Pd. La partita a scacchi a distanza tra D’Alema e Renzi si è giocata. Massimo usa il cavallo, della politica, Matteo la torre, dell’aut aut

Pd. La partita a scacchi a distanza tra D’Alema e Renzi si è giocata. Massimo usa il cavallo, della politica, Matteo la torre, dell’aut aut

La sfida a distanza tra Matteo Renzi e Massimo D’Alema alla fine c’è stata, ed è stata durissima, soprattutto per gli attacchi di Renzi. D’Alema era atteso alla Convention della componente bersaniana del Partito democratico, in corso nei pressi di Perugia, mentre Renzi, di ritorno dall’incontro di Parigi all’Eliseo con i leader della socialdemocrazia, ha parlato per ben due ore alla Scuola democratica in un grande albergo del centro di Roma. Quel che aveva da dire, Massimo D’Alema lo aveva già detto, in un’intervista al Corriere della sera e in diverse interviste televisive. Le sue accuse all’attuale gruppo dirigente del Pd, che ha portato alla deriva il partito, tradendo lo spirito dell’Ulivo e fomentando di fatto una scissione silenziosa, sono state al centro del dibattito politico, insieme con il destino della sinistra in Italia, che secondo D’Alema va ricostruita anche al di fuori del perimetro del Pd.

La replica di Renzi a D’Alema e a Bersani

L’intervento di Renzi, in risposta a D’Alema, non si è certo fatto attendere. Renzi ha innanzitutto blindato le primarie, considerandole lo strumento democratico per eccellenza – attaccando in questo senso le ‘comunarie’ di Casaleggio e Grillo e le ‘gazebarie’ di Berlusconi – e poi ha riservato una feroce stoccata a coloro che lo accusano di avere tradito lo spirito di quell’Ulivo (e in sostanza del Pd) che mise insieme le diverse anime del centrosinistra. Ha usato astutamente il participio passato “distrutto” riferendosi all’Ulivo e ha parlato di “realtà parallela” quando ha fatto riferimento ai sussulti della minoranza del partito. Non solo, ha rivendicato – a scanso di equivoci, parlando di fatto agli ex comunisti – di aver condotto un’azione di governo adottando senza dubbio misure “di sinistra”. Su di una cosa la minoranza riunita a San Martino in Campo da un lato e il premier dall’altro sono sembrati essere d’accordo: al partito serve un rilancio, a livello nazionale come nelle città in cui si voterà a giugno. Quale sarà però la strada seguita non è ancora dato conoscerla.

Le mosse del cavallo che hanno portato D’Alema allo scacco matto

A sua volta, Massimo D’Alema ha usato lo stiletto, contro il cannone renziano. “Voglio esprimere il mio apprezzamento per il lavoro di elaborazione che si svolge qui: mai come in questo momento c’è bisogno di idee nuove per rilanciare la sinistra, senza ripercorrere ricette sperimentate da altri o anche da noi in altre epoche storiche”. E poi l’attacco frontale, ma condotto con la mossa del cavallo: “Non intendo rispondere su altri aspetti: ci sarà tempo, ci saranno luoghi. Ho espresso le mie preoccupazioni” sul Partito democratico, “ci sono state delle risposte. Ci sarà il tempo, un momento per replicare. Oggi sono qui per dare il mio contributo a queste giornate di riflessione sui temi della politica internazionale”. E tuttavia, a proposito di politica internazionale, ecco il D’Alema di sempre: “In Iran c’è il principio del discernimento. Mi piacerebbe ci fosse anche in Italia… A me piacerebbe tantissimo far parte di un Consiglio del discernimento. Non ha nessun potere, ma verifica se le politiche producono o meno gli effetti desiderati. È importante. Pensate anche in Italia quante cose si potrebbero verificare…”. La battuta sul Consiglio del discernimento non era solo una battuta, ma un colpo durissimo inferto a Matteo Renzi: se vi è bisogno di discernimento, vuol dire che manca, insomma. E ancora affonda sull’Egitto, considerato proprio da Renzi paese amico: “Forse qualcuno dovrebbe raccontare alla famiglia Regeni come mai l’Egitto di Al Sisi sia nostro amico”. E infine, sempre sullo scacchiere geopolitico, ecco lo scacco matto a Renzi sulla Libia: “Il presidente del Consiglio mi sembra molto prudente” sull’intervento in Libia. “Siccome dice che son sempre contro di lui, vorrei apprezzare la sua prudenza. Io non credo che in Libia sia saggio per l’Italia. Se le Nazioni unite decideranno che ci vuole un’azione militare internazionale, innanzitutto deve avere come nerbo una forza militare libica; in secondo luogo serve il sostegno di alcuni paesi, anche della regione. L’Italia può avere anche essa un ruolo, ma non può essere un ruolo di primo piano. Da questo punto di vista mi pare che il presidente del Consiglio sia molto prudente”, sottolinea. Lo scacco matto arriva puntuale: “è veramente grave come si sia lasciata imputridire la situazione in Libia con due anni e mezzo di inutili negoziati”.

Il tentativo di Renzi di usare la Torre, dritto verso gli aut aut: “Con me o uscite dal Pd”

Da Roma, la replica a distanza di Matteo Renzi è stata più diretta, meno diplomatica, e più sanguigna, o sanguinosa, se si vuole, perché ha sostanzialmente battezzato l’inutilità della minoranza democratica, inutilità che sarà sancita nella prossima direzione del 21 marzo. Renzi infatti non fa alcuna concessione a chi chiede l’anticipazione del congresso, che si svolgerà nel 2017 e che sarà il luogo, quello e non altri, della “battaglia” per chi lo vuole cacciare, sollecitando lealtà agli oppositori che (ne sembra certo) saranno sconfitti; ribadisce la ‘promessa’ che si ritirerà dalla vita politica se nel prossimo autunno il referendum popolare boccerà il suo piano di riforme costituzionali salvo aggiungere, senza ombra di dubbi, che “andrà tutto bene” e che verrà avviata la semplificazione del Paese. E dopo aver chiarito la sua posizione su questi temi, va giù duro, altrettanto chiaramente, su partito della Nazione e sulle accuse che nascono dall’interno del partito, toccando “l’ideale” dell’Ulivo. Sul primo tema Renzi ha spiegato che “con il premio nell’Italicum alla lista il Pd rimane Pd: punto”. Se invece il premio si dà alla coalizione “allora è evidente che si apre la discussione sull’allargamento a sinistra o al centro con il partito della Nazione”. Ma il premio alla lista “l’ho proposto io” mentre “chi mi accusa di voler fare il partito della Nazione sono gli stessi che non hanno votato la fiducia alla legge elettorale perché volevano il premio alla coalizione”. Sull’Ulivo, con chiaro attacco alla minoranza dem, e appunto a D’Alema, il premier ha sottolineato con forza che “coloro che chiedono oggi più rispetto per la storia dell’Ulivo sono quelli che hanno distrutto l’Ulivo consegnando l’Italia nelle mani di Berlusconi”. Insomma il premier prosegue dritto per la sua strada puntando evidentemente a relegare ai margini la minoranza del partito, attraverso l’elencazione di tutto ciò che ritiene di avere ottenuto o che raggiungerà in un breve futuro.

L’accelerazione del dibattito interno al Pd è la conferma dello scacco matto di D’Alema

Difficile “discernere” quel che accadrà nelle prossime ore o nei prossimi giorni nel Partito democratico, dopo questi duelli, che hanno sancito una incommensurabile distanza politica, di analisi e di linguaggio, di stile e di proposta, tra Renzi e D’Alema, e tra Renzi e Bersani. Sembra comunque che il segretario nazionale voglia accelerare il confronto decisivo, anticipando la battaglia finale, senza attendere il congresso: o questo Pd o ve ne andate, sembra dire Renzi. Nonostante questo, la minoranza bersaniana continua a puntare sulla permanenza nella “ditta”, con entrambi i piedi. La contraddizione in termini in cui la minoranza dem si è cacciata, subisce ancora una volta, l’offensiva di Renzi. Pare giunto il momento di decidere. E su questo punto, su come e dove ricostruire un soggetto della sinistra non subalterno al Partito democratico, in fondo Massimo D’Alema ha ragione.

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