Sinistra. “Io partecipo, noi scegliamo”

Sinistra. “Io partecipo, noi scegliamo”

Ogni settimana ha la sua pena, quella di questi giorni è relativa alle cosiddette “primarie della sinistra”. Un tema che agita i sonni dei cittadini romani, già abbastanza provati da quelle del Pd, dovranno prepararsi alla seconda ondata. Battute a parte il tema c’è e divide le forze che sostengono Fassina. Il candidato sindaco della sinistra c’è già, si dice da un lato. Mentre dall’altro ci si affretta a ipotizzare addirittura altre candidature. Il primo ad arrivare è stato l’ex capogruppo di Sel in Campidoglio, Gianluca Peciola. Per le primarie si è subito schierato anche il vicepresidente della Regione, quel Massimiliano Smeriglio che da settimane parla di esteri, poi appena c’è la possibilità di far fuori Fassina si ricorda di essere cittadino romano e interviene. Sempre a gamba tesa. Un giorno si dovrà fare un ragionamento su quale segno di sinistra stia lasciando la Giunta Zingaretti, ma questa è un’altra storia.

Dall’altro lato ci sono due forze importanti che sono scese in campo a fianco di Fassina, Rifondazione comunista e Lista Tsipras che si sono schierate subito contro. Anzi erano contrarie anche prima che venissero annunciate. Dicono i compagni: il nostro candidato ce l’abbiamo già, si sarà pure lanciato senza rete, ma poi è passato attraverso un percorso partecipativo vero, ha girato davvero tutta Roma, come dice qualcuno del campo a noi avverso, e si è trattato di un percorso spesso fuori dal circuito tradizionale della sinistra. Lavoratori, associazioni, scuole. Fassina non scalderà i cuori, come dicono i pasionari della porta accanto, ma parla a un pezzo importante di Roma. Un pezzo a cui la sinistra non riusciva più a parlare. Da anni. Perché, insomma, questo ulteriore passaggio, questa consultazione popolare, quando, per di più siamo già in vista della campagna elettorale?

Lo ha spiegato in maniera semplice e lineare Fassina. Che sarà, come dicono i pasionari della porta accanto, un nemico del popolo, un keynesiano di destra, uomo di Monti, di Letta, dell’Fmi, ex Pd convertito e pure burino, ma ha un pregio; parla chiaro e dice quello che pensa. “Il fatto che ci siano personalità che vengono dal Pd interessate al nostro progetto vuol dire che siamo attrattivi, che possiamo crescere ancora”.

E se, insomma – la butto lì – ma se provassimo davvero a vincere queste elezioni?

Si, perché il Pd è al minimo di credibilità che un partito può raggiungere. Oggi si è svegliato dal letargo anche il vate Tocci. Ma francamente, se ne faccia una ragione, il messia è già passato un paio di migliaia di anni fa. Si, perché la destra avrà un ventina di candidati in più degli elettori. Si, perché i penta stallati mettono in campo una ragazzina fragilina e per giunta con l’ombra di Previti. Si, perché, finalmente, abbiamo una visione della città non subalterna a nessuno modello precostituito. Se leggete le proposte avanzate da Fassina c’è una visione della città. Una città che si riscopre comunità viva, che alza testa e chiede al governo di finirla con lo strozzinaggio. Una città che riscopre nei beni comuni il filo rosso per rinascere. Una città che mette il lavoro, anche quello pubblico, al primo posto.

Insomma perché no?

Questione Marino. Io sono stato, in questi due anni, uno strenuo oppositore del marziano. È cosa nota. Perché? perché è stato un mezzo disastro. Si è circondato delle persone sbagliate. Si è fatto guidare dal pernicioso Orfini fidandosi di lui fino a quando non lo ha buttato a mare. Abbiamo avuto come assessore Esposito. Che altro dire? Per di più rivendico in pieno le scelte fatte nel programma di Fassina. Sullo stadio, sulle Olimpiadi, sull’urbanistica, sugli spazi sociali, sulle privatizzazioni. Scelte contrarie  a quelle compiute dall’amministrazione in questi anni. Discontinuità, abbiamo detto. Rispetto al modello Roma e anche a Marino. C’è un dato però. Da parte mia ho sempre riconosciuto un fatto: un pezzo di Roma vede Marino come l’uomo che ha messo un dito nell’occhio ai poteri forti, forse anche suo malgrado. Che ha provato a risvegliare la coscienza civica dei romani. E con questo pezzo di città io voglio parlare. Voglio che stia con noi. Con loro, con i ragazzi di Contaci, anche loro forse marziani in questa politica romana così consumata nei suoi riti. Nei suoi Tocci che ci dicono sempre la strada da prendere ma non la prendono mai.

E allora come e quando? Io sono contrario alle primarie. Lo dico subito, chiaramente. Non ci sono i tempi, intanto. Ma oltre alle ragioni tecniche, provo, sommessamente, a fare un ragionamento.

In questi anni abbiamo fatto le primarie? Mai. Abbiamo semplicemente aperto dei seggi elettorali. Le primarie, come le stiamo vedendo negli Stati Uniti, sono un’altra cosa. Sono decine e decine di confronti, visioni che si affrontano e si scontrano. Conquista di un delegato alla volta. E poi i delegati a loro volta andranno a definire un programma comune. Da noi sono truppe più o meno cammellate, moltiplicazione degli elettori e poco altro. Tanto che l’unica cosa su cui si è tutti d’accordo è il plauso a quei disgraziati che stanno tutto il giorno dentro una baracchetta al freddo e al gelo senza manco il bue e l’asinello.

L’ultima tornata, i brogli, i soldi che girano… Un funerale della democrazia. Roba da cui tenersi lontani. Perché guardate che non bastano le regole, l’albo degli elettori, la registrazione, tutta fuffa. Il Pd l’ha sempre fatto, poi un omino ti si piazza a cento metri  dal seggio e distribuisce euro ai suoi clienti. Un altro arriva sui pulman. E se dici qualcosa diventi pure un pericoloso sabotatore. Mi sono fatto personalmente vari tour nelle commissioni di garanzia.

In più le primarie, strutturalmente, sono la consacrazione del culto della personalità. La vittoria dell’io sul noi, su quell’intellettuale collettivo di gramsciana memoria (un po’ ho studiato anche io) di cui tanto avremmo bisogno. Si afferma il più telegenico, il più fascinoso, il più appariscente. Renzi, insomma.

E allora? Non facciamo le primarie, facciamo “la giornata della partecipazione”. Una giornata che io chiamerei proprio: “Io partecipo, noi scegliamo”. Non primarie, ma assemblee in tutta la città. Lo proposi già a ottobre, usiamo il modello del caucus. Ora vedo che l’idea si sta facendo strada e sono contento. Non mi interessa la primogenitura. Magari non usiamo la parola caucus che in italiano è anche cacofonica. Chiamiamole priorio così: “Io partecipo, Noi
scegliamo”. Diamo il senso di un io che diventa popolo. Di tante soggettività che, insieme, diventano un noi. Di un momento di confronto, non di un seggio.

Non facciamo, lo dico davvero, un seggio elettorale. Facciamo assemblee, con presentazione delle candidature. Con interventi, tavoli tematici.  Facciamo tante, anche più di una per municipio, se serve. Altro che i gazebo. Facciamo discussioni vere. Facciamole durare anche due giorni. Un sabato e una domenica. Diamo spazio alla città.

Quando è nato Futuro a sinistra di Roma abbiamo lanciato un appello nel quale dicevamo: non delegateci più, non accontentavi delle nostre parole, veniteci  a dire le vostre di parole. Costruitevi da soli una rappresentanza politica vera. Facciamolo insieme.

Non sono importanti i candidati fra cui scegliere. È importante il popolo che ci chiede di stare tutti insieme. Per vincere e governare Roma. Adesso. Ma anche perché da Roma può e deve partire un movimento vero che porti alla ricostruzione di una forza politica della sinistra. Oltre e più ampia di Sinistra italiana. Io credo che questo faccia paura. E a questo dobbiamo gli attacchi continui, da tutti i fronti. Si capisce che a Roma c’è l’embrione della nuova sinistra e sta crescendo forte.

Avere avuto, in questi mesi, Fassina in campo ha creato le condizioni perché questo fosse possibile. E questo dà fastidio. Si vorrebbe, invece, una spalla del Pd, pronta magari al soccorso arancione al secondo turno. Adesso è il momento di capitalizzare davvero il lavoro di questi mesi. Apriamo le porte. Non è il momento di chiudersi, ma quello delle sfide a viso aperto.  Non è Fassina che sfida Marino. Non è quello il problema, il lavoro fatto darà i suoi risultati. Siamo noi che sfidiamo una città.

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