Caso Regeni. Dall’Egitto continua il tentativo di depistare l’inchiesta. Il governo chiede verità, ma nessuno vola al Cairo, per aiutare i magistrati italiani

Caso Regeni. Dall’Egitto continua il tentativo di depistare l’inchiesta. Il governo chiede verità, ma nessuno vola al Cairo, per aiutare i magistrati italiani

Il Cairo ha provato a mettere un punto fermo sull’inchiesta per l’omicidio di Giulio Regeni, ma i dubbi restano, solidissimi. Non solo per governo e forze politiche ma anche per gli inquirenti italiani. Palazzo Chigi, infatti, chiede ancora che sia dileguata ogni ombra. “L’Italia insiste: vogliamo la verità”, rilancia il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che vola da una parte all’altra del globo, ma non ci pensa minimamente a volare in direzione Cairo, a chiedere conto ad Al Sisi, il presidente egiziano, finora considerato da Renzi “amico dell’Italia”. La Procura di Roma è ancora più netta: “Gli elementi finora comunicati dalla Procura egiziana al team di investigatori italiani presenti al Cairo non sono idonei a fare chiarezza”, afferma il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone. La Procura, fa sapere ancora Pignatone, “ritiene quindi necessario che le indagini proseguano” e “rimane in attesa che la Procura Generale del Cairo trasmetta le informazioni e gli atti, da tempo richiesti e sollecitati, e altri che verranno richiesti al più presto in relazione a quanto prospettato ai nostri investigatori”. I familiari di Regeni scelgono di parlare con la foto che li ritrae su Facebook mentre espongono la bandiera di Amnesty International con la scritta ‘Verità per Giulio Regeni’: Irene Regeni, sorella del ricercatore ucciso al Cairo, il papà Claudio e la mamma Paola, nel giardino di casa.

I genitori di Giulio Regeni, in un comunicato inviato tramite l’avvocato di famiglia Alessandra Ballerini, si dicono “feriti ed amareggiati dall’ennesimo tentativo di depistaggio da parte delle autorità egiziane” sulla barbara uccisione di loro figlio Giulio. “Siamo certi – aggiungono – della fermezza con la quale saprà reagire il nostro Governo a questa oltraggiosa messa in scena che peraltro è costata la vita a cinque persone, così come sappiamo che le istituzioni, la nostra procura ed i singoli cittadini non ci lasceranno soli a chiedere ed esigere verità. Lo si deve non solo a Giulio – concludono – ma alla dignità di questo Paese”.

Il procuratore Pignatone si riferisce a due richieste ritenute fondamentali, avanzate ormai oltre un mese e mezzo fa: la consegna di tutte le immagini delle telecamere della zona dove abitava Giulio e delle due stazioni della metropolitana che avrebbe dovuto utilizzare la sera della scomparsa – che gli egiziani dicono essere state cancellate o non utili ma che i nostri investigatori vogliono comunque visionare – e soprattutto la consegna dei tabulati con l’elenco dei telefoni che il 25 gennaio hanno agganciato la cella che copre la zona dove abitava il ricercatore e di quelli contenenti i cellulari che il 3 febbraio hanno impegnato la cella dove è stato ritrovato il cadavere di Giulio. Perché tra tutti quei numeri potrebbero esserci quelli degli assassini.

“Il caso non è affatto chiuso. Non c’è alcun elemento certo che confermi che siano stati loro”, dicono dunque a denti stretti gli investigatori italiani di Ros e Sco di fronte alla versione della banda specializzata nel mascherarsi da poliziotti e commettere rapine e sequestri nei confronti di stranieri che, non si sa bene per quale motivo, avrebbe ucciso Giulio. Una versione così “raffazzonata” che è quasi impossibile non vederne le gigantesche incongruenze. A partire dalla più evidente, quella che per gli egiziani è invece la prova che la banda c’entra con il sequestro e l’assassinio di Giulio: i suoi documenti e i telefoni ritrovati a casa della sorella di Rasha Saad Abdel Fatah, in teoria il capo dei rapinatori. Qualcuno dovrà spiegare, è il ragionamento fatto dagli investigatori italiani, come si possa solo ipotizzare che una banda di truffatori, dopo aver compiuto la rapina e dunque esser riuscita nel suo intento, tenga con sé per oltre due mesi i documenti e i telefoni della vittima, con il serio rischio di essere scoperta e di finire con il dover difendersi da accuse ben più pesanti, che in Egitto significano pena di morte. Chiunque se ne sarebbe liberato immediatamente. Chiunque, anche il ladro più ingenuo, li avrebbe gettati nel primo cassonetto dell’immondizia. Il sospetto, dunque, è un altro ed è quasi una conferma della tesi da sempre ipotizzata: quel materiale è rimasto in mano a qualcuno per tutto questo tempo, pronto per essere tirato fuori al momento opportuno, con un colpevole da servire sul tavolo. E chi, se non gli apparati di sicurezza o persone vicine a loro, potrebbe essere quel qualcuno?

Sarà un caso, ma Fatah aveva un documento di identità secondo il quale era un appartenente ai servizi di sicurezza. Ovviamente falso, dicono le autorità del Cairo. L’altro elemento che non sta in piedi, ragionano ancora le fonti, è voler far combaciare la tesi della rapina con le sevizie subite da Giulio. Regeni è sparito la sera del 25 gennaio attorno alle 20 sotto casa e il suo corpo è ricomparso lungo la strada Cairo-Alessandria la sera del 3 febbraio. Sia l’autopsia italiana sia quella egiziana fissano la morte in un lasso di tempo che va dal 31 gennaio al 1 febbraio. E dunque, pur volendo credere alla ‘confessione’ della sorella e della moglie del capo dei rapinatori secondo le quali Giulio sarebbe stato ucciso perché si è ribellato alla rapina, qualcuno dovrà spiegare come sia possibile che la banda abbia tenuto il corpo 9 giorni prima di liberarsene. Ma soprattutto, dovrà spiegare come questa versione – se si è ribellato lo ha fatto subito, non dopo giorni – sia compatibile con le torture che Giulio ha subito per una settimana, a meno che non si voglia credere ad una banda di sadici che, dopo averlo ucciso, ha infierito per giorni sul suo corpo provocandogli tagli, bruciature e fratture multiple. “Non c’è una sola prova accettabile dal punto di vista processuale” che consenta di ricondurre l’omicidio alla banda, ribadiscono gli investigatori, sottolineando che non c’è un atto che dica come, dove e quando Giulio sarebbe stato sequestrato e ucciso. Un atto che spieghi perché alla riunione dei sindacati indipendenti dell’11 dicembre Regeni sia stato fotografato da qualcuno che lo spaventò molto. E non c’è più alcun testimone in grado di spiegare, dal momento che tutti i diretti responsabili – sempre a voler credere alla versione egiziana – sono stati crivellati di colpi. La sparatoria è l’ennesimo elemento che non convince affatto gli italiani. Le tv egiziane hanno mostrato il pulmino e due corpi, che fine hanno fatto gli altri tre? E in ogni caso, c’era bisogno di tutto quel volume di fuoco contro una banda di sequestratori il cui maggior bottino, stando allo stesso ministero dell’Interno, è un furto di 20mila dollari o di tre telefonini? Sì, se si vuol evitare che quel qualcuno parli.

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