Bruxelles. Nuovi sviluppi nelle indagini. Le implicazioni politiche degli attentati. L’ignavia di Juncker e la mossa russa

Bruxelles. Nuovi sviluppi nelle indagini. Le implicazioni politiche degli attentati. L’ignavia di Juncker e la mossa russa

La polizia sta dando la caccia al terzo uomo filmato dai video della sorveglianza dell’aeroporto di Bruxelles, sospettato di essere uno degli attentatori del 22 marzo, in cui hanno perso la vita almeno 31 persone, e più di 300 sono rimaste ferite, 61 delle quali in modo gravissimo e in pericolo di vita. Inoltre, la procura federale belga pensa che vi sia un secondo uomo cui dare la caccia anche per l’attentato nella metropolitana. Infine, le prove fin qui raccolte sembra che abbiano convinto gli inquirenti che la cellula degli attentatori di Bruxelles fosse la stessa che ha provocato il massacro di Parigi lo scorso 13 novembre. Gli attentatori di Bruxelles erano fortemente legati a Salah Abdeslam, l’unico terrorista sopravvissuto al massacro di Parigi, ed ora acciuffato e detenuto in un carcere belga. Giovedì, Abdeslam è comparso per un interrogatorio presso il tribunale di Bruxelles, e ha detto di non sapere nulla sugli attentati nella capitale belga ed europea. Ma ha dovuto piegarsi alla richiesta di estradizione in Francia.

Le dimissioni annunciate, date e ritirate dei ministri belgi della Giustizia e degli Interni

La notizia, comunicata dal presidente turco Erdogan, secondo la quale il Belgio ha ignorato gli allarmi su Ibrahim el-Bakraoui, espulso dalla Turchia l’anno scorso perché sospettato di essere un foreign fighter in Siria e identificato come uno dei kamikaze di Bruxelles, ha portato i ministri belgi della Giustizia e dell’Interno (nella foto col premier Michel) a mettere le loro dimissioni nelle mani del premier Charles Michel, che le ha respinte, soprattutto in vista del delicato vertice straordinario proprio a Bruxelles dei ministri della Giustizia e degli Interni dei 28 paesi della UE. Le autorità del governo belga hanno respinto le critiche della Turchia sulla loro inattività dopo l’espulsione di Bakraoui, sostenendo che i sospettati espulsi dalla Turchia non possono essere detenuti senza indizi o prove di aver commesso dei reati. Il ministro belga della Giustizia, Koen Geens, ha negato che il trentenne cittadino belga sia stato espulso perché presunto terrorista: “in quel momento, non ci era noto come terrorista. Non era altro che un delinquente comune a piede libero”. Tuttavia, il caso di Bakraoui, che come suo fratello aveva una lunghissima fedina penale, sottolinea la scala di problemi che la sicurezza di quel paese deve affrontare, e soprattutto mette alla prova l’efficienza dei servizi di intelligence: 300 cittadini belgi hanno combattuto in Siria, trasformando il Belgio nel più grande paese esportatore di manodopera criminale verso l’Isis. A difesa dell’operato del governo e dei servizi belgi, è intervenuto anche il ministro degli esteri, Didier Reynders, il quale ha insistito che la sicurezza deve sempre essere riequilibrata dai diritti civili.

Juncker, mal consigliato, difende i belgi equiparando il terrorismo jihadista col terrorismo europeo

E in soccorso delle autorità belghe è intervenuto anche Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione UE, affermando: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, citando una frase evangelica. Ed ha proseguito: “il terrorismo era presente in Germania e in Gran Bretagna negli anni settanta e ottanta”, facendo riferimento alla banda Baader-Meinhof tedesca e all’Ira nordirlandese, “c’era il terrorismo in Spagna, in Italia e più recentemente in Francia”, facendo riferimento alle Brigate rosse e al movimento separatista basco. Poi ha concluso: “la gente deve smetterla di dare lezione al Belgio”. Non sappiamo chi abbia spinto Juncker a dire fregnacce storicamente inattendibili come queste. Certo, la sua lettura della storia d’Europa e dei fenomeni terroristici meriterebbe non solo un voto bassissimo, ma soprattutto qualche libro più specifico su jihad e fondamentalismo religioso. Anche perché nessuno vuole dare “lezione al Belgio”, ma fare confusione sulle diverse forme che nel corso dei decenni ha assunto il terrorismo politico con il terrorismo religioso è il peggiore dei mali, è come la notte di Hegel, in cui tutte le vacche sono nere. Se le parole di Juncker rappresentano il livello di consapevolezza sulla specificità del terrorismo jihadista da parte delle autorità europee, allora non ci resta che pregare, e sperare che qualcuno gli chieda le dimissioni. Sarebbe interessante che le forze socialiste e della sinistra europee intervengano su Juncker, perché da lui dipendono molte delle attività, anche di intelligence, dell’Unione europea. Così come ci aspetteremmo qualche parola di Federica Mogherini sul fenomeno jihadista. Sappiamo che la Mogherini è molto più esperta di Juncker. In realtà, queste ultime uscite di Juncker manifestano senza ombra di dubbio la sua incapacità di guidare l’esecutivo europeo, in qualunque ambito, dai migranti agli investimenti finanziari alla lotta al terrorismo, alla guerra in Medio Oriente. È stato eletto grazie a un accordo tra popolari e socialisti, e popolari e socialisti devono assumersi la responsabilità di dimissionarlo.

La mossa di Mosca: riportare il contrasto al Jihad in sede di Consiglio di sicurezza Onu

Non è un caso se sulla evidente fragilità della UE si è infilata proprio la Russia di Putin, con una dichiarazione della portavoce del ministro degli esteri Lavrov, che sembra neutra e di appoggio, ma che in realtà assume un enorme valore strategico e geopolitico. “L’Unione europea”, ha annunciato il portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, durante una conferenza stampa ”deve sollevare la questione della lotta contro il terrorismo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il problema di questi atti di terrorismo dovrebbe essere certamente sollevato al Consiglio da parte dell’Ue – ha spiegato -. Sosterremo ogni sforzo sul contrasto al terrorismo, se Bruxelles deciderà che c’è bisogno di una nuova risoluzione Onu”. Riportare in sede di Consiglio di sicurezza Onu la questione del terrorismo jihadista internazionale significa, appunto, riprendere in mano il gioco delle cause radicali della sua espansione nel mondo, a partire dalla soluzione della guerra civile siriana. Significa tornare a discutere in una sede mondiale di assetti strategici e geopolitici legati alla diffusione del jihad, alimentato da risorse economiche dei diversi stati arabi, e molto presente sul mercato nero delle armi e degli esplosivi. Altro che Brigate rosse o Baader Meinhof. Qualcuno avverta Juncker, please.

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