Brexit. Gli effetti e le novità politiche dopo il tragico giovedì 23 giugno. Cameron prende tempo. Il Labour in crisi. Merkel e Sturgeon le più sagge chiedono tempo

Brexit. Gli effetti e le novità politiche dopo il tragico giovedì 23 giugno. Cameron prende tempo. Il Labour in crisi. Merkel e Sturgeon le più sagge chiedono tempo

Il premier britannico David Cameron non farà scattare l’articolo 50 dei Trattati europei – che regola l’uscita dall’Ue di un Paese membro – in occasione del prossimo vertice dei Capi di Stato e di governo dell’Unione, in programma martedì a Bruxelles: lo hanno reso noto fonti diplomatiche europee.  In altre parole, Cameron non presenterà alcuna notifica ufficiale della volontà di Londra di uscire dalla Ue – condizione necessaria per l’applicazione dell’articolo 50 – ma si limiterà a “riferire l’esito del referendum e la situazione in Gran Bretagna”, secondo quanto spiegato dalle fonti. Tutti i paesi membri “capiscono che al momento la Gran Bretagna sta attraversando una crisi di non poco conto. La questione di come e quando uscire farà parte delle comunicazioni di Cameron martedì, e la posizione degli altri leader è che sono pronti ad iniziare il processo il più presto possibile, nel miglior interesse della Gran Bretagna e dell’Unione Europea”. Dopo la sconfitta referendaria Cameron ha indicato di voler lasciare la gestione del processo di uscita dall’Ue al suo successore, rassegnando le proprie dimissioni che saranno però effettive solo a partire da ottobre: un intervallo di tempo che alcuni leader europei e il presidente della Commissione Juncker dell’Ue hanno giudicato inutilmente lungo, invitando Londra a notificare ufficialmente al più presto la propria decisione.

La premier scozzese Sturgeon potrebbe usare il veto. Merkel già domani imporrà a Renzi e Hollande saggezza e la dilatazione dei tempi

Intanto, tre giorni dopo la “Brexit”, più di metà degli elettori scozzesi è favorevole alla celebrazione di un nuovo referendum sull’indipendenza, come risulta da due sondaggi che sembrano confortare la scelta del First Minister scozzese, l’indipendentista Nicolas Sturgeon, di aprire dei negoziati diretti con Bruxelles per salvaguardare gli interessi scozzesi nella Ue. “Il Regno Unito per il quale la Scozia ha votato nel 2014 non esiste più”, ha ribadito Sturgeon in un’intervista televisiva. Secondo il Sunday Times, il 52% degli scozzesi sono favorevoli ad una separazione e alla permanenza in Europa, mentre una seconda rilevazione realizzata dalla ScotPusle arriva addirittura al 59%, percentuale vicina al 62% dei contrari alla “Brexit”. In realtà, per effetto della legislazione sulla Devolution, il Parlamento scozzese potrebbe addirittura usare il suo diritto di veto contro l’uscita del Regno Unito dalla UE, qualora fosse necessario. La posizione della Sturgeon potrebbe essere sostenuta da milioni di firme che chiedono non solo la ripetizione del referendum, ma che impongono il dibattito a Westminster e un voto, non solo la presa d’atto. Questa situazione, però, richiede i tempi istituzionali necessari, perciò appare davvero assurda e burocratica la posizione delle istituzioni europee. Non è un caso che la cancelliera Angela Merkel voglia evitare azioni precipitose per la Brexit. Anzi, con qualche ragione, tende a temporeggiare: lo scrive Die Welt. Parlando dell’intenzione britannica di non affrettare la Brexit, Die Welt scrive che “ciò si inserisce perfettamente nella concezione di Merkel, che vuole trarne vantaggio. Sia per l’Euro che per i profughi, la cancelliera ha preso tempo per risolvere i problemi”. Con la Brexit, “Cameron le regala la possibilità di prendere tempo, e questo sarebbe buono per Berlino. Le soluzioni veloci di Bruxelles non sarebbero nell’interesse della Germania”. E dell’Europa, aggiungiamo. Insomma, le due donne premier al centro del dibattito pubblico europeo, Merkel e Sturgeon, condividono la necessità di una soluzione politica, al contrario di alcuni leader (tra i quali Matteo Renzi) e della burocrazia di Bruxelles che invece hanno invitato sciaguratamente il Regno Unito a fare presto.

La crisi del Labour, anche in vista delle probabili elezioni di ottobre. Blairiani all’attacco di Corbyn, che li sfida

Una telefonata nel cuore della notte ha portato il caos anche nel Partito Laburista britannico dopo che il ‘terremoto’ Brexit aveva sconvolto i conservatori al governo. Il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, dopo un’accesa discussione, ha silurato il suo ministro degli Esteri ombra, Hilary Benn, che gli avrebbe detto di “aver perso fiducia nella sua capacità di guidare il partito”. Si è scatenata una rivolta interna, con le dimissioni di un ministro ombra dopo l’altro in un tentativo di ‘golpe’ anti-Corbyn chiaramente organizzato da qualche giorno, come ha confermato il Guardian. “Jeremy è una brava persona ma non un leader”, ha sentenziato Benn in una intervista alla Bbc. “Non ha mostrato abbastanza entusiasmo” nella campagna per la Brexit, gli viene imputato dall’ex ministro ombra, che come altri ‘colonnelli’ laburisti auspicava la condivisione di una piattaforma comune di Corbyn col primo ministro David Cameron. Ma ci sarebbe sotto ben altro: uno scontro interno nato dal fatto che una parte di nomenclatura del Labour, molto vicina a Blair, non ha mai gradito l’elezione del deputato socialista alla guida del partito, scelto ‘a furor di popolo’ dalla base nel settembre  2015. La riprova è la vecchia rivalità con Benn, coinvolto con una certa riluttanza da Corbyn per guidare il ministero degli Esteri ombra e già ammonito dopo la sua presa di posizione alla Camera dei Comuni in favore dei raid inglesi anti-Isis in Siria, in cui sfidò apertamente il leader, noto per le posizioni pacifiste. Altri colleghi ‘ribelli’ guardano in effetti alla possibilità di nuove elezioni che giorno dopo giorno diventa l’ipotesi più plausibile: ed è probabilmente questo, più che le recriminazioni sulla campagna referendaria, il motivo della resa dei conti. In questa ‘domenica di passione’ per la sinistra sono usciti di scena sette ministri e sottosegretari ombra, che saliranno a dieci secondo le previsioni di Sky News, fra cui Heidi Alexander, titolare della Sanità, Lilian Greenwood, ai Trasporti, e Ian Murray, ministro (ombra) per la Scozia, e Gloria De Piero, giornalista di origine italiana incaricata delle Attività Giovanili. Ma Corbyn e i suoi fedelissimi, come il Cancelliere dello Scacchiere ombra, John McDonnell, contano ancora di fermare la rivolta. In un comunicato della direzione del partito si legge che il segretario ha il sostegno della base, già mobilitata con una petizione in suo favore che ha superato le 170mila firme. La conta è fissata per la prossima settimana con la mozione di sfiducia dei deputati anti-Corbyn.

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