Elezioni. L’analisi del giorno dopo: le tensioni nel Pd, con Renzi spavaldo e Cuperlo realista; la dura lezione alla sinistra; la vittoria della Raggi fa il giro del mondo

Elezioni. L’analisi del giorno dopo: le tensioni nel Pd, con Renzi spavaldo e Cuperlo realista; la dura lezione alla sinistra; la vittoria della Raggi fa il giro del mondo

“Un vincitore c’è ed è il voto che si può chiamare anti-establishment, quello che spinge per il rinnovamento e si oppone alla politica dei partiti maggioritari”. Giovanni Orsina, professore di Storia Contemporanea e vice direttore della School of Government della Luiss, analizza così, in attesa dei ballottaggi, i risultati delle elezioni comunali facendo riferimento agli esiti di Roma con i consensi ottenuti da Virginia Raggi, di Torino con il risultato di Chiara Appendino, e di Napoli con De Magistris: “Certo – rileva – De Magistris è il sindaco uscente, però il significato nazionale della sua figura rafforza questo vento anti-establishment”. Orsina fa, quindi, un paragone calcistico: “Renzi ha strappato un pareggio al 90′: considerando che Giachetti è andato al ballottaggio e che la distanza tra Fassino e Appendino è una distanza importante direi che in qualche modo è riuscito a tenere il terreno, non è forte, però grossomodo è riuscito a tenere, certo ora bisogna capire come si mettono i ballottaggi”. Per quanto riguarda la destra, per Orsina laddove c’è stata un’alleanza, ha fatto molto bene, male invece il centrodestra. Rispetto a un eventuale effetto del voto sul referendum costituzionale di ottobre, “il segnale di questo primo turno – spiega Orsina – non è buono per i sostenitori del sì nel referendum perché i gruppi di protesta, anti-renziani, messi tutti insieme hanno ottenuto dei risultati interessanti”. L’esempio è quello della Capitale, sottolinea ancora, dove sommando Raggi e Meloni si va oltre il 50%.

Diciamo la verità: è stata anche una sconfitta pesante per la sinistra

L’analisi del professor Orsina, forse per amor di patria, trascura di prendere in considerazione la crisi della sinistra e lo schiaffone elettorale di Roma e Torino, mentre sembra esserci una sostanziale tenuta a Bologna e a Napoli. Il voto anti-establishment in uscita dal Pd, almeno in alcune grandi aree metropolitane, ha premiato il movimento 5Stelle, ma non è stato intercettato dai candidati della sinistra, purtroppo, e ciò esige una riflessione importante e profonda, a cominciare dal ritardo colpevole con il quale si sta gestendo la costruzione del nuovo soggetto politico, del nuovo partito. A Roma, il Partito democratico ha perso 67mila voti in tre anni, passando da 267mila del 2013 a 200mila del 2016: un quarto dei elettori del Pd ha deciso di votare diversamente. Sempre nella capitale Sel totalizzò nel 2013 un bottino di 63mila voti, mentre nel 2016 ne ha totalizzati 45mila. Persi 18 mila voti, nonostante l’aumento dei votanti del 5%. Nella capitale, la proposta politica della sinistra non ha sfondato, pur potendo contare sulla evidente crisi del Pd e dei suoi voti in libera uscita. Non è andata meglio a Milano, dove la sinistra, su sollecitazione del sindaco uscente Pisapia, ha sostenuto il candidato del Pd Giuseppe Sala. Nel capoluogo lombardo, la sinistra ha perso circa 9mila voti, passando dai 28mila del 2011 ai 19mila del 2016, un terzo dei voti volatilizzato. A Torino, il risultato peggiore: 22mila voti nel 2011, quando appoggiò il sindaco Fassino, eletto allora al primo turno, ai 10mila del 2016, con Giorgio Airaudo candidato sindaco. Nella capitale piemontese, la sinistra perde più della metà dei suoi voti. A Bologna, infine, la sinistra si è presentata spaccata, con due liste: una a sostegno del candidato Pd Merola (capeggiata da Amelia Frascaroli, assessore uscente) e l’altra sotto forma di coalizione civica guidata dal candidato sindaco Federico Martelloni. La lista della Frascaroli ha totalizzato più di 4mila voti pari al 2,89%, mentre la Coalizione civica ha superato i 12mila voti. La loro somma è inferiore al dato della lista “Amelia per Vendola” che nel 2011 sosteneva Merola e totalizzò oltre 19mila voti, pari al 10%. A Napoli, la lista di sinistra a sostegno di Luigi De Magistris totalizza nel 2016 19.800 voti, mentre nel 2011 aveva deciso di sostenere Morcone, candidato del Pd, totalizzando 16.200 voti. Come risulta evidente, quest’ultimo dato napoletano è in controtendenza rispetto al resto delle realtà metropolitane. Forse conviene partire proprio dai risultati di Napoli per dare una scossa elettrica di qualche potenza a una sinistra che pare averne bisogno, e che corre il rischio di rinchiudersi nel ristretto recinto del ceto politico.

Lo scontro nel Pd sull’interpretazione del voto: Renzi spavaldo, come al solito. Cuperlo lo richiama alla realtà

Nel quartier generale del Nazareno, Matteo Renzi, circondato da Orfini, Serracchiani e Guerini, ovvero dal suo stato maggiore, ha fornito ai giornalisti la sua interpretazione del voto: “Intendiamoci”, ha detto, “il PD rimane saldamente in testa, i suoi candidati stanno intorno al fatidico 40% in molte città, siamo l’unico partito nazionale. Cinque Stelle che canta vittoria governa in appena 17 comuni (compresi espulsi, sospesi e disconosciuti) su ottomila, cui vanno aggiunti altre quattro municipalità ieri. Il movimento di Grillo e Casaleggio è andato al ballottaggio in venti comuni sui 1.300 in cui si votava. La Lega crolla, Salvini sta sotto il 3% a Roma ed è doppiato da Berlusconi a Milano, doppiato! Forza Italia esiste ancora e ottiene risultati positivi a Napoli, Milano, Trieste. Ma scompare da Cagliari a Torino, da Bologna a Roma. La sinistra radicale che per mesi ci ha spiegato come funzionava il mondo non entra in partita né a Roma, né a Torino dove aveva scommesso tanto. Ma una volta che abbiamo fatto questa lunga analisi del voto, per me cambia poco perché non è che ‘mal comune mezzo gaudio’: continuo a non essere contento”. Prima impegnarsi per vincere ai ballottaggi, poi mettere mano alla segreteria del Pd. Dopo il risultato non esaltante uscito dalle urne di ieri, il premier-segretario avrebbe deciso che è il momento di apportare qualche modifica all’organizzazione del partito. Renzi è consapevole che il voto, che pure non è stata una “debacle”, ha messo a nudo alcuni problemi del Pd, con il caso macroscopico di Napoli, ma non solo. Adesso, però, non è il momento di intervenire, anche perché un bilancio definitivo potrà essere fatto solo dopo il secondo turno. Il partito adesso deve essere il più possibile unito per i prossimi quindici giorni, per cercare di portare a casa risultati positivi nella seconda tornata. Ma poi Renzi interverrà. Su alcune questioni, ha detto stamani in conferenza stampa, “non ci siamo. Si pone un problema di come dare un segnale, e io ce l’ho molto chiaro in testa, dentro il partito. Aspetto il ballottaggio, faremo una direzione e sono pronto a dare qualche segnale”. I cambiamenti riguarderanno anche il gruppo dirigente nazionale per rafforzare la struttura del partito. E anche per dare un segnale alla minoranza Dem, che anche oggi, con Roberto Speranza, è tornata a criticare la gestione del Pd, chiedendo che ci sia un segretario a tempo pieno. Richiesta che, naturalmente, non sarà accolta. Ma un “segnale” Renzi è intenzionato a darlo.

Gianni Cuperlo lo mette per iscritto su Facebook. Dice di trovare “insopportabile” la “morale del giorno dopo, quella di chi ‘te lo avevo detto'”. Eppure i risultati consegnati dal primo turno delle amministrative di ieri, offrono il destro alla minoranza per rinfacciare a Matteo RENZI una strategia che avrebbe penalizzato i candidati del Pd. Innanzitutto la priorità data alla battaglia d’ottobre sul referendum. Poi le “alleanze improprie”, per dirla con Roberto Speranza, con Ala di Denis Verdini. “Non creiamo ulteriori danni”, dice senza giri di parole Davide Zoggia. E ancora, il vecchio cavallo di battaglia della sinistra dem: il doppio ruolo non va, al Pd serve un segretario a tempo pieno. E all’elenco si aggiunge pure la questione Italicum. Se ne riparlerà, dicono i dirigenti della minoranza, dopo il secondo turno. Ma le questioni sono state messe tutte sul tavolo. Sull’Italicum, però, nessuna apertura a modifiche: “Confermo su tutta la linea”, ha detto Renzi.  La lettura di RENZI non è condivisa dalla minoranza. Né quella sui flussi elettorali né sul fatto che le amministrative abbiano dato risultati a “macchia di leopardo” che rendono impossibile un quadro “omogeneo”, una lettura nazionale. Aggiunge Cuperlo: “Nel voto di ieri si è espresso un distacco preoccupante tra una parte ampia degli elettori della sinistra e il principale partito che vorrebbe e dovrebbe rappresentarli”. Un’analisi del voto, ma anche della natura del Pd renziano, che viene in qualche modo confermata da un documento del Centro studi elettorali della Luiss: ‘Radiografia di una mutazione genetica: i flussi elettorali a Torino’. “La perdita di 95.000 voti da parte del candidato sindaco del Pd -si legge- si accompagna a un cambiamento significativo della sua base elettorale (…) che permette di dare una lettura sorprendente al risultato di Torino, che in parte potrebbe suggerire spunti utili per analizzare anche altre città”. “I risultati delle nostre stime possono essere sintetizzati nei seguenti punti: su 100 elettori di Fassino del 2011 (primo turno) lo hanno seguito nel 2016 soltanto 42. Ben 32 di loro avrebbero invece votato per la Appendino, mentre 14 di loro si sarebbero astenuti. Il dato quindi è che un elettore su tre del centrosinistra del 2011 ha votato per il M5S”. Un’emorragia “solo in parte compensata da apporti provenienti dal centrodestra”. In sostanza, si sottolinea, “staremmo assistendo a un cambiamento significativo della struttura dell’elettorato del Pd (in questo caso di Fassino), che avrebbe perso una parte importante di elettori verso il M5S”. A determinare il risultato deludente del Pd, secondo la minoranza, sarebbe stata proprio la strategia del premier. “Per mesi ci è stato spiegato che l’Italicum – scrive Cuperlo su Facebook – era ed è una legge elettorale perfetta, tagliata su misura per il nostro sistema e per garantire la governabilità mancata tra prima, seconda e terza Repubblica. Forse, anche alla luce di una realtà dell’offerta politica costruita su tre poli, qualcuno si porrà la domanda sull’ipotesi concreta che a un ballottaggio eventuale possano approdare il Movimento 5 Stelle e una destra ricompattata come a Milano?”.

La vittoria di Virginia Raggi a Roma fa il giro del mondo

Ampio risalto su tutti i quotidiani internazionali alla netta vittoria di Virginia Raggi al primo turno delle amministrative a Roma. “Bloomberg” evidenzia come l’esponente dei Cinquestelle conduca “la corsa a sindaco di Roma in vista del ballottaggio”; anche il “Telegraph” sottolinea che il Movimento Cinque Stelle “anti-establishment” e’ in testa nella corsa al Campidoglio. Per “El Pais” “il candidato di Beppe Grillo infligge a Renzi una sconfitta a Roma”, mentre in Francia “Le Monde” sottolinea che “Matteo Renzi e’ stato spintonato dal M5S di Grillo alle amministrative” e “Le Figaro” ricorda la vittoria della candidata “anti-partiti”. Oltremanica, il Financial Times parla di un “rimprovero sferzante” a Matteo Renzi “da parte degli elettori della capitale italiana”, mentre il tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung riporta la notizia e parla di “partito della protesta”.

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