“Affaire Basilicata”: storia vecchia, per questo inedita. La congiura del silenzio. Parla Maurizio Bolognetti

“Affaire Basilicata”: storia vecchia, per questo inedita. La congiura del silenzio. Parla Maurizio Bolognetti

Maurizio Bolognetti: il suo nome sui giornali compare poco, ma potete scommettere tranquillamente; in Basilicata lo conoscono bene. È un gran rompiscatole. Non potrebbe essere altrimenti, se da più di trent’anni è radicale e non si è ancora stancato di esserlo e farlo. In Basilicata i vari potentati lo conoscono bene perché da anni denuncia (anche in concreto, quante denunce ed esposti non lo sa neppure lui) gli scempi ambientali e le enormi speculazioni che si consumano nella sua regione. A queste vicende ha dedicato anche un paio di libri: “La peste italiana. Il caso Basilicata. Dossier sui veleni industriali e politici che stanno uccidendo la Lucania” (del 2011, cinque anni fa!), e “Le mani nel petrolio. Basilicata coast to coast, ovvero da Zanardelli a Papaleo, passando per Sanremo e Tempa Rossa” (del 2013). Possibile che non una copia di questi due libri, in tutti questi anni, non sia finita sulla scrivania di nessun magistrato? Ma è pur vero che la giustizia italiana ha i suoi tempi, che notoriamente non sono esattamente veloci…

Un triste primato. Ai primi posti per decessi da malattie tumorali

Ad ogni modo, per rinfrescarci la memoria (o finalmente conoscere quello che finora non si sapeva), con il primo libro si racconta di “una congiura del silenzio sui delitti commessi dalla classe politica che ha nella situazione lucana un esempio tra i più nitidi”. Ascoltatelo, Bolognetti: parla “dei motivi per cui la Basilicata è ai primi posti in Italia per decessi da malattie tumorali, la cui incidenza è in costante crescita rispetto al resto del paese”. Parla di una regione in cui la sovrapposizione tra ente controllore e controllato, certamente “in materia ambientale, è una costante. Basti pensare al silenzio tenuto per almeno un anno dall’Arpab sul fatto che l’inceneritore Fenice immette mercurio e altre sostanze cancerogene nel fiume Ofanto e che comunque, prima durante e dopo il periodo di omertoso silenzio dell’ente regionale di controllo, nessuno ha provveduto a far fermare”.

Non basta. Perché con il suo secondo libro Bolognetti si occupa degli effetti, chiamiamoli come oggi s’usa dire, “collaterali”, ambientali e non generati dalle attività estrattive in quella che l’autore definisce “Basilicata Saudita”: “Nel solo 2012 dalle viscere della Lucania sono stati estratti più di quattro miliardi di kg di olio greggio, oltre 25 milioni di barili. L’82 per cento del petrolio estratto in Italia. Un mare di oro nero che è diventato una sorta di maledizione per una terra dove, paradosso insultante, il prezzo alla pompa è tra i più alti d’Italia”.

E ora che finalmente il bubbone è scoppiato?

“Se provassimo ad avere una visione d’insieme e a non ragionare solo per compartimenti stagni”, risponde Bolognetti, “potremmo improvvisamente accorgerci di ciò che lega la vicenda petrolifera lucana, dello hub petrolifero d’Italia, che a volte ho definito ‘Basilicata Saudita’, e le questioni attinenti lo Stato di Diritto e il Diritto universale alla conoscenza, laddove, giova ripeterlo, senza conoscere per deliberare non può esserci democrazia vera”.

Una conferma?

“Molto più che una conferma. Oggi posso ricordare a me stesso quello che da tempo vado dicendo: l’Italia è uno Stato canaglia anche sul fronte della tutela ambientale e della tutela della salute umana. Ecco, credo di aver raccontato questo. Credo di aver visto i dettagli in una visione d’insieme. Il particolare e il generale, il generale e il particolare…”.

Magra soddisfazione quella di poter dire a testa alta: ve l’avevo pur detto…

“Magrissima…. Vecchia storia, nessuno è profeta in casa sua… Una profezia che continua, se è per questo”.

Ci sarà pure qualcuno che le dice: avevi visto giusto, a suo tempo…

“A chi dopo aver ignorato anni di lotte e di denunce, dalle quali ho tirato ‘fili’ di politica radicale e di proposta, oggi mi chiama per dirmi solo ‘dacci un nome’ rispondo così: Uno soltanto? Ve ne basta uno solo? Magari per salvare tutti gli altri e per assolvere un sistema e tacitare la coscienza e non affrontare le questioni vere e di fondo? Volete un nome? Ne ho fatti tanti, ma non per le vostre stesse ragioni. Ci sono 25 anni, fiumi di inchiostro e di ‘nomi’, di critica agli atti. Tante volte, assumendomene la responsabilità, ho denunciato quelli che ritenevo reati, invocando l’intervento di chi è preposto a far rispettare la Legge”.

Possiamo quantificare l’attività estrattiva in Basilicata?

“L’Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse, dice che il 34 per cento del territorio lucano è interessato da attività di ricerca e coltivazione idrocarburi. Questa percentuale, anche grazie al cosiddetto ‘Sblocca Italia’, potrebbe in breve tempo arrivare addirittura al 75 per cento. I titoli minerari vigenti al 31 agosto 2015 erano trentuno: dieci permessi di ricerca, venti concessioni di coltivazione, una concessione di stoccaggio. Intanto, risultano pendenti diciotto richieste per il conferimento di nuovi titoli minerari. La Basilicata è il primo produttore nazionale di greggio. Nel 2014, l’80 per cento del petrolio estratto sulla terraferma nel nostro paese è arrivato dai giacimenti lucani, in particolare dalla concessione di coltivazione denominata ‘Val d’Agri’, la cui titolarità è in capo alla joint-venture Eni-Shell”.

E per quel che riguarda i danni e i rischi ambientali?

“Giova ricordare quanto scriveva nel 2000 la Commissione Bicamerale sul Ciclo dei Rifiuti nella relazione dedicata alla Basilicata: ‘Nel complesso l’indagine ha censito 890 siti inquinati, la metà dei quali connessi alle attività di prospezione ed estrazione petrolifera’. Nel 1996, un gruppo di esperti, ingaggiati dalla Regione Basilicata per valutare i costi e i benefici delle attività estrattive, produsse un rapporto intitolato ‘Petrolio e Ambiente’. In questo documento c’è scritto che eventuali incidenti avrebbero potuto ‘recare danno alle risorse idriche compromettendo una delle principali risorse(rinnovabili) dell’area’. Da allora, ma anche in precedenza, di incidenti ne abbiamo avuti tanti. C’è buon senso nell’autorizzare attività notoriamente fortemente impattati a ridosso di dighe, sorgenti, centri abitati, parchi, in aree a rischio frana e ad altissimo rischio sismico? La Basilicata è un unico bacino idrico di superficie e di profondità. Per citare un ministro della Repubblica, fare ‘buchi per terra’ in un territorio delicatissimo dal punto di vista idrogeologico come quello lucano, significa mettere a repentaglio una risorsa, essa sì strategica, qual è l’acqua. Nel nostro agire dovremmo tenere in seria considerazione chi verrà dopo di noi”.

In campo ci sono corposi interessi

“I principali operatori attivi in Basilicata sono Eni, Shell e Total. La Total sta costruendo nell’Alta Valle del Sauro il terzo Centro Olio della Basilicata e per farlo ha letteralmente sbancato un’intera montagna. Per dirne una, la banca d’affari Goldman Sachs considera il progetto ‘Tempa Rossa’ uno dei 128 progetti più importanti al mondo. A Corleto Perticara qualche anno fa hanno trovato dei terreni dove erano stati stoccati migliaia di metri cubi di fanghi provenienti dalle attività di estrazione idrocarburi. Potremmo definirlo uno dei tanti ‘effetti collaterali’ delle attività minerarie. Un Centro Olio, in base alle direttive Seveso, è uno stabilimento a rischio incidente rilevante. Eppure, in Val d’Agri è stata autorizzata la costruzione di un Centro Olio a pochi metri dalla Diga del Pertusillo che offre acqua da bere alla Puglia. Di certo non stanno perseguendo gli interessi del Paese, quelli proprio no”.

Share

Leave a Reply