Iran. Doppie elezioni, per il Parlamento e l’Assemblea degli esperti, in un labirinto di sigle e di pericoli

Iran. Doppie elezioni, per il Parlamento e l’Assemblea degli esperti, in un labirinto di sigle e di pericoli

Primi risultati filtrano in Occidente del voto legislativo in Iran, sabato 27 febbraio, all’indomani dei due scrutini cruciali per il presidente Hassan Rouhani e per i suoi alleati, cosiddetti riformatori, i quali sperano di vincere contro i conservatori per proseguire nella loro politica di apertura. Gli elettori iraniani erano chiamati a votare per i membri del Parlamento di Teheran e dell’Assemblea degli esperti, che ha il potere di nominare la Guida suprema religiosa, e che potrebbe essere chiamata a nominare il successore dell’ayatollah Khamenei, che ormai ha raggiunto i 76 anni di età.

La partecipazione al voto, secondo molti analisti, è stata molto alta: quasi 33 milioni sui 55 milioni di aventi diritto, circa il 60%. Per fare un raffronto, gli elettori di questa tornata sono stati in numero inferiore a quelli del 2012, quando votò il 64%, ma solo il 48% votò nella capitale, Teheran. Per il momento, i primi risultati pubblicati sabato non permettono di determinare se il presidente Rouhani e i suoi alleati sono riusciti a trarre profitto dall’accordo nucleare di luglio tra l’Iran e le grandi potenze. I pochi risultati ufficiali diramati dall’agenzia nazionale iraniana Isna dicono che su 27 seggi attribuiti (sui 290 del Parlamento), 8 sono di candidati conservatori, 4 ai riformatori, 8 agli indipendenti e uno a un candidato sostenuto sia dai conservatori che dai riformatori. Gli altri sei seggi saranno attribuiti al ballottaggio. I risultati definitivi devono comunque essere confermati dal potente Consiglio dei guardiani della Costituzione, e giungeranno non prima di quattro o cinque giorni. I risultati della capitale Teheran, e dei suoi 5,5 milioni di elettori sono invece attesi per lunedì 29 febbraio.

L’attuale presidente Rouhani è stato eletto nel 2013 e spera di ottenere una maggioranza parlamentare favorevole al cambiamento e alle riforme, promesse agli investitori esteri, nel corso di un lungo tour, che lo ha portato nelle cancellerie di mezzo mondo, Italia inclusa (con lo scandalo indimenticabile delle statue coperte al Museo capitolino). In ogni caso, nei tre anni da presidente, Rouhani, per quanto si definisca riformatore, non ha certo posto fine al regime teocratico iraniano, né alla sottrazione dei diritti civili, e neppure al ricorso facile alla pena capitale, soprattutto per reati di opinione. L’aggettivo “riformatore” con cui Rouhani si presenta all’opinione pubblica nazionale e internazionale, anche in queste elezioni legislative, si riferisce dunque quasi esclusivamente alle aperture economiche ai grandi gruppi industriali multinazionali, piuttosto che al miglioramento delle vite dei cittadini dell’Iran. Va anche aggiunto che nel 2012 i riformatori boicottarono parzialmente le elezioni legislative, perché protestarono contro la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad del 2009, che essi ritenevano fraudolenta, un imbroglio. E nel 2016, molti capi dell’aggregazione dei riformatori sono stati scartati dal Consiglio dei guardiani della Costituzione, che ha immensi poteri sulle elezioni. Per questo, in alcune zone dell’Iran, sono state presentate liste unitarie con i moderati – molti dei quali fuoriusciti dai conservatori – battezzate “Speranza”. Infine, va sottolineato che i conservatori si sono presentati con una coalizione agguerrita e determinata a battere il rischio “di infiltrazioni straniere” in caso di vittoria dei riformatori.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.