Ue. Esclusivo. Un report riservato frusta l’Italia. L’economia non tira, la ripresa è modesta. Ma il rimedio suggerito è peggiore del male

Ue. Esclusivo. Un report riservato frusta l’Italia. L’economia non tira, la ripresa è modesta. Ma il rimedio suggerito è peggiore del male

Un’analisi impietosa della situazione economica del nostro Paese, un “meccanismo di allerta”, un confronto con le priorità che la Commissione europea a novembre dello scorso anno aveva indicato ed i risultati conseguiti. È questo il contenuto, non pubblico, presentato a Roma in una riunione riservata, presenti esponenti di associazioni imprenditoriali e di sindacati, di un report messo a punto dai tecnici della Commissione Ue. Solo un “momento di riflessione”, non un documento ufficiale, ma senza dubbio un “testo base” per la valutazione che la Commissione dovrà dare a maggio sulla legge di stabilità, sulle correzioni che con la lettera inviata di recente al governo ha sollecitato. Una “ipotesi di relazione”, si dice, relativa all’Italia del 2016 che parte dalle tre raccomandazioni che riguardavano le priorità che la Commissione aveva indicato: rilanciare gli investimenti, proseguire le riforme strutturali per modernizzare le economie degli Stati membri ed attuare politiche di bilancio responsabili. Nel report si parte da lontano. Nel decennio precedente la crisi – si legge nella sintesi diffusa ai presenti – il potenziale di crescita dell’Italia “è stato considerevolmente limitato da alcune debolezze strutturali profondamente radicate: la crescita annua del Pil reale italiano attestata in media all’1,5%, ossia 2/3 di punto percentuale al di sotto della media euro, soprattutto a causa della modesta produttività locale dei fattori, l’elevato rapporto debito pubblico/Pil e il saldo negativo, e in peggioramento, delle partite correnti, che hanno limitato ulteriormente la capacità dell’economia italiana di resistere agli shock economici avversi”. Sia a livello nazionale sia europeo fino al 2014 “l’economia ha continuato a contrarsi. Nel 2015 il Pil reale dell’Italia è tornato ai livelli dei primi anni 2000, mentre il Pil della zona Euro era superiore a quei livelli di oltre il 10%”.

Forte aumento della disoccupazione. Drastica flessione degli investimenti

Gli investimenti  in Italia, ci dicono gli spin doctors di Bruxelles, hanno registrato “una drastica flessione, in media più accentuata che nel resto della zona euro. La disoccupazione e la disoccupazione di lunga durata, hanno registrato un forte aumento, mentre la produttività totale dei fattori ha continuato a scendere e il tasso di partecipazione è rimasto tra i più bassi dell’Ue. Si è dunque di conseguenza allargato il divario che separa la crescita potenziale dell’Italia dal resto della zona Euro”. “Nel 2014 – fanno ancora sapere gli analisti – il rapporto debito pubblico/Pil è salito oltre il 130% dal 100% registrato nel 2007. Le quote italiane del mercato delle esportazioni sono scese considerevolmente fino al 2009, senza che la competitività migliorasse negli anni successivi, anche a causa della reattività lenta di prezzi e salari agli shock economici. Sebbene il settore finanziario abbia dimostrato una relativa resistenza durante la crisi finanziaria mondiale, la prolungata recessione, ha causato un accumulo di uno stock considerevole di crediti deteriorati, indebolendo la capacità delle banche di sostenere la ripresa”. Nel 2015 solo una minima espansione dell’attività economica. Rischi di revisione al ribasso

Nel 2015, contrariamente a quanto affermato da Renzi Matteo, da ministri come Padoan e Poletti,  c’è stata una “modesta espansione dell’attività economica. Anche in questo caso però, la ripresa dell’Italia è più debole rispetto a quanto si registra in area Euro ed è comunque sottoposta a rischi di revisione al ribasso. Sulle prospettive pesano in particolare il rallentamento sui mercati emergenti e le recenti turbolenze sui mercati finanziari”. Altro che ripresa stabile di cui cianciano il premier e il suo staff di bocconiana provenienza. Il report parla di crescita fiacca che “complica il percorso verso la riduzione dell’elevato debito pubblico e il recupero della competitività. L’elevato debito pubblico, continua a sua volta, a penalizzare la performance economica dell’Italia e ad esporre il Paese a shock esterni”. Anche i tecnici di Bruxelles sono rimasti vittime dei dati diffusi da Istat sul mercato del lavoro secondo cui  “la nuova normativa  a tempo indeterminato e gli sgravi fiscali per le nuove assunzioni stanno avendo un primo effetto positivo”. I dati recenti relativi al primo trimestre  dimostrano il contrario. Il report, comunque, non si sbilancia. Anzi, si esprimono preoccupazioni  “per  la disoccupazione di lunga durata, il rischio di esclusione dal mercato del lavoro che pesa sui giovani e la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro”.

La ripresa modesta in Italia influisce negativamente sul potenziale di crescita dell’Europa

Queste valutazioni negative arrivano insieme a una preoccupazione e a un  monito di cui si è fatto menzione anche nella lettera inviata dalla Commissione al governo. Viene rilanciata una “anticipazione” del prossimo Rapporto. “La ripresa modesta – affermano gli analisti Ue – e le debolezze strutturali del Paese influiscono negativamente sulla ripresa e sul potenziale di crescita dell’Europa”. Allo stesso tempo la domanda esterna e l’andamento dell’inflazione “sono di primaria importanza per la ripresa dell’economia italiana, per gli sforzi di riduzione del rapporto debito/Pil e per il ritorno alla competitività”. Giudizio che assume ancor più valore alla luce del ritorno in deflazione del nostro paese.

Infine qualche nota sul fisco. Il rapporto gettito fiscale-Pil nel 2014 era tra i più elevati della Ue anche a causa del costo del debito pubblico. “L’abolizione della imposta sulla prima casa – scrivono gli analisti Ue – acuisce il problema. Attesa già da tempo, la revisione delle agevolazioni fiscali e dei valori catastali, ha subito un ulteriore rinvio, mentre i frequenti cambiamenti di rotta della politica fiscale, aumentano l’incertezza per gli operatori economici. Il sistema fiscale è complesso e la bassa percentuale degli adempimenti degli obblighi tributari, aumenta ulteriormente l’onere gravante su imprese e famiglie”.

La ricetta: privatizzare tutto, liberalizzare il mercato, concorrenza

Qualche rimedio? Secondo gli analisti “il contesto imprenditoriale risente degli ostacoli alla concorrenza che ancora persistono e dell’elevato onere amministrativo”. Auspicano “provvedimenti di liberalizzazione del mercato” ma fanno presente che tuttavia non elimineranno rilevanti ostacoli alla concorrenza in settori importanti quali commercio al dettaglio, servizi professionali, servizi pubblici locali e trasporti. Insomma, privatizziamo tutto, eliminiamo il commercio al dettaglio, affidiamo servizi professionali a grandi lobbies, e via dicendo. Concludono con una provocazione: “Fare impresa in Italia è nettamente più difficile che nelle altre grandi economie dell’Ue e negli ultimi anni i progressi sono stati solo modesti”. Non passa neppure per la testa agli spin doctors che proprio queste scelte  di politica economica e sociale fatte dalla Ue sono la causa del differenziale fra  il vecchio continente ed economie più giovani. La parola “investimenti” non in termini generici ma riferiti a quelli  pubblici, forse non fa parte del loro vocabolario. Se è così, Renzi  può fare sonni tranquilli. È in perfetta linea con questa politica di marca liberista, conservatrice, di cui la Commissione è maestra. Il rimedio peggiore del male, verrebbe da dire.

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