Minculpop remember. Con la riforma dell’editoria a rischio l’Ordine dei giornalisti. La denuncia dell’Istituto

Minculpop remember. Con la riforma dell’editoria a rischio l’Ordine dei giornalisti. La denuncia dell’Istituto

Lotti Luca, sottosegretario  di stato alla presidenza del consiglio dei ministri con delega all’editoria, uno dei tuttofare di Renzi Matteo, quando ha elaborato, si fa per dire, la nuova legge per l’editoria forse pensava  che l’anno in corso era il 1937, quando nacque il ministero della cultura popolare, il famigerato Minculpop che prese il posto dell’Ufficio stampa del capo del governo. Mussolini aveva bisogno di uno stretto controllo sui mezzi di informazione e prese spunto da proposte comparse nella rivista Critica fascista che suggeriva nel 1933 la creazione di un Ministero per la Propaganda che si ispirasse al Ministero della Propaganda di Goebbels nella Germania nazista.

Lo zampino del governo su un Ordine professionale garante dell’autonomia dei giornalisti

Vogliamo dire che  Lotti Luca ha fatto propria la impostazione della rivista mussoliniana quando ha pensato  di  mettere le mani sull’Ordine dei giornalisti inserendo un paragrafo nel testo del disegno di legge in discussione alla Camera? Certo che no, ma che il suo intento fosse quello di mettere lo zampino su un ordine professionale che nasce per garantire l’autonomia dei giornalisti è indubbio. Basta inserire nei delicati meccanismi che segnano la funzione di questa “istituzione” qualche granello di sabbia e si rischia di mandare in rovina gli ingranaggi. È quello che fa il disegno di legge. Si potrebbe discutere sul ruolo svolto da questo Istituto, oggetto anche di un referendum promosso dai radicali per abolirlo. Non andò in porto perché non fu raggiunto il quorum ma la maggioranza dei votanti era per l’abolizione. È tutt’ora materia di discussione fra gli stessi giornalisti. Se non andiamo errati questa professione in quasi tutti i paesi è regolata da Albi professionali. Sono i sindacati che con i contratti tutelano i lavoratori. Ma questa è ancor oggi materia di discussione. Il problema è semplice: nel momento in cui la questione diventa materia di legge, sarebbe stato il caso di ascoltare i giornalisti, il loro sindacato, i dirigenti stessi dell’Ordine, documentarsi sulle proposte di  riforma avanzate in più occasioni da Ordine e Federazione nazionale della Stampa.

Un disegno di legge che nasce nelle stanze di Luca Lotti e ignora le proposte  di Ordine e sindacato

Invece no, nel segno dell’autoritarismo, il disegno di legge che nasce nelle stanze di Luca Lotti, poi passa in Commissione, si oppongono i  Cinque stelle ma solo perché si prevede di ripristinare il Fondo per  l’editoria che consente alle testate che fanno capo al settore “no profit”, piccole testate in particolare gestite direttamente da giornalisti che promuovono cooperative operando a livello territoriale, dando voce direttamente ai cittadini. Il  testo originale subisce modifiche in positivo, entrano in campo le testate online, le iniziative delle cooperative, portano a casa risultati per quanto riguarda il finanziamento anche se occorre  avere la certezza che quanto messo in bilancio arriverà davvero.  Ma ci sono anche cose che non vanno proprio, a partire dal fatto che non si tratta di una riforma organica, ma di interventi su questi o quel settore, appunto dalla distribuzione, le edicole che stanno morendo, all’Ordine dei giornalisti.  E l’Ordine è sceso in campo con una dura nota del Comitato esecutivo che esprime “preoccupazione” – riporta l’Ansa –  per le “ripercussioni negative della proposta di legge in discussione alla Camera, che prevede un drastico ridimensionamento del Consiglio nazionale”.

La sensazione è che i parlamentari ignorino i problemi della categoria

Nel testo della proposta di legge si parla di una riduzione della composizione del Consiglio nazionale fino ad un massimo di “36 consiglieri (la legge ne prevede attualmente fino a 60, ndr), di cui due terzi professionisti e un terzo pubblicisti, free lance, e per questi ultimi l’obbligo di una posizione previdenziale da attività giornalistica presso l’Inpgi, l’Ente pensionistico di categoria”. Questo è il granello di sabbia di cui parlavamo che può bloccare i meccanismi che muovono l’Ordine.  Non solo. Il legislatore, nel caso i parlamentari, non conoscono qual è lo stato della categoria. Con questa legge si privano di diritti alcune migliaia di giornalisti che – afferma la nota dell’ordine -, certamente, “non per colpa né per scelta, subiscono contratti che prevedono versamenti ad altri istituti di previdenza”. Per non parlare dei compensi ad articolo, anche un euro. Cosa che fece andare in bestia Renzi Matteo quando il presidente dell’Ordine nel corso della tradizionale conferenza stampa di fine anno ebbe l’ardire di chiedere a lui, frequentatore assiduo di tv, radio, giornalini e giornaletti, niente si butta, insieme a e-news, tweet, che ricordano, questo sì il minculpop, di dare un’occhiata a questo mondo così importante che dovrebbe rispondere a due diritti fondamentali in una società democratica, il diritto del giornalista ad informare e del cittadino ad essere informato.

L’Ordine non potrebbe più onorare gli adempimenti previsti dalla legge

La riforma, deforma la chiamerebbe l’avvocato Besostri  che ha fatto giustizia del “Porcellum” e ora si batte con il comitato per il “no” al referendum costituzionale, “mette in pericolo il funzionamento dell’Ordine, che ha 104.021 iscritti e – sottolinea la nota  del Comitato esecutivo dell’Istituto – non potrebbe più onorare tutti gli adempimenti previsti dalle leggi”. “La riduzione del Consiglio nazionale a 36 membri – conclude la nota – rischia, inoltre, di creare delle forti penalizzazioni soprattutto per gli Ordini regionali con un minor numero di iscritti come Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Molise, Sardegna, Trentino Alto Adige, Umbria, Valle d’Aosta, mentre potrebbero avere serie difficoltà (almeno in una delle due rappresentanze) Emilia Romagna, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana e Veneto”. Allora deforma? Speriamo che i deputati che stanno discutendo la legge ci ripensino e avvertano il significato e la pressione che viene dal mondo del giornalismo. Già ci pensano gli editori a dare colpi duri alla libertà dell’informazione, anche nel complesso  mondo del giornalismo ci sono coloro cui sembra spiacere  questa libertà che è anche  a loro. Ma pensano che conta più la pagnotta. Ci manca il ritorno al minculpop. Certo con metodi raffinati. Il granello di sabbia che blocca il meccanismo. La “deforma” appunto. Ma la speranza è l’ultima a morire.

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