Pd. Il flop delle primarie è ovunque, ma soprattutto a Roma e a Napoli. Il popolo di sinistra abbandona il Pd

Pd. Il flop delle primarie è ovunque, ma soprattutto a Roma e a Napoli. Il popolo di sinistra abbandona il Pd

Il più acuto testimone del flop delle primarie del Partito democratico, che si sono svolte domenica in due metropoli come Roma e Napoli, e in alcuni capoluoghi, come Trieste, Bolzano, Grosseto e Benevento, è proprio il comunicato – apparentemente esultante – del presidente dei deputati, Ettore Rosato, renziano di ferro, che parla di 100mila votanti complessivamente in tutta la penisola. Perché flop? Perché nel 2013, più di centomila furono i votanti nella sola città di Roma, quando vinse Ignazio Marino. E un anno prima, alle primarie nazionali, i votanti romani, nella competizione tra Bersani, Renzi e Vendola furono 213mila. Quanti sono i votanti di domenica 6 marzo alle primarie romane del Pd? Forse 42mila, secondo le stime del comitato di Roberto Morassut, uno dei candidati. Forse poco meno di 50mila come afferma il segretario regionale laziale Fabio Melilli. Mentre scriviamo, il comitato organizzatore non ha diffuso alcun dato. E comunque, appare abbastanza stupefacente e sufficientemente ridicolo il comunicato stampa del presidente del Pd e commissario romano Matteo Orfini che celebrava il dato dell’affluenza alle ore 11 in 20mila votanti, una palese e vergognosa menzogna. Come ridicola, e offensiva verso i candidati di allora, tra i quali Marino, l’attuale ministro Gentiloni e l’europarlamentare Sassoli, appare la sua dichiarazione notturna che vorrebbe essere una toppa, ma è peggiore del buco: “La volta scorsa c’era il Pd delle Truppe cammellate di quelli che sono stati arrestati, delle file di rom e quant’altro, questi sono dati veri di un partito vero che per fortuna ha ancora tanto lavoro da fare e sta rinascendo”. Lo ha detto a chi lo interpellava sull’affluenza dimezzata rispetto alla volta scorsa. Fossimo in Gentiloni e in Sassoli ci arrabbieremmo per tanta leggerezza, superficialità e ingratitudine.

È lo stesso Roberto Morassut, il candidato che le primarie le ha perse contro il renziano Roberto Giachetti, a dichiarare però la sconfitta della partecipazione alle primarie: “Ci sono una serie di fattori che hanno portato a una scarsa affluenza. Alle spalle abbiamo una stagione politica estremamente difficile con delle inchieste che hanno travolto la destra e toccato anche il centrosinistra – spiega – con una crisi della giunta Marino, terminata in maniera complessa. Sono fatti traumatici. Veniamo da una stagione politica difficile dalla quale ripartire criticamente. Abbiamo tre mesi di tempo, possiamo vincere alle elezioni, tornando alla politica dei contenuti con grande forza e unendo tutte le forze disponibili: una grande alleanza democratica e popolare”.

E a testimoniare che si è trattato di un flop, nell’affluenza, sono due esponenti della sinistra del Partito democratico, Miguel Gotor e Federico Fornaro. Gotor afferma “Il dato di Roma è basso e non è né serio né consolatorio usare la formula di rito ‘mi aspettavo peggio’ senza avere prima del voto dichiarato quale sarebbe stata la soglia minima di soddisfazione”. Miguel Gotor aggiunge: “Piuttosto nelle ore precedenti il voto si è preferito concentrare l’attenzione su sterili quanto puerili polemiche con i 5 stelle. La scarsa affluenza ci dice che il Pd di Roma non paga solo mafia capitale, ma le discutibili modalità ‘notarili’ che hanno portato alla defenestrazione del sindaco Marino e la condotta ‘commissariale’ di quest’ultimo anno del partito che ha creato grande malcontento tra gli iscritti del Pd e disaffezione fra gli elettori del centrosinistra romano”. La dichiarazione di Fornaro è ancora più netta e dura: “I dati dell’affluenza alle primarie certificano un disagio che c’è ed è presente nel popolo del centrosinistra: è un disagio politico e anche di critica e di disaffezione molto preoccupante”. Fornaro si sofferma sul vistoso calo della partecipazione a Roma e a Napoli: “rispetto alle ultime primarie per le comunali. Sono dati che devono fare riflettere. Indicano due problemi: il primo è che si sono ristretti i confini del centrosinistra, che ormai si sovrappongono a quelli del Pd; il secondo – per quanto ogni primaria faccia storia a sé, soprattutto quella romana – è che quei dati sono la spia di un disagio che si manifesta in queste primarie. Sarebbe sbagliato sottovalutare quel disagio, anche perché rischia di ripercuotersi sul voto per le comunali. A Roma non c’è più il popolo del centrosinistra. È un dato molto preoccupante, veramente negativo”.

Stesso discorso per Napoli: domenica hanno votato circa 30mila persone, mentre furono 45.022 alle precedenti primarie per il sindaco, poi annullate. A Napoli, il 6 marzo 2016, ha vinto Valeria Valente, tenacemente voluta da Renzi per contrapposizione con la candidatura di Antonio Bassolino. La distanza tra i due è stata di poche centinaia di voti. Valeria Valente, deputata e molto vicina alla corrente dei giovani turchi orfiniani, ovviamente esulta per la vittoria, sia pure di misura. Bassolino manifesta la sua disponibilità a lavorare: “Ho dato un contributo alla battaglia per la partecipazione, con passione e caparbietà, con tutte le mie forze. Spetta a chi ha vinto compito di andare avanti. Auguri di buon lavoro e continuiamo la battaglia per Napoli”.

Insomma, a Roma e a Napoli hanno votato in pochi alle primarie del Pd. Come già accadde per le primarie in molte città emiliane nel 2014, e di cui nessuno si ricorda più. Quando si votò sul serio, vennero eletti sindaci e lo stesso governatore emiliano Bonaccini con una percentuale di votanti pari al 37%. Allora, Renzi e il Pd sottovalutarono il fenomeno dell’astensionismo emiliano. È utile che non sottovalutino l’astensionismo alle loro primarie. Forse potrebbe essere anche per Roma e Napoli, come lo è stato per l’Emilia e per Milano, il sintomo di una più larga disaffezione al voto, questa sì davvero preoccupante per il livello di democrazia nel nostro Paese.

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