state le solite: il presidente del Pd, Matteo Orfini, ad esempio, nonostante gli appelli al merito, ha seguito il coming out del ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan. I due hanno confermato che se dovesse vincere il No, l’intero governo seguirebbe Renzi sulla strada delle dimissioni. È evidente che questa posizione somiglia molto ad un ricatto politico – e lo stesso Ainis se n’è dichiarato consapevole – con la conseguenza di spaccare gli italiani in due tifoserie, come se si partecipasse a un incontro di rugby piuttosto che ad una riforma importante della Costituzione.

Il punto è che il Comitato del No vorrebbe sottrarsi alla logica “amico-nemico” avanzata da larga parte del Pd e dal governo nella sua interezza, e preferirebbe svestire i panni della tifoseria contraria, abbracciando un forte, puntuale e rigoroso confronto sul merito della riforma, o almeno su quei punti che appaiono vistosamente in contrasto con la prima parte della Costituzione, quella dei diritti e dei doveri. Ma è qui che casca l’asino, perché parte maggioritaria del sistema dei media si è lasciato incantare dalle sirene renziane. Il servizio pubblico fornito dalla Rai trascura spesso e volentieri il confronto nel merito, soprattutto nei talk show e nei programmi radiofonici, in qualche modo teleguidati da Palazzo Chigi. Il quotidiano Repubblica ha accuratamente evitato di entrare nel merito dei singoli articoli da modificare con la riforma, e con esso parecchi altri quotidiano hanno fatto la medesima scelta. E potremmo citare altri importanti segmenti del sistema mediatico. Insomma, figure istituzionali e autorevoli editorialisti ci invitano a discutere nel merito, noi dichiariamo di essere pronti, ma poi vengono azzerate le occasioni pubbliche e mediatiche del confronto. Il costituzionalista Gaetano Azzariti, ad esempio, invitato dalla Gruber a rappresentare il Comitato del No, nel corso del programma ha dato inizio alla lettura di singoli articoli della riforma, non solo scritti male sul piano giuridico, ma perfino dal punto di vista della sintassi istituzionale. Ma è stato subito fermato dalla conduttrice. La Gruber temeva di perdere ascolti tappando la bocca ad Azzariti? Così va ovunque: non appena si apre il confronto sul merito, interviene il solerte conduttore o la solerte conduttrice a mettervi fine.

Se davvero si aprisse il confronto sul merito si aprirebbe il vaso di Pandora di tutti i guai che la riforma causerebbe, sia sul piano degli equilibri del potere pubblico, sia sul disvelamento di vere e proprie cretinate. Facciamo qui alcuni esempi, per dimostrare ai nostri lettori che quanto scriviamo risponde a verità. Prendiamo ad esempio l’elezione del presidente della Repubblica così come previsto dal nuovo articolo 83 della Costituzione: “Dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea. Dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti”. È evidente a chiunque la differenza sostanziale tra Assemblea e votanti. Cosa vuol dire? Semplicemente, che il prossimo presidente della Repubblica potrebbe essere eletto con un numero infimo di voti, basta conservare la maggioranza dei tre quinti dei presenti, e in forza della legge elettorale Italicum, che già conferisce una enorme maggioranza di seggi a una minoranza, una minoranza della minoranza potrebbe portare a casa il risultato.

Altra chicca? La dichiarazione dello stato di guerra. In tempo di pace e con lo scudo dell’articolo 11, parlare di dichiarazione di guerra sembra una provocazione. In realtà, nella nuova riforma si scrie: “La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari”. Ma attenzione proprio con l’Italicum, la maggioranza assoluta è già assicurata ad un partito. Che succederebbe se le elezioni riuscisse a vincerle il leader “impazzito” di un partito qualunque? La maggioranza assoluta è garantita dal fatto steso di aver vinto le elezioni, e dunque, teoricamente, potrebbe dichiarare lo stato di guerra senza la doverosa partecipazione unitaria del Parlamento. Una vera e vergognosa follia, ed è scritta in Costituzione.

Infine, ma potremmo continuare per l’intero perimetro e dell’area della riforma Boschi, quell’articolo che non è previsto da nessuna Costituzione al mondo e che riguarda la ricerca scientifica e tecnologica. Ebbene, Renzi, Boschi e la loro maggioranza, forse sapendolo, o forse non sapendo ciò che hanno votato, scrivono che lo Stato assume centralisticamente la “programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica”. Cosa vuol dire e qual è il pericolo? In una società aperta, come direbbero i filosofi della scienza innamorati di Karl Popper, è la comunità scientifica che definisce “la programmazione strategica”, per evitare la schiavitù delle lobby del “complesso industriale e militare”. Che accadrebbe se fosse votata questa riforma? Semplice, il Ministero dell’Università e della Ricerca diverrebbe obiettivo di ogni lobby che opera nel campo della ricerca scientifica e tecnologica, col tentativo di dettarne le scelte strategiche.

Ci fermiamo qui, per ora, ma potremmo davvero continuare, e lo faremo, nel corso dei prossimi giorni, a testimonianza del fatto che proprio nel merito si tratta di una riforma sbagliata. E appare davvero curioso, e paradossale, che questa riforma venga sostenuta da illustri costituzionalisti e ricercatori di alcune università italiane.

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