La fine della “anomalia” politica tedesca: cause ed effetti delle elezioni di domenica

La fine della “anomalia” politica tedesca: cause ed effetti delle elezioni di domenica

Dal corrispondente a Berlino.

I risultati della tornata elettorale di domenica 13 marzo nel Baden-Württemberg, nel Sachsen-Anhalt e nel Rheinland-Pfalz sono noti. In linea generale, nelle regioni occidentali sono stati confermati i candidati uscenti (Winfried Kretschmann dei Grüne nel Baden, Malu Dreyer dell’Spd in Renania-Palatinato) ma non le coalizioni di governo. La Spd in Baden-Württemberg e i Grüne in Rheinland-Pfalz hanno infatti sperimentato una significativa perdita di consensi, pari al 10% in entrambi i casi. Sconfitti su tutta la linea sono stati invece la Linke, che ha perso oltre il 7% nel Land orientale, e soprattutto la Cdu. Il partito di Angela Merkel ha registrato flessioni negative in ogni regione, più contenute in Sachsen-Anhalt (-2,7%), maggiori in  Baden-Württemberg (-12%). Tuttavia il vero protagonista di questa domenica di voto è stato il partito di destra euroscettico dell’Afd, che ha superato i pronostici più pessimistici diventando la seconda forza politica in due Länder e aggiudicandosi un terzo posto nel restante Land, con percentuali dal 12,6% in Rheinland-Pfalz al 24,2% in Sachsen-Anhalt.

Per Angela Merkel una sconfitta, non ancora una disfatta

Le elezioni di domenica 13 marzo erano attese come un referendum sulle politiche del governo federale e, segnatamente, della coalizione tra Cdu/Csu e Spd. Da questo punto di vista i risultati sono inequivocabili: ampie percentuali della popolazione tedesca si sono espresse contro l’attuale direzione politica della Germania, soprattutto in materia di accoglienza ai profughi, che parrebbe il principale cavallo di battaglia capace di portare l’Afd al successo. Per Angela Merkel si tratta di una sconfitta, ma non ancora della disfatta. Il voto di protesta contro la linea ufficiale della cancelliera è stato sì notevole, ma rappresenta comunque una minoranza davanti al gran numero di elettori che – in misura maggiore a ovest e minore a est – hanno accordato fiducia ai partiti di governo oppure a forze politiche, come la Linke e i Grüne, sostanzialmente d’accordo con le politiche di accoglienza sostenute dalla cancelliera. Inoltre è doveroso ricordare come Julia Klöckner, candidata della Cdu in Rheinland-Pfalz e acerrima avversaria di Angela Merkel, abbia ottenuto un risultato abbastanza deludente.

Il volto di estrema destra dell’Afd, in un’area del paese segnata da movimenti neo-nazisti

La stessa affermazione della Afd si presta a diverse osservazioni. Il risultato più notevole – quello del Sachsen-Anhalt, dove quasi un elettore su quattro ha votato per l’Afd – mostra allo stesso tempo il volto di estrema destra del partito di Frauke Petry, in un’area del paese in cui i movimenti radicali e neo-nazisti possono vantare una lunga tradizione di “sorprendenti” risultati alle urne. Certo, il 24% dell’Afd in Sachsen-Anhalt oscura ogni successo elettorale conseguito dall’estrema destra in Germania fino a ora, ma sussiste anche il fondato sospetto che queste percentuali rappresentino anche il bacino massimo di voti su cui l’Afd possa effettivamente contare, e che i risultati conseguiti siano semplicemente effetto di una sinergia tra il voto di protesta contro i partiti di governo e le paure suscitate dalle recenti politiche di accoglienza – certamente amplificate dai noti fatti del Capodanno di Colonia. Non dobbiamo comunque dimenticare come si sia trattato in primo luogo di elezioni locali, dove il buon governo è stato premiato (i Grüne nel Baden-Württemberg e l’Spd in Rheinland-Pfalz), mentre il malcontento è esploso proprio nella regione con maggiori problemi dal punto di vista economico e sociale, ovvero il Sachsen-Anhalt.

Interessante è a questo punto cercare di analizzare i movimenti elettorali avvenuti nella giornata del 13 marzo. Una parte considerevole dei voti affluiti nella Afd proviene certamente dalla Cdu e, in misura minore, dalla Spd e dalla Linke (soprattutto in Sachsen-Anhalt). Queste possono essere considerate le porzioni “recuperabili” dei consensi, da interpretare quindi come un voto di protesta. Dall’altro lato risulterebbe come circa la metà degli elettori della Afd provenga da fasce della popolazione che precedentemente non votavano affatto. Nel linguaggio politico tedesco vale esattamente a dire che si trattava di neo-nazisti o di simpatizzanti dell’estrema destra. Quindi gli stessi elettori che portavano l’Npd o i Republikaner a percentuali attorno al 7%.

Migranti ed Europa: banco di prova per le elezioni federali del 2017. Il futuro della Germania

La tornata elettorale di domenica è stata certamente un banco di prova per le elezioni federali previste nel 2017. Confrontando i sondaggi della scorsa estate con proiezioni più recenti si ha la netta impressione che l’elettorato tedesco sia in preda a profondi mutamenti. Ancora in agosto la Afd era data appena al 3%. Una crescita esponenziale nelle dichiarazioni di voto a livello nazionale era stata osservata tra settembre 2015 e gennaio 2016, con il partito di Frauke Petry che si poneva attorno al 10%. Le elezioni nei tre Länder mostrano chiaramente come questa percentuale debba essere rivista e che la futura composizione del Bundestag possa vedere la comparsa di una nutrita compagine a destra della Cdu/Csu. In termini politici generali si tratta comunque del superamento di un’anomalia: le elezioni federali del settembre 2013 avevano dato origine a un parlamento ampiamente virato a sinistra, che rappresentava una netta controtendenza rispetto agli altri paesi europei. Da questo punto di vista la probabile entrata della Afd nel Bundestag significherebbe una “normalizzazione” della politica tedesca.

I rischi, tuttavia, non sono affatto da sottovalutare. Se è la cosiddetta crisi dei migranti ad aver accresciuto i consensi verso l’Afd, è altrettanto vero che questo partito non ha la sua ragion d’essere nella xenofobia, quanto piuttosto nell’anti-europeismo. Il fine politico dichiarato da Frauke Petry è quello della fine della moneta unica, con la creazione di aree di libero scambio più omogenee tra loro. In altre parole, l’Afd intende sostanzialmente abbandonare i paesi dell’Europa meridionale, perorando un’unione monetaria e politica dell’Europa settentrionale, nella quale la Germania svolgerebbe indiscutibilmente il ruolo di paese-guida. Gli osservatori più smaliziati non possono quindi fare a meno di vedere in questo progetto l’ombra della Grande Germania, i cui confini andrebbero a coincidere con quelli dell’area culturale germanica: il vero Quarto Reich.

Spettri da un passato che non passa. La costruzione di nuove alleanze nei Laender

Stando all’attuale situazione politica tedesca è comunque inverosimile che l’Afd arrivi presto o tardi a governare il paese. Le forze democratiche vantano una lunga tradizione di alleanze, mediante le quali risulta facile isolare i partiti estremisti all’opposizione. Tuttavia la pratica delle grandi coalizioni logora inevitabilmente il consenso verso i partiti di governo, mentre i voti di protesta possono facilmente dar luogo a inquietanti “sorprese”. Il primo problema che emerge delle elezioni del 13 marzo è appunto quello della costruzione di compagini governative nei Länder: nessuna delle maggioranze uscenti è stata confermata e si dovrà produrre necessariamente un’allargamento delle alleanze per garantire un governo alle regioni. Tale allargamento potrebbe però “compromettere” ulteriormente le grandi coalizioni.

Uno spettro aleggia costantemente sulla politica tedesca, sin dai tempi della repubblica di Bonn, ovvero la parabola dell’esperimento democratico weimariano. Allora fu proprio il procedere verso l’ingovernabilità che favorì l’ascesa del partito nazista – che, ricordiamolo, a livello federale non raggiunse mai percentuali superiori al 37,3%, perdendo ben 4 punti percentuali nelle fatidiche elezioni del novembre ’32. Anche allora la pratica delle grandi coalizioni costò una continua perdita di consenso per i partiti di governo, contro cui si andava a dirigere il malcontento della popolazione proprio a fronte di fenomeni (come la crisi economica) solo in minima parte imputabili alle scelte di Berlino. In tutta la sua storia dal 1945 a oggi, la Germania federale non è mai stata così simile a quella di Weimar, e ciò vale anche se sussistono delle differenze profonde – su tutte l’inesistenza di una “minaccia” comunista – che rendono improprio tale paragone.La giornata elettorale del 13 marzo potrà essere compresa esclusivamente con il senno di poi. Soltanto nel lungo periodo potremo valutare se si sia trattato di un colpo di coda della destra tedesca, reso possibile solo dal particolare momento di esasperazione del dibattito politico, oppure se abbiamo assistito alla rinascita di quel nazionalismo germanico che pareva confinato ai libri di storia. Molto dipenderà dalla risoluzione di crisi internazionali come quella siriana, ma la più grande responsabilità posa sulle spalle della classe dirigente tedesca. Essa deve impedire che un gesto umanitario si trasformi in una reazione politica disumana.

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