I dolori del giovane Cameron

I dolori del giovane Cameron
Appena reduce da un G7 in Giappone dove ha trovato molta solidarietà nei leader mondiali rispetto alla sua battaglia per mantenere il Regno Unito nell’Unione europea e dopo lusinghieri sondaggi che dicono che la maggioranza dei sudditi della novantenne Elisabetta seconda sono dalla sua stessa parte, David Cameron ha scoperto al rientro in patria che un numero imprecisato di parlamentari del partito conservatore sta tramando per defenestrarlo anzitempo, dopo non aver colto l’occasione quando Cameron risultò coinvolto nei Panama Papers.
Questa notizia, che indica implicitamente l’ormai svanita possibilità di liquidare il leader conservatore tramite Brexit, sta ridando fiato alla sterlina che aveva perso molto terreno contro euro e contro dollaro quando il risultato del referendum del 23 giugno sembrava molto più incerto e sta interrompendo quello sciopero degli investimenti che gli industriali hanno messo in atto da qualche mese in attesa che lo scenario divenga più chiaro e si chiarisca se l’orizzonte della Gran Bretagna è quello dell’Unione a 28 paesi o quello, molto più angusto e procelloso, degli angusti confini nazionali, con il rischio connesso di un secondo referendum per l’uscita della  Scozia dal Regno Unito e contestuale richiesta di ammissione alla UE da parte dell’ex regno di Maria Stuarda.
In pochi casi come in questa campagna referendaria, il mondo intero ha fatto a gara nell’interferire, a mio avviso giustamente, in una competizione elettorale interna a un Paese, anche se la più clamorosa è stata quella del presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che, in visita a Londra, ha apertamente ammonito i cittadini britannici dal votare per far uscire la Gran Bretagna dall’Unione, una sortita che ha fatto diventare ancora più rosso il viso di Boris Johnson, quell’ex sindaco di Londra che viene visto come l’ispiratore dell’attuale complotto in corso per rovesciare David Cameron e prenderne il posto.

Ma Obama non è stato il solo a intervenire a gamba tesa nell’agone elettorale britannico, allo scopo si sono prodotti anche i vertici dell’Unione europea, il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, più o meno tutti i leader dei paesi europei che contano e chi più ne ha più ne metta. Una serie di docce fredde sui cittadini britannici che hanno fatto prevalere gli inviti a ragionare sullo status speciale di cui godono nell’ambito della UE, inviti fatti dalla Confindustria nazionale, dalle banche e dalla City nel suo complesso, un coro che sembra non avere mai fine e che ripeteva Remain, Remain.

Do molto credito ai sondaggi, ma credo proprio che dovremo aspettare la sera del 23 giugno per dire la parola fine su questa vicenda!

Share

Leave a Reply