Rai. L’abito fa il/la giornalista. All’informazione ci pensano i renziadi

Rai. L’abito fa il/la giornalista. All’informazione ci pensano i renziadi

Per fortuna non sono mai stata assunta in Rai. Neppure un posticino come precaria, giornalista free lance, un contrattino per qualche trasmissione, un voucher. Niente. Mi dicevano che dovevo trovare i canali giusti. In Rai…vede… deve sapere, se proprio le interessa torni con la carta buona. Non sono mai tornata. Se per caso fossi stata assunta avrei dovuto rinnovare il mio guardaroba, visti gli ordini di servizio che direttori, capetti vari, hanno emanato in merito all’abbigliamento di giornaliste/i. Man mano che leggevo le “ordinanze” pensavo: “L’ho scampata bella”. Pensavo a mio marito quando mi vedeva in casa con ai piedi l’amato “tacco 12” e mi diceva: “Ma non sarebbe più comodo un bel paio di ciabatte?”. E io gli rispondevo, fra lo scherzo e l’indignato, “ciabatte a me?”. E pensavo anche, visto che su questa storia assurda su come ci si deve vestire in Rai, si è addirittura aperto un dibattito, pensavo che c’entra il tacco 12 che sarebbe disdicevole calzare mentre si intervista la mamma di un ragazzino morto o una ministra, una politica che si presenta in trasmissione tutta agghindata come se andasse a un party? Il problema, mi dicevo, è che non devo chiedere a una madre cui è morto il figlio “come si sente?”. Oppure se intervisto un politico devo fargli  domande vere, non concordate, non dare per buono tutto quello che dice. Per esempio, sul referendum costituzionale devo farlo venire allo scoperto sui contenuti perché  il cittadino sappia per cosa sarà chiamato a votare. Non c’entrano per niente i centimetri della mia gonna o se porto un abito un po’ stretto che mette in evidenza le mie forme. Del resto, se lo fa la Boschi, ministro, che sembra usi abiti di una misura inferiore a quelle che sono le sue forme, perché dovrebbe essermi proibito?

Camicetta bianca e gonna nera così vestivano le “giovani italiane”

Leggevo tempo fa come si dovevano vestire, negli anni del fascismo imperante, le “giovani italiane”, camicetta bianca e gonna nera dopo essere state “figlie della lupa”, poi “piccole italiane”. Io sono donna e voglio che si noti che sono donna, non posso, non voglio nascondere la mia femminilità, qualsiasi sia il lavoro che svolgo. E poi quando guardo le parlamentari, dirigenti di partito femmine che partecipano ai dibattiti le vedo vestite da femmine, braccialetti, collane, camicette un po’ scollate, labbra tinte, a volte dalle gonne si intravedono anche pezzi di cosciotte con i cameramen che, fugacemente, si soffermano. Infine le braccia scoperte. Domanda: ci sono altre parti del corpo femminile che offendono il pudore dei direttori-censori della Rai? Facciano un elenco e piantiamola lì. Volendo potremmo anche  vestirci con un saio della penitenza. Potrei continuare all’infinito. Due parole anche a nome dei maschietti, ai quali vengono intimate giacche a tinta unita, al massimo un gessato è tollerabile. Obbligatoria la cravatta, segnale che ti fa apparire persona importante. Anche in Parlamento, se non andiamo errati, è consentito di non mettersi attorno al collo quella specie di corda, pura seta, che trovi ai mercatini, tre cravatte, pura seta, cinque euro, poi a via del Corso ne paghi una anche trenta euro. Mi viene a mente che uno che conta molto, milioni a palate, si presenta ovunque con un maglioncino di lana, girocollo. Si chiama Marchionne, in tv si presenta sempre in girocollo. Perché lui sì e al giornalista è vietato presentarsi senza la corda al collo?

Un dibattito assurdo, surreale,  per non parlare dei veri problemi della  Rai

Ovviamente le mie domande non richiedono risposte. Anzi, mi sono pentita per aver scritto questo articolo dando il mio contributo  ad un dibattito assurdo, surreale su norme, ordini di servizio atrettanto assurdi. È mai possibile che a fronte di quello che accade in Italia, in  Europa, nel mondo si discuta di come si devono vestire i giornalisti della Rai? Di una azienda che ha ben altri problemi, a partire dal potere assoluto dell’amministratore delegato, questa mi pare la qualifica del renziano che ha ben altre gatte da pelare,  a partire dalla  continua violazione dei compiti del servizio pubblico, che è sempre più “privato”, quasi un organo del governo. Ci manca che venga inserito nella nuova Costituzione. Ma non è detto che qualcuno non ci pensi. In realtà penso che questi ordini di servizio, al fatto che alcuni direttori dedichino il loro tempo ai vestiti delle giornaliste, a coprire le loro tette, alle cravatte dei giornalisti sia un diversivo: un modo come un altro per non affrontare i veri problemi del servizio pubblico primo fra tutti quello di  informare i cittadini. Oggi la Rai non lo fa. Vestitevi come volete, ma raccontateci il nostro Paese, l’Europa, il mondo.  Per quanto mi riguarda mi tengo strette le scarpe “tacco 12”.

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