L’accordo De Benedetti-Marchionne, una concentrazione che mette in pericolo la libertà dell’informazione. Già superati i limiti di guardia

L’accordo De Benedetti-Marchionne, una concentrazione che mette in pericolo la libertà dell’informazione. Già superati i limiti di guardia

Che cosa sta succedendo nel mondo dell’editoria? Sta succedendo di molto, e in generale di poco piacevole. Non mi riferisco tanto alla Riforma dell’Editoria, che è in lenta e faticosa discussione alle Camere e che, nella migliore delle ipotesi, arriverà come in passato a fissare sulla carta la fotografia dell’esistente. Il tipico terreno di chi arretra. Ma questo è realisticamente quanto si può percepire.

Più rilevanti sono alcuni recentissimi movimenti, che hanno rivoluzionato l’assetto dell’editoria quotidiana. E su questo vale la pena di fare alcuni ragionamenti.

Gli elementi costitutivi di questo complesso di operazioni sono:

– la fuoriuscita della FIAT (o della Fca, se preferite) dal mondo dell’editoria;

– la nascita di una concentrazione, guidata dal gruppo dell’Espresso (De Benedetti);

– il ruolo marginale che sembra assumere la grande stampa milanese.

Marchionne l’aveva detto da tempo che voleva sganciarsi dall’editoria. E l’ha fatto. Ha mollato il Corriere della sera (e la Gazzetta dello Sport) e ha ceduto a De Benedetti le sue quote dell’Itedi (Stampa e Secolo XIX).

Ma è veramente una fuoriuscita totale e definitiva? Sembrerebbe di sì, ma curiosamente una delle ultime operazioni compiute prima di “passare la mano” è stata quella di mandare il direttore della Stampa a dirigere la Repubblica.

L’Espresso esalta oltre misura e fuori misura la politica di Marchionne nel Sud

Come è curioso che l’ultimo servizio dell’Espresso, prima dell’annuncio della “fusione” fra il gruppo di De Benedetti e l’Itedi sia stata un’esaltazione oltre misura (e fuori misura) della politica di Marchionne nel Mezzogiorno: “Fiat, dopo la cura di Sergio Marchionne Pomigliano ora è la fabbrica modello – Zero assenteismo, più efficienza, bonus aziendale fino a 2.000 euro. Da fabbrica-vergogna lo stabilimento campano è diventato un esempio”. Sembra di leggere le cronache della FIAT ai tempi di Valletta.

Del resto, che Marchionne si accrediti (e sia accreditato da molta stampa compiacente) di virtù salvifiche è detto senza infingimenti nel comunicato di commiato dalla RCS. Nel comunicato, la FIAT (o la Fca, insomma Marchionne) si attribuisce il merito di aver “salvato in tre diverse occasioni” il gruppo milanese. Questo ha dato l’estro a caustici commenti da parte dei Comitati di Redazione del Corriere e della Gazzetta. “Non sempre sono i migliori quelli che se ne vanno” sottolinea ironicamente il CdR del Corriere, che passa poi ad esaminare i fallimenti del management voluto dalla proprietà, lo “spolpamento” attuato mediante la cessione degli immobili e della RCS Libri (finita a Berlusconi col battesimo di Mondazzoli), la riduzione di personale e soprattutto l’aver dato vita a una concentrazione che fa perno proprio sul principale concorrente del Corriere, ovvero Repubblica. Analoghi i toni e gli argomenti del CdR della Gazzetta.

I numeri del nuovo gigante dell’editoria italiana. 5,8 milioni di lettori e 2,5 di utenti unici

L’uscita di Marchionne è dunque logicamente e forse effettualmente connessa con la nascita di quello che, con giustificabile orgoglio, i protagonisti definiscono il “gruppo leader editoriale italiano nonché uno dei principali gruppi europei nel settore dell’informazione quotidiana e digitale”. Così in effetti si delinea il nuovo gigante dell’editoria italiana.

Parlano le cifre: due quotidiani nazionali (e che quotidiani), Repubblica e Stampa, un importante quotidiano regionale, il Secolo XIX; ben diciotto quotidiani locali (tra cui alcune testate storiche e di buona diffusione, come il Tirreno, la Gazzetta di Mantova, l’Alto Adige, il Messaggero Veneto, la Nuova Sardegna…), per un totale di 341.000 copie quotidiane; diverse radio ed emittenti locali; complessivamente, “circa 5,8 milioni di lettori e oltre 2,5 milioni di utenti unici giornalieri sui loro siti d’informazione”.

Lasciano perplessi le prime fiacche reazioni della Fnsi. Il sindacato chiede incontri alla proprietà

È una posizione dominante che sembra fare a pugni con le pur fragili norme anticoncentrazionistiche: la difesa delle autonomie redazionali, l’opposizione al formarsi di gruppi sovradimensionati, la disciplina del mercato pubblicitario, i “tetti” alle operazioni di concentrazione sono da sempre i cardini dell’azione sindacale. Difficile tenere le posizioni in una fase di costante declino dell’editoria cartacea. Ma la fiacchezza delle prime reazioni della FNSI non può non lasciare perplessi.

Una valutazione articolata sarà possibile nei prossimi giorni, anche alla luce degli incontri che il sindacato ha chiesto alla nuova proprietà, ma in prima battuta parole ferme sul senso politico di questa maxioperazione debbono essere possibili immediatamente.

Ed è necessario che siano chiari gli obiettivi e la linea di tenuta. Le parole hanno un peso. Sono pietre, si dice. Ed è vero.

La creazione del polo editoriale, frutto della fusione societaria fra gruppo Espresso e Itedi può essere chiamato aggregazione o integrazione o concentrazione. Sono tre sinonimi? Assolutamente no. L’uso misurato di ciascuno di questo sostantivi, definisce, se il lessico ha un senso, una diversa prospettiva industriale. La nuova proprietà dice che si tratta di aggregazione. I commentatori più critici (pochi) parlano apertamente di concentrazione. La FNSI, per non sbagliare, scrive nel suo comunicato sia aggregazione sia fusione sia concentrazione.

Un editore acquista nuove testate per creare sinergie

Che la proprietà parli di aggregazione è comprensibile: è il termine meno offensivo. Definisce unicamente una somma di addendi, ciascuno inalterato nella propria identità. Sarebbe la prima volta che un editore acquista nuove testate senza avere progetti quanto meno di carattere sinergico. Diciamo che è fortemente improbabile. Anche la nascita del Quotidiano Nazionale avrebbe dovuto rispettare l’autonomia di Giorno, Nazione e Carlino. Si è visto.

La concentrazione rappresenta, così come storicamente la si è vissuta, l’opposto dell’aggregazione: dà luogo non solo a sinergie, ma a profonde alterazioni delle fisionomie originali, tagli, rimescolamenti, pool operativi. È il sogno e l’obiettivo di qualunque imprenditore, e non solo nel mondo dell’editoria.

Intermedia fra queste due soluzioni è l’integrazione. Così come l’aggregazione è una somma e la concentrazione è l’assimilazione, l’integrazione è l’equilibrio. Come avviene sul terreno etnico-sociale. L’inserimento di nuove comunità in un tessuto preesistente può avvenire o nel segno della perdita della propria identità culturale, religiosa e linguistica (assimilazione) o nel segno di una fusione di valori e di dati culturali che non comporta rinunce al proprio profilo identitario e si configura come un arricchimento.

Il confronto sindacale che si profila (e che non può non esserci) deve essere realisticamente consapevole che limitarsi a portare a casa gli inevitabili (e marchionneschi) impegni alla tutela dell’autonomia delle testate e di mantenimento dei posti di lavoro non è sufficiente. Non si sta parlando della FIAT di Pomigliano, ma del bene più delicato di una società civile: la libertà di informazione e l’autonomia nell’esercizio della professione.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.