Filcams Cgil lancia “la festa non si vende”: centri commerciali chiusi il 25 aprile e il primo maggio, altrimenti sciopero

Filcams Cgil lancia “la festa non si vende”: centri commerciali chiusi il 25 aprile e il primo maggio, altrimenti sciopero

“La festa non si vende”: con questo slogan la Filcams-Cgil affianca la campagna “contro la totale liberalizzazione delle aperture domenicali e festive nel commercio”, di negozi e centri commerciali, alla vigilia del 25 aprile. Campagna sostenuta da iniziative di sciopero programmate a livello locale, per l’astensione dal lavoro e dagli acquisti, tra cui in Umbria, Toscana ed Emilia Romagna. Scioperi sono stati infatti proclamati dalla Filcams-Cgil in Umbria in occasione del 25 aprile e del primo maggio “per consentire alle lavoratrici e ai lavoratori del commercio di andare nelle piazze dove si celebrano la Liberazione e la festa del Lavoro”. Stessa decisione, insieme agli altri sindacati di categoria Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil regionali in Toscana, per entrambe le festività. Perché il ponte del 25 aprile, che cade di lunedì, “non sia un ponte qualsiasi”, motivano Filcams, Fisascat e Uiltucs, ribadendo la contrarietà alle aperture in queste giornate e chiedendo il rispetto del significato e del valore sociale di queste festività.

Idem in Emilia Romagna ed in particolare in città come Bologna e Modena: “Inizia un weekend Resistente anche a Bologna”, scrive su twitter la Cgil locale. La Filcams ricorda che “il disegno di legge sulla limitazione delle aperture festive, approvato alla Camera a settembre del 2015, giace abbandonato in Senato. La proposta parziale ed evidentemente insufficiente prevede la possibilità di aprire le attività commerciali per un massimo di sei festività l’anno, nessun limite per le apertura domenicali, nulla sulle aperture 24 ore su 24. Restano così in vigore le liberalizzazioni decretate dal governo Monti”. E così “anche quest’anno molti negozi resteranno aperti il 25 aprile e ancora una volta ci interrogheremo sul senso di questa spinta ai consumi proprio mentre i lavoratori perdono potere di acquisto”. Ma “continuiamo a sostenere che non ci sono ragioni dominanti così forti per sacrificare la festività del 25 aprile al consumo”.

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