Vertice UE con la Turchia rinvia tutto al 17 marzo. Ankara vuole troppo, ma non cede sui diritti

Vertice UE con la Turchia rinvia tutto al 17 marzo. Ankara vuole troppo, ma non cede sui diritti

L’Unione europea ha deciso di rinviare nuovamente di altri dieci giorni l’approvazione di un accordo con la Turchia teso a fermare il flusso dei migranti. Il vertice dei 28 capi di stato e di governo della UE con la Turchia a Bruxelles soltanto nella notte tra lunedì e martedì è riuscito a venire a capo di discussioni faticose, bilaterali, trilaterali, plurime, decidendo però il rinvio a un nuovo incontro per il 17 marzo prossimo a Bruxelles.

Il governo turco ha creato la sorpresa, mettendo sul tavolo una serie di proposte – sostenute con forza da Germania e da Commissione europea –  e una lista di emergenze, di fronte ad una Europa in disperata ricerca di una soluzione alla crisi. In questa posizione di enorme forza contrattuale, Ankara ha alzato la posta in gioco, prima reclamando altri 3 miliardi di euro di aiuti supplementari, contro l’impegno di tenersi centinaia di migliaia di migranti sul suo territorio, evitando che prendano il mare verso la Grecia e l’Europa. E non solo. La Turchia è sembrata anche disponibile ad accogliere l’ondata dei profughi siriani sbarcati sulle coste greche e lì rimasti per effetto della chiusura della frontiera macedone. L’impegno turco contribuirebbe ad accelerare la realizzazione di un accordo di riammissione, che dovrebbe prevedere, a partire da giugno, che i migranti economici vengano espulsi e rimpatriati. A loro volta, gli stati europei si impegnano ad accogliere nella UE i rifugiati accolti in Turchia, legalizzati e censiti.

Esulta la Commissione, esulta la Merkel ed esulta Hollande per il negoziato con la Turchia. Secondo loro, si tratta di un traguardo molto importante, che quasi certamente riuscirà, grazie alla Turchia, ai miliardi di aiuti e qualche sconto in materia di diritti umani, a sanare le grandi contraddizioni sorte nel Vecchio continente. Il premier Renzi, prima ha donato ai suoi colleghi una copia di Fuocoammore, il film che ha vinto l’Orso d’oro a Berlino, e che parla di Lampedusa, poi ha minacciato di non firmare il documento finale dell’accordo con la Turchia se non vi fosse contenuto un cenno alla libertà d’informazione. Evidentemente, non gli ha creduto nessuno.

L’obiettivo di queste misure, difese strenuamente dalla Germania di Angela Merkel, insieme a Tsipras e al turco Davutoglu, vera grande protagonista del vertice, è proprio quello di lanciare un messaggio a tutti coloro che intendano sbarcare sulle coste europee: i migranti economici saranno rimpatriati, e i richiedenti asilo saranno costretti a inviare la loro richiesta legale alle autorità turche, per poi essere trasferiti in un paese europeo. Al termine del vertice, a notte fonda, molti punti restano ancora da chiarire, a partire dalla legalità stessa di queste disposizioni. Perché trattenere i rifugiati in Turchia per ospitarli dopo? Tra le contropartite che la Turchia intende mettere nero su bianco vi è anche la sua adesione all’Unione europea. La Germania potrebbe ingoiare il rospo, insieme con la Francia, ma la questione delle libertà civili e religiose in Turchia diventa questione dirimente. Inoltre, da parte degli stati balcanici e dell’est più oltranzisti vi è una forte opposizione ad ogni tentativo di rilocalizzazione dei profughi siriani, sia che fossero illegali, sia che fossero legalizzati in Turchia. Insomma, il prezzo che Ankara costringe a pagare è per l’Europa altissimo. Intanto, altri tre miliardi di euro in tre anni, che si aggiungono ai tre già concordati, per favorire l’accoglienza e l’ospitalità di 2,7 milioni di siriani. Poi, Ankara spinge per ottenere dalla UE, a partire da giugno, un regime di rapporti che non abbia bisogno di passaporti e visti per i cittadini turchi che volessero viaggiare in Europa.

“Non si può agire che così”, ha realisticamente e amaramente detto Angela Merkel al termine del vertice notturno di Bruxelles. Berlino ha dovuto mediare tra tre posizioni: quella greca e italiana, che con la chiusura delle frontiere balcaniche sostengono il peso maggiore dei nuovi arrivi; quella austriaca e dei paesi orientali che spingono per chiudere l’accesso ai migranti e ai rifugiati; e quella tedesca, molto più incline a sostenere un principio di accoglienza e di rilocalizzazione dei profughi. Per la Commissione si tratta di un buon accordo che ricondurrebbe alla normalità il cosiddetto “spazio Schengen” entro la fine del 2016, con la fine dei controlli interni reintrodotti da alcuni paesi.

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