Keynes e la trappola della liquidità

Keynes e la trappola della liquidità

Chi ha avuto la pazienza di seguirmi nella mia cronaca della tempesta perfetta sin dal settembre del 2007 sa bene quale sia il mio debito nei confronti della chiave di lettura della crisi del 1929 effettuata in tempo reale dallo scomparso economista britannico John Maynard Keynes, un uomo il cui valore fu riconosciuto anche in vita e che fu
insignito del titolo di Lord, ma, e forse soprattutto, uno studioso che distrusse letteralmente i teoremi dell’economia classica basata sulla teoria dell’equilibrio generale che postulava come di fronte a una crisi l’unica ricetta fosse quella di ridurre il costo dei mezzi di produzione, salari ovviamente in primo luogo, per tornare alla situazione precedente, ma anche il teorizzatore della trappola della liquidità, una situazione nella quale pur in presenza di tassi molto
bassi latitasse la propensione ad investire.

Di fronte all’operato delle principali banche centrali del pianeta, con il loro inondare di liquidità i mercati e il loro porre l’asticella dei tassi da loro governati poco sopra, o poco sotto come nel caso della Bank of Japan, attorno all’asticella dello zero, assistiamo, in particolare in Europa e in Giappone ad un’inconsueta forma di sciopero degli investimenti che non riescono a tenere il passo delle altre componenti della domanda aggregata, visto che anche
i consumi, ad esempio, stanno ritrovando una qualche forma di vivacità.

Non che questo i banchieri centrali non lo sappiano, o meglio, sicuramente lo sa Mario Draghi che, nell’ultima versione della sua politica monetaria ha inserito azioni che prendono letteralmente a calci le banche, offrendo tassi negativi per chi presterà a imprese e famiglie e disincentivando con tassi negativi a carico loro la mala abitudine di tenere parcheggiati in quel di Francoforte centinaia di miliardi di euro overnight, che poi vengono rinnovati praticamente per sempre. abitudine comune a tutte le banche europee di qualsivoglia dimensione.

La parola ora passa ai Governi e agli imprenditori che a loro volta dovrebbero andare a scuola dal Leone di Omaha, al secolo Warren Buffett, uno che nel pieno della tempesta perfetta comprò tutto il comprabile, giungendo perfino  a comprare una compagnia ferroviaria in difficoltà, un capitalista a tutto tondo, un multimiliardario che non lascia dormire i suoi soldi in investimenti sicuri che poi spesso tali non sono con le borse che perdono un venti per cento in media, le materie prime che si squagliano, i titoli più o meno tossici che è meglio starne alla larga e via discorrendo, come ricordavo nella puntata di ieri, considerazioni che fanno pensare che mai come ora nel mondo degli affari chi si ferma è perduto!

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