Referendum. La “carica dei duecento” in soccorso a Renzi. Tutto da ridere, quei “giuristi” hanno visto un altro film

Referendum. La “carica dei duecento” in soccorso a Renzi. Tutto da ridere, quei “giuristi” hanno visto un altro film

In Italia siamo tutti giuristi, così come siamo allenatori delle squadre di calcio. Se uno insegna diritto costituzionale diventa un costituzionalista, un professore ordinario come un associato, come un ricercatore, come neolaureati, magari  stagisti. Bene, largo ai giovani. Se uno ha visto qualche partita di calcio si sente l’allenatore della nazionale. È ovvio che, da modesti cronisti, né costituzionalisti, né allenatori di calcio, non ci permettiamo di mettere in discussione il “chi è” delle quasi duecento persone che hanno sottoscritto il manifesto renziano per il “sì” al referendum costituzionale, fra i quali politologi di lungo corso o ex costituzionalisti diventati amministratori pubblici, ex ministri, economisti, sociologi, tributaristi,  dirigenti di qualche cosa per meriti renziani. Se non è zuppa è pan bagnato magari, chissà, in origine erano decisamene critici nei confronti della “deforma” come la chiamano quei gufi del “no”. Avevano firmato un testo in cui non si diceva né sì né no. Lette le prime righe verrebbe voglia di smettere. Perché la dichiarazione d’amor renziano, genuino o acquisito non importa, inizia con una bugia grossolana.

Desolanti immagini di Palazzo Madama e Montecitorio. Ma i firmatari non l’hanno viste

Scrivono i “duecento” o quasi, per inciso ci ricordano un noto film Disney, “La carica dei 101”, che ha fatto la felicità di grandi e piccini, che la riforma è stata varata “a larga maggioranza”. C’è da chiedersi quale film hanno visto o chi gli ha raccontato una balla così grande. Magari erano distratti, impegnati nelle aule universitarie o di qualche liceo. Non hanno visto le desolanti immagini di Palazzo Madama e anche di Montecitorio semideserte. Chi afferma una tale sciocchezza non è credibile. La “deforma” è stata approvata fra canguri, lacci e lacciuoli, impicci, voti di fiducia, aule semivuote, opposizioni che abbandonano i lavori, appelli al presidente della Repubblica. Come è noto i senatori, tanto per fare un esempio sono 315, alcuni articoli della legge sono stati approvati con 140 voti favorevoli. Ancora, dei 315 senatori, votanti solo  277, e a favore della legge hanno votato in 165.  L’immagine dell’Aula di Palazzo Madama devastante.

Un testo fotocopia delle “veline” che da Palazzo Chigi arrivano agli scriba

Per dovere di cronaca siamo andati avanti nella lettura dell’appello. Man mano che scorrevamo il testo avevamo la sensazione di averlo già letto. In realtà è la copia delle tante dichiarazioni di Renzi Matteo, delle sue clip, delle “veline” che da Palazzo Chigi arrivano agli scriba amici i quali non aspettano altro. Sembra una commedia dell’arte, verrebbe da ridere. Ma la cosa è estremamente seria, i nostri colleghi scriba sembrano non accorgersene, ormai digeriscono tutto. Ci sono alcuni passaggi nel testo dei “quasi duecento”  determinanti nella propaganda renziana.  E ci teniamo a sottolineare che perfino La Repubblica, ormai noto bollettino del premier afferma che le “ragioni ( del “sì”, ndr) sono elencate e spiegate punto per punto in un documento elaborato quasi a compendio degli argomenti usati dal presidente del Consiglio”.  Riconoscono, bontà loro,  che nel progetto “non c’è forse tutto, ma c’è molto di quel che serve”. Poi si elencano le “bontà”, approvate “con coraggio dal Parlamento”. Vero, c’è voluto un bel coraggio ad approvare un pasticcio, fra l’altro scritto in un modo che offende la grammatica e la sintassi, così grande manomettendo una Costituzione, chiara, limpida, redatta in buon italiano, il che non fa mai male.

La Carta come un’auto. Non tocchi la carrozzeria, la Parte prima,  ma un guasto al motore la mette fuori uso

Ci vuole coraggio da parte dei firmatari ad affermare che “quanti, come noi, sono giustamente affezionati alla Carta del 1948, esprimiamo invece la convinzione che – intervenendo solo sulla parte organizzativa della Costituzione e rispettando ogni virgola della parte prima – la riforma potrà perseguire meglio quei principi che sono oramai patrimonio comune di tutti gli italiani”. Questa affermazione è diventata il punto di attacco da parte dei difensori della riforma. Una solenne sciocchezza. Ci spiace dirlo dal momento che due personalità come Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso usano questo argomento. La Costituzione è come una bella auto. Ha una carrozzeria e un motore. Se il motore, quello che viene considerata la parte applicativa della Carta, si guasta la carrozzeria non ti serve a niente. O meglio può restare un bell’oggetto da tenere in vetrina. Neppure una macchina d’epoca perché quelle camminano ancora, sono splendide e hanno bisogno solo di una buona manutenzione, un’autofficina adeguata ed un proprietario che non rottama l’antico. E qui  di rottamazione ce n’è tanta, sono ben 47 gli articoli modificati. Infine una nota che sarebbe comica se non grave, indicativa del pensiero dei firmatari.

L’Italicum come la frizione. Se si rompe l’auto non cammina

Parlano di  risparmio dei costi del Parlamento, di riduzione di 220 parlamentari, i senatori che non ci sono più, ma i deputati sono ben 630. Servono tutti quanti? Ma poi si può misurare una Costituzione sulla base di quanto costa? La parsimonia è d’obbligo ma proprio sulla Costituzione si devono fare i risparmi? Finita la lettura dell’appello dei “duecento”, con qualche sforzo ci siamo posti una domanda: perché nel testo non c’è neppure un accenno all’Italicum? Ha qualche relazione o no con la “deforma”? Sempre facendo ricorso all’auto quella pessima legge potrebbe essere definita come la  frizione. Se si rompe o funziona male sono guai.

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