Renzi, l’ossessione dei referendum. Confindustria lo elogia e gli dice “sì”. Ignora la crisi. Cgil: politiche vecchie, il valore dei contratti nazionali

Renzi, l’ossessione dei referendum. Confindustria lo elogia e gli dice “sì”. Ignora la crisi. Cgil: politiche vecchie, il valore dei contratti nazionali

In qualsiasi parte del mondo, Renzi Matteo non riesce a liberarsi di quelle che ormai sono le sue ossessioni, il referendum sulla riforma costituzionale e  l’Italicum, la legge elettorale che consegna tutti i poteri al partito che anche con il solo 25 per cento della metà o più dell’elettorato si prende tutto. Si trova in Giappone, si svolge un vertice  dei “grandi”, il G7. E lui di cosa parla, o meglio chi offende? Tutti quelli che dichiarano di votare no nel referendum costituzionale. E i telecronisti italiani sono pronti a diffondere il verbo renziano ad ogni ora del giorno e della notte. Forse vorrebbero conoscere dalla viva voce del premier cosa diavolo si sono detti quelli del G7. Magari che hanno scoperto l’acqua calda quando hanno affermato che con la sola politica monetaria non si affrontano i problemi della crescita. Anche uno studente al primo anno di un corso di laurea in Economia sa che ci vuole ben altro. Del G7 ne parliamo in apertura del nostro giornale, si può dire che segna le difficoltà di una “globalizzazione “ inventata sulla carta. Così come accade per la Unione europea. Le riunioni della Commissione si concludono nel niente, al più annunci che piacciono tanto a Renzi.

I media, cassa di risonanza della politica del governo

I media sono la cassa di risonanza della politica renziana. Scompaiono i problemi reali del Paese. In compenso riceve gli elogi di Confidustria per le riforme che ha fatto, il suo ministro, Carlo Calenda,  un duro che aveva inviato in Europa per fare il cane da guardia, è applauditissimo. Da notare che in passato è stato un dirigente di Confindustria. E l’organizzazione degli imprenditori  fa un regalo al premier: il “sì” al referendum costituzionale.

È più importante tentare di dividere l’Anpi, l’associazione dei partigiani italiani, che  raccontare la vita reale di questo paese, i problemi di milioni di persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese, milioni a palate che si portano a casa  un ristretto gruppo di dirigenti, si fa per dire, di aziende pubbliche e private. E non c’è solo Marchionne, novello Paperon de’ Paperoni. Oppure dei giovani senza lavoro, quasi il 40%  ma le statistiche non ci dicono tutta la verità. Può darsi il caso che fra gli occupati vengano inseriti quei giovani, tantissimi, retribuiti con un voucher. Magari li trovate a dare volantini per conto di candidati alle elezioni amministrative, pagati in nero oppure, appunto con un voucher.

L’inutile ottimismo di Renzi, lo spaccone, Padoan e Poletti

Renzi Matteo e Padoan, con l’aggiunta di Poletti, sprizzano ottimismo. Il premier sempre più assume le caratteristiche dello “spaccone”, ricordate,  un bel film del 1961 con Paul Newman. Fa sapere che con lui siamo diventati la “locomotiva dell’Europa”. In realtà siamo l’ultima ruota del carro o quasi. Gli ultimi dati economici sono disastrosi. La produzione industriale, il fatturato, hanno fatto un tonfo, seguiti dal settore del commercio che perde colpi, anche la fiducia delle famiglie fa un balzo all’indietro, la fase di deflazione con tutti  i danni che comporta non  accenna a finire, più di due milioni di  famiglie non hanno reddito, i disoccupati restano vicini ai tre milioni. Per non parlare delle pensioni, di  quelle tante sotto i cinquecento euro mensili. Per quanto riguarda il Pil siamo il fanalino di coda dell’Europa. I dati sono  “ballerini” ma se nel 2016 arriviamo a un più uno è già un successo.

La ripresa che non c’è. Lo dicono anche gli imprenditori

Dove sta la ripresa? Non c’è. Perfino Confindustria diretta ora dal “falco” Vincenzo Boccia, molto simile a Marchionne, sembra un suo alunno, dice che “la nostra economia è senza dubbio ripartita  ma non è in ripresa”. Elogi sì sembrano dire gli imprenditori, ma riga dritto. Ci pensa Calenda a rassicurarli. Dopo aver ascoltato la relazione di Boccia secondo cui la ripresa dell’economia si può realizzare solo se i salari sono legati alla produttività non c’è bisogno che il governo intervenga per smantellare la contrattazione nazionale. Boccia ha detto chiaro e tondo che eventuali aumenti salariali potranno essere contrattati  nelle aziende, secondo parametri decisi dalla azienda che andranno a costituire la produttività. Una prova di forza è affidata a Federmeccanica con la trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici ormai bloccata da mesi proprio sulla questione salariale e sulla contrattazione nazionale che dovrebbe solo occuparsi di definire le tutele fondamentali del lavoro. “Il nodo da sciogliere – dice Boccia -è qui”. Le tute blu non ci stanno e i sindacati, Fiom, Fim, Uilm, hanno ritrovato l’unità ingaggiando una dura lotta con scioperi e manifestazioni.

Sulla contrattazione  distanza abissale fra la relazione Boccia  e i sindacati

“C’è una distanza abissale fra il documento sulla contrattazione presentato da Cgil, Cisl, Uil e le posizioni di Confindustria”. Franco Martini, segretario confederale della Cgil, risponde a Confindustria proprio sul fatto che ancora non  è stato convocato alcun incontro per discutere nel merito del documento di Cgil, Cisl, Uil. Confindustria intende discuterlo dopo  il rinnovo  dei contratti in corso. Nel mondo imprenditoriale è una posizione non condivisa da altre importanti associazioni imprenditoriali, Confapi, Confartigianato, Confcommercio, Alleanza delle Cooperative. Ma il problema dell’economia italiana, della crisi di cui i recenti dati sono la prova provata, è solo dato dal rapporto fra salario e produttività? Investimenti pubblici e privati, politiche di sviluppo di cui non si vede il segno, sono altra cosa. Devono essere sempre i lavoratori e i pensionati a pagare? Politiche vecchie che la “nuova” Confindustria rispolvera. E la parola “vecchia” è usata anche da Susanna Camusso, segretario generale della Cgil che dice: “La relazione di Boccia è stata contraddittoria, il rapporto tra salario e produttività è una visione vecchia che non si misura con riduzione degli investimenti e ritardo tecnologico”. Furlan e Barbagallo, segretari generali Cisl e Uil richiamano la necessità di aprire  un tavolo di confronto e richiamano il documento unitario dei sindacati che Boccia sembra neppure considerare.

Calenda invita i padroni a frequentare il ministero. Politica industriale per le imprese

Che dice il ministro, dirigente di Confindustria? Si “fida” dei padroni, annuncia che il governo non interverrà sui contratti e dal palco li invita “ad andare al ministero perché non esiste in un Paese moderno la possibilità di fare politiche industriali se non con le imprese e per le imprese”. E bravo Calenda, neppure i peggiori ministri democristiani avrebbero detto una cosa del genere. La politica industriale si fa con le imprese e chi le rappresenta e magari  anche con chi rappresenta i lavoratori. Non  “per le imprese”, ma per il Paese.

La platea entusiasta. Ma  perché neppure un accenno alla corruzione.

Dalla platea arrivano dichiarazioni entusiastiche degli imprenditori, quelli magari che si sbranano in privato e in pubblico si contendono giornali e televisioni. Vale per tutti il commento di Carlo De Benedetti, presidente del gruppo Espresso, autore dell’accordo con il gruppo de La Stampa che fa capo agli Agnelli. Dice “Un intervento eccellente, innovativo, pieno di civismo, non retorico, ma guarda al futuro e non si sofferma a fare l’elenco dei mali del Paese. Partecipo da molti anni  alla assemblea di Confindustria e questa è stata la migliore”. Si capisce perché l’orientamento di Repubblica si è spostato verso  Renzi e il renzismo.

Chiudiamo con una domanda al signor Boccia. Perché non ha dedicato neppure una riga alla lotta contro la corruzione ? Pare che  ce l’abbia anche in casa Confindustria.

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