Caso Regeni. Gli ultimi sviluppi non portano nulla di buono. I suoi genitori continuano la battaglia per avere verità e giustizia

Caso Regeni. Gli ultimi sviluppi non portano nulla di buono. I suoi genitori continuano la battaglia per avere verità e giustizia

“Abbiamo fatto bene a reagire in modo deciso e forte”, dice il ministro degli Esteri Gentiloni, tirando una sorta di primo bilancio del contenzioso aperto con l’Egitto dal 3 febbraio, da quando cioè fu ritrovato il corpo martoriato di Giulio Regeni, che era scomparso da una settimana. Di questa forza e di questa decisione si stenta a cogliere i segni: Gentiloni è un ministro che si segnala per sobrietà e contenutezza, anche lessicale. Si deve sperare che, sotto traccia, stia avvenendo o maturando qualcosa di significativo, che induca a credere che effettivamente l’iniziativa diplomatica nei confronti del Cairo produca esiti soddisfacenti. Per ora al Cairo – almeno apparentemente – questi esiti si avvertono solo parzialmente, tant’è che non più tardi di due giorni fa, il presidente Al Sisi sosteneva che l’Egitto è stato “in grado di sventare molti tentativi di minare i rapporti con l’Italia”. Analoga capacità “sventatoria”, Al Sisi si attribuiva anche per i rapporti con la Russia.

Che ci sia una buona dose di millanteria propagandistica è probabile, se è vero che quasi contemporaneamente, il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry invitava, durante una trasmissione televisiva a non sottovalutare il caso Regeni, “un caso di grande importanza”, che – sempre a giudizio del ministro – ha sofferto dell’atteggiamento assunto dall’Italia. “La posizione italiana” ha soggiunto, è stata in qualche modo passionale e anche politicizzata, date le pressioni sul governo italiano che hanno complicato ulteriormente la situazione”. A cosa si riferiva in particolare Shoukry?

Sicuramente anche al caso non risolto della rappresentanza diplomatica italiana al Cairo. E questo è in effetti l’indicatore più visibile del perdurare di uno stato di tensione fra i due paesi. Si ricorderà che, in seguito al fallimento del vertice fra le autorità inquirenti dell’Egitto e dell’Italia, Gentiloni, l’8 aprile, aveva richiamato l’ambasciatore Massari “per consultazioni”, che è la formula di rito quando le relazioni di due stati entrano in crisi. Massari si era fin dall’inizio del caso Regeni mostrato estremamente critico nei confronti del governo e della magistratura del Cairo e il suo richiamo in patria poteva preludere sia a una chiusura della sede diplomatica (ipotesi che non pare sia mai stata seriamente presa in considerazione) sia alla sua sostituzione con un diplomatico più “malleabile” in grado di riaprire un dialogo con gli egiziani. La nomina di Giampaolo Cantini (“grande esperto di Nord Africa”, secondo la stentorea definizione di Renzi) sembra aver avvalorato questa seconda ipotesi. Ma, a un mese di distanza dalla sua nomina, l’insediamento non è ancora avvenuto. E non si tratta certo di un ritardo burocratico.

Di recente, la festa del 2 giugno – che viene celebrata in tutte le sedi diplomatiche – al Cairo è stata annullata. L’assenza del nuovo ambasciatore – non casuale – è di per sé motivo sufficiente a giustificare questo annullamento. E perché Gentiloni non abbia ancora inviato Cantini al Cairo, gli egiziani sembra l’abbiano capito. Anche se questo non sembra aver ancora scalfito la loro resistenza allo svolgimento di indagini serie sulla morte del giovane ricercatore italiano. In Italia, in sostanza, si attende che la magistratura del Cairo compia una significativa svolta nelle indagini. Il trionfalismo di Al Sisi e le perplessità di Shoukry sono i due volti, entrambi veri ed entrambi contraddittori, del governo egiziano.

Nel frattempo non si è allentata la morsa repressiva all’interno dell’Egitto e alcuni dei principali esponenti della società civile, che si sono impegnati in prima persona sulla vicenda Regeni, come l’avvocato Malek Adly, il giornalista Amr Badr e Ahmed Abdallah, presidente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, sono ancora in carcere o in attesa di giudizio. La colpa più grave dell’avvocato Malek Adly, come ricorda la madre di Giulio Regeni, è quella di essersi voluto recare all’obitorio il giorno successivo al ritrovamento del cadavere del giovane italiano. La madre di Giulio Regeni nel frattempo non molla la presa. E fa bene. L’Egitto punta soprattutto ad addormentare l’inchiesta allungando speciosamente i tempi e facendo in buona sostanza melina, confidando (fiducia purtroppo ben riposta) nella tradizionale capacità italiana (ma non solo italiana) di rassegnarsi al fatto compiuto e di rimuovere.

In una recente intervista all’Espresso, la madre di Giulio non critica apertamente il comportamento delle autorità italiane, ma osserva che il richiamo dell’ambasciatore, che “voleva essere un segno di protesta ben presto si è trasformato nel nulla” e invita il governo a spiegare “all’opinione pubblica il motivo del cambio di ambasciatore” e a garantire “la chiara determinazione a mantenere la linea di non rimandarlo in Egitto; fino a quando non sapremo la verità e avremo giustizia”. Determinata nella sua ricerca della verità, la signora Paola Defendi Regeni, è consapevole che “sta emergendo con forza la figura simbolica di Giulio. Se da una parte mi rende orgogliosa, dall’altra, con immenso dolore, penso che ha pagato un prezzo troppo alto”.

Questa consapevolezza la motiva ancora di più nella sua battaglia, che si conclude con un appello: “Chiunque sa, ha visto o sentito cosa è successo a Giulio in quei terribili otto giorni, lo dica. Ora può farlo con la garanzia di massima riservatezza […] I consolati, la stampa, le ong facciano sentire la loro pressione e monitorino senza sosta quanto sta avvenendo in Egitto. Verità per Giulio è ormai una richiesta della società civile mondiale che riguarda non solo la nostra famiglia”.

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