Caso Regeni. Tensioni diplomatiche tra Egitto e Italia. La verità sulla morte ancora lontana, e il governo pensa a contromisure

Caso Regeni. Tensioni diplomatiche tra Egitto e Italia. La verità sulla morte ancora lontana, e il governo pensa a contromisure

Sul caso Regeni, dopo il fallimento della missione romana e il richiamo (materialmente avvenuto oggi) dell’ambasciatore Maurizio Massari dal Cairo, il governo egiziano mostra una forte irritazione. Se ne è fatto portavoce il ministro degli esteri Sameh Shoukry, che ha raggiunto telefonicamente il ministro italiano Gentiloni (a Tokyo per il G7), accusando l’Italia di aver eccessivamente politicizzato il caso.

Ma che il caso abbia una evidentissima connotazione politica, al di là del polverone che hanno sollevato con una miriade di piste stravaganti, non può sorprendere il ministro egiziano. C’è piuttosto da domandarsi se al Cairo avevano messo in conto l’ostinazione del governo italiano o pensavano di cavarsela con una sceneggiata tanto spettacolare quanto vuota di contenuti.

La conferenza stampa del viceprocuratore egiziano e la telefonata di Shoukry sembrano rivelare – dietro l’apparenza della fermezza – una situazione di elevato disagio, non tanto nel sostenere l’efficacia del loro apparato investigativo, quanto nell’aver ribaltato nei fatti l’impegno a fornire alle autorità italiane la massima collaborazione.

Quando Gentiloni preannuncia nuove “contromisure”, pensa anche a iniziative sul piano diplomatico che investano direttamente l’Unione Europea, ma anche l’ONU. È difficile immaginare che la UE si sottragga alla richiesta italiana – che certamente ci sarà – di riprendere il filo del documento del 9 marzo, il quale – pur dovendo mediare opinioni discordi per intensità e orientamento – condannava fermamente la tortura e l’assassinio in circostanze sospette di Giulio Regeni, “cittadino dell’Unione” (sottolineatura non del tutto ovvia) e soprattutto sollecitava l’Egitto a “fornire alle autorità italiane tutte le informazioni e tutti i documenti necessari per consentire lo svolgimento di indagini congiunte rapide, trasparenti e imparziali” nonché a compiere “ogni sforzo per assicurare quanto prima gli autori del crimine alla giustizia”. Questa presa di posizione, pur espressa con linguaggio moderato, e unita alla “profonda preoccupazione” per le continue violazioni dei diritti umani in Egitto, aveva suscitato una riposta piccata da parte del governo egiziano. Ora, sarà difficile al Cairo sostenere che alle autorità italiane sono stati forniti “tutte le informazioni e tutti i documenti necessari”.

Se l’Unione Europea, divisa su tutto, e particolarmente sul terreno economico, non riesce a tenere il campo almeno sul piano dei diritti umani e dei principi etici (i “valori occidentali” di cui si mena continuamente vanto), non si capisce proprio dove possa trovare un tessuto unitario.

E le contromisure più propriamente italiane?

Prima degli scambi commerciali e degli investimenti (ambito delicatissimo, per il quale cominciano ad avvertirsi scricchiolii per il pericolo che saltino commesse miliardarie e ampie opportunità di lavoro), si pensa che verranno toccati gli scambi culturali e l’attività turistica, per bloccare la quale è sufficiente che da parte governativa non si garantiscano condizioni di sicurezza.

La partita è complessa e sarà sicuramente lunga. Almeno fino a quando Al Sisi reggerà la scena e sarà considerato una pedina importante per arginare il fondamentalismo islamico.

Share

Leave a Reply