Turchia repressiva e sempre più lontana dall’Europa, dalla democrazia e dalla libertà

Turchia repressiva e sempre più lontana dall’Europa, dalla democrazia e dalla libertà

Che la Turchia sia un partner affidabile per la soluzione del problema dei profughi ormai non lo crede più nessuno. Eppure è di poche settimane fa il raggiungimento di un accordo fra la UE e la Turchia, che in pratica delega completamente ad Ankara la gestione del problema, in cambio di ben 6 miliardi di euro.

Ma la difficoltà crescente che incontra il presidente autocrate Erdogan nel governare la situazione è testimoniata dagli ultimi episodi, che fanno precipitare il paese in una crisi politica di difficile soluzione.

Il tribunale di Ankara ha condannato a pesanti pene detentive due giornalisti; e il primo ministro Ahmet Davutoglu ha annunciato le sue dimissioni. Certo, la figura del primo ministro in una repubblica presidenziale iperautoritaria come la Turchia non ha grandissimo peso. Ma queste dimissioni, annunciate nel pieno di una fase turbolenta, segnalano che anche all’interno dell’establishment turco esistono divisioni e contrasti. E Davutoglu era fin qui considerato una personalità incline al dialogo e alla trattativa.

E mentre il premier annunciava le dimissioni, il tribunale di Ankara condannava Can Dundar (nella foto), il direttore di Cumhuriyet, il maggior giornale di opposizione, a 5 anni e 10 mesi per violazione del segreto di stato, relativamente al traffico di armi con la Siria. E al giornalista è andata persino bene, perché la pubblica accusa aveva chiesto 25 anni, per tentativo di colpo di stato. Con Dundar è stato condannato (a 5 anni) anche il caporedattore Erdem Gul. Le pressioni sui magistrati, perché si arrivasse a sanzioni più severe erano state pesanti, specie dopo che in febbraio la Corte Costituzionale aveva ordinato la scarcerazione dei due giornalisti, dopo 92 giorni di prigione. In quella circostanza Erdogan aveva apertamente dichiarato di non rispettare la sentenza.

Ma, se la Corte di Ankara ha saputo attenuare le richieste della Procura (e ha anche stabilito che i due condannati restino a piede libero in attesa della sentenza di appello), il clima di intolleranza scatenato da Erdogan si è manifestato fuori dell’aula del tribunale, ove un fanatico seguace del presidente, il quarantenne Murat Sahin, ha sparato all’indirizzo di Dundar, urlandogli “traditore”. Fortunatamente i colpi sono andati a vuoto e il “patriottico” attentatore è stato arrestato. “Non conosco l’attentatore, ma so chi lo ha incitato” ha commentato Dundar.

Che la libertà d’informazione in Turchia sia sottoposta a gravissime violazione (nella classifica stilata da Reporters Sans Frontières, Ankara è al 151° posto su 180 nazioni), lo dimostra anche un altro episodio. L’annunciata chiusura (fissata per il 15 maggio) del quotidiano Zaman. Questo giornale era, fino a poche settimane fa, forse il più diffuso quotidiano di opposizione. Ma, ai primi di marzo, la polizia era entrata in redazione e, su ordine della magistratura, aveva insediato due commissari straordinari. Il provvedimento era motivato dall’accusa che Zaman facesse parte di un complotto agli ordini di uno storico avversario di Erdogan, cioè Gulen, che ora vive negli Stati Uniti.

In conseguenza della “militarizzazione”, Zaman è diventato un vacuo foglio di propaganda governativa, non vende che pochissime copie e dunque non ha più ragione di esistere. A fronte di eventi di questa portata, sono in molti a chiedersi se valga ancora la pena per l’Unione Europea di avere la Turchia come interlocutore per un problema dalle dimensioni enormi come quello dei profughi, un problema, come si è detto, che comporta un enorme finanziamento (6 miliardi) a Erdogan. E, se Federica Mogherini, Alto Rappresentante della politica estera della UE, si limita per ora a dichiarare prudentemente che è “un po’ troppo presto per stabilire se le dimissioni di Davutoglu avranno implicazioni e nel caso in quale senso”, c’è chi, come Matteo Renzi, mette apertamente in discussione la conferma del patto col presidente turco.

“Ciò che avviene in Turchia pone un interrogativo sull’accordo tra Unione Europea e governo di Ankara” ha detto il primo ministro italiano. “L’accordo con la Turchia non può essere la sola soluzione”. Sulla condanna dei giornalisti turchi e sull’attentato a Dundar ha preso posizione il sindacato dei giornalisti italiani.

“Le parole di Dundar” rilevano in una nota il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti “si riferiscono alla violenta campagna di odio scatenata dal presidente Erdogan che ha fatto trascinare in tribunale Can Dundar e il suo collega Erdem Gul, accusati di essere complici dei terroristi per il solo fatto di aver fatto il loro mestiere di cronisti. Qualche giorno fa siamo andati a protestare davanti all’ambasciata turca, ora chiediamo alle istituzione europee di porre il tema della libertà di informazione al centro del negoziato con la Turchia”.

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