Il presidente della Corte costituzionale sferza Renzi e governo: “il voto fa il buon cittadino”

Il presidente della Corte costituzionale sferza Renzi e governo: “il voto fa il buon cittadino”

“Al referendum si deve votare, nel modo in cui ogni cittadino crede di votare, ma si deve partecipare al voto”, con queste parole il presidente della Corte costituzionale, Paolo Grossi, ha replicato alla domanda diretta di un giornalista, al termine della relazione sull’attività della Suprema Corte, alla quale ha partecipato anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che da parte sua ha già comunicato che domenica voterà al referendum. Il presidente della Corte costituzionale ha poi aggiunto che “partecipare al voto significa essere pienamente cittadini”, ed ha sottolineato che “la partecipazione al voto fa parte della carta d’identità del buon cittadino”.

La posizione, netta e decisa, sulla partecipazione al voto referendario come diritto e dovere civico non ha mancato di sollevare reazioni, favorevoli e contrarie, naturalmente. C’è chi si è sentito particolarmente e negativamente colpito dalle parole del presidente Grossi, a partire dal presidente del Consiglio Renzi, la cui posizione astensionista è pubblica e nota, a tal punto da aver convinto il Partito democratico, nel suo ruolo di segretario, a optare per l’astensione di massa. Il doppio ruolo di premier e segretario del partito di maggioranza ha orientato la scelta di Renzi, fino a spingersi a sostenere l’inutilità del quesito. Ma è proprio su questo punto che le parole del presidente Grossi sono pesanti come pietre: a prescindere dal merito, per il quale si può esprimere un voto contrario, il premier e segretario ha messo in discussione una delle prerogative democratiche che la Costituzione fornisce ai cittadini, raccogliere le firme, presentarle alla Corte Costituzionale, accedere al referendum. È la partecipazione al voto che regola la qualità democratica del Paese, secondo una interpretazione delle parole del presidente Grossi, sia come diritto intangibile, sia come dovere civico che garantisce “piena cittadinanza”.

Quella che insomma si sta giocando sul referendum sulle trivelle di domenica 17 aprile non è solo una partita su un responso pubblico nel merito del quesito, ma su un giudizio relativo alle forzature antidemocratiche del premier Renzi e del Partito democratico. Se infatti è la partecipazione che definisce la pienezza della cittadinanza democratica, secondo il giudizio del presidente Grossi, spingere all’astensione significa, per ciò stesso, limitare una delle basi sostanziali della democrazia. È già accaduto, infatti, in questi anni che, ad esempio, alcuni governatori di importanti Regioni italiane siano stati eletti con un numero esiguo di voti: uno su tutti, il presidente dell’Emilia Romagna è stato eletto grazie alla metà del 37% dei votanti, ovvero poco meno del 20% dei cittadini elettori. Il presidente Grossi non l’ha detto esplicitamente, ma l’ha fatto capire in modo chiaro e perentorio: con l’astensione esiste un pericolo per la democrazia. Non è un caso, infine, che nel corso della sua relazione il presidente abbia detto: “le domande poste alla Corte segnalano la riemersione nel tessuto sociale di bisogni non compiutamente soddisfatti dalla legislazione”.

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