Il week end di Renzi, tra demagogia, offese, trucchi e bugie. L’analisi

Il week end di Renzi, tra demagogia, offese, trucchi e bugie. L’analisi

È stato un week end decisamente intenso sul piano politico, quello che è appena giunto al termine, il primo dedicato dal presidente del Consiglio e segretario del Pd al tema del referendum costituzionale, che si celebrerà a ottobre. Prima un suo show a Bergamo, ospite del suo amico sindaco Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5, poi la visita alle industrie Brembo, e infine l’intervista domenicale al Messaggero. Tante le provocazioni di Renzi, che ha costruito un clima divisivo e carico di ostilità, in cui non ha escluso colpi bassi, falsità storiche, appropriazioni indebite di partigiani e Berlinguer. Insomma, il classico minestrone renziano demagogico, ideologico, retorico e soprattutto comizi esco, ovvero privo di contraddittorio. A sostenere il premier-segretario, naturalmente, l’Unità. Se questo è l’inizio della campagna referendaria renziana prepariamoci al peggio.

Renzi ha barato tre volte. La prima quando ha ribadito che Berlinguer era per il monocameralismo. Lo era, ma non come pensa Renzi

Su almeno tre elementi Renzi, nel suo discorso bergamasco, ha barato. Il primo è l’essersi appropriato di una decisione del Partito comunista guidato da Berlinguer, che nel 1981 sosteneva una sola Camera. Dov’è il trucco? Va detto subito che anche i padri costituenti comunisti sostennero il monocameralismo tra il 1946 e il 1948, ma dovettero trovare una sorta di compromesso con la Dc di De Gasperi che invece era a favore di una sorta di Senato delle corporazioni, o dei probi vires, se si considerano i limiti minimi imposti all’elettorato passivo e attivo. In virtù di questo compromesso – che dimostra ampiamente a Renzi e ai suoi che ogni Carta fondamentale dev’essere rappresentativa di tutte le sensibilità culturali e politiche – si decise di costruire un’architettura parlamentare basata sul bicameralismo perfetto. Piaccia o no, questa è la verità storica e qualcuno dica a Renzi che quella scelta, del bicameralismo perfetto, apparteneva alla sua tradizione storico-politica, degasperiana.

La seconda: sostenere che si oppone alla sua riforma vuole la democrazia degli “inciuci”

In secondo luogo, occorre dire che coloro che si oppongono alla riforma renziana non vogliono il Senato dopolavoristico così come congegnato dal Ddl Boschi, e credono anch’essi nella fine del bicameralismo paritario (ne sono la prova i diversi emendamenti presentati nel corso del dibattito parlamentare). Renzi dice che il Senato è sparito, che l’Italia risparmierà un sacco di soldi, che ha messo dei limiti alla politica. Non è vero. E il trucco risiede proprio nel meccanismo di nomina e nelle competenze attribuite al nuovo Senato formato da 100 persone, nominate tra consiglieri regionali e sindaci. Insomma, non spiega mai quale sorta di pasticciaccio brutto è stato combinato con quel tipo di nuovo Senato. In terzo luogo, il trucco risiede nel fatto che Renzi lega a suo modo la riforma costituzionale con l’Italicum. Lo ha fatto anche a Bergamo, sostenendo che chi non vuole le sue riforme è “un inciucista”. Ora, al di là delle offese contro coloro che non la pensino come lui, tratto tipico dei comizi di Renzi, egli dimentica (o forse volontariamente omette) di dire che un sistema ipermaggioritario, definito dalla nuova legge elettorale, nel quale una minoranza di elettori ottiene la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, ha bisogno necessariamente di riequilibrare il meccanismo dei check and balances, come dicono gli anglosassoni, ovvero di riequilibrare il rapporto tra poteri e contropoteri. Nel sistema immaginato da Renzi ed escogitato dalla Boschi, invece, la bilancia si sposta interamente sui poteri allargati dell’esecutivo, e con una sola Camera di nominati, senza contropoteri di riequilibrio, il rischio di una deriva autoritaria è del tutto evidente. Quindi, nessuno dice di non volere il monocameralismo. Qualcuno però dice che occorrerebbe fare più attenzione al sistema istituzionale e all’equilibrio dei poteri, perché non basta gridare retoricamente di aver eliminato il Senato per ragioni di contabilità dello Stato, quando la sfida si concentra sui paradigmi dei poteri pubblici. Ma di questo, ovviamente, Renzi non parla.

La terza. La riflessione pubblica di Berlinguer e del Pci nel 1981 aveva un altissimo valore politico, di analisi della fase e di uscita dalla crisi sistemica

In terzo luogo, la citazione di Berlinguer e del Pci, buttata là senza alcuna motivazione, né argomentazione, è un trucco e una violenta offesa alla memoria del grande segretario e nei confronti di un grande partito di massa, che certo non aveva la consuetudine di dire e scrivere nei suoi documenti le baggianate illustrate nei comizi di Renzi. Abbiamo già illustrato brevemente la storia del dibattito parlamentare che condusse al bicameralismo. Ora, va rammentato a Renzi e ai suoi epigoni, che il sistema istituzionale elaborato dalla Carta del 1948 si fondava sul proporzionalismo puro, dove il criterio di rappresentatività di ogni sensibilità politica superava la preoccupazione per la governabilità, termine entrato nella consuetudine politica solo negli anni Ottanta, sulla spinta dei socialisti di Craxi, e con la fine della solidarietà nazionale. Fu la sconfitta del 1979, con la conseguente vittoria del cosiddetto CAF, il triangolo Craxi, Andreotti e Forlani, che spinse il Pci di Berlinguer a rilanciare la riflessione sul tema della governabilità, e su un sistema di potere che andava consolidandosi sempre di più col segno dell’anticomunismo, ovvero del “mai i comunisti al governo”, e che diede avvio (altra dimenticanza, o volontaria omissione di Renzi) al decennio di tangentopoli, e al saccheggio delle grandi città ad opera di costruttori e politici senza scrupoli. Va anche rammentato allo smemorato Renzi, che quel grande tentativo di riflessione pubblica del Pci sulle condizioni della governabilità italiana, veniva dopo la celeberrima intervista di Berlinguer a Scalfari sulla “questione morale”, che non a caso porta la data del 28 luglio 1981. In quel Pci di Berlinguer, riflessione pubblica sulla governabilità e questione morale non potevano che legarsi strettamente, a partire dall’articolo 54 della Costituzione. Gli anni Ottanta e Novanta hanno ampiamente dimostrato quanto avessero ragione i comunisti a lanciare l’allarme.

La gaffe dell’Unità

Infine, spiace che anche il quotidiano fondato da Antonio Gramsci sia caduto nella stessa trappola tesa dal premier. L’Unità pubblica una pagina del 1981 in cui viene sintetizzata la riflessione pubblica del Pci su economia e istituzioni. Cade però in una buffa gaffe, quando nella didascalia scrive che nel 1981 si è “appena chiusa la stagione del compromesso storico”. La storia non è proprio quella. La solidarietà nazionale nasce e si consolida col delitto Moro, e termina con le elezioni politiche del 1979, quando il Pci uscì sconfitto ed emerse, appunto, il patto Craxi-Andreotti-Forlani. Nel 1981 la stagione del compromesso storico era già conclusa da un pezzo, mentre si apriva la peggiore stagione politica della democrazia italiana. Come tutti sanno, e come Renzi e l’Unità dimenticano di dire, oppure volontariamente omettono.

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