Prima visita di papa Francesco alla Sinagoga di Roma, in nome dell’amicizia interconfessionale

Prima visita di papa Francesco alla Sinagoga di Roma, in nome dell’amicizia interconfessionale

Papa Francesco ha compiuto la sua prima visita in una Sinagoga ebraica, quella di Roma, domenica 17 gennaio, portando il suo saluto alla Comunità ebraica romana. Proprio come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI prima di lui, papa Francesco ha voluto manifestare l’amicizia interconfessionale tra cattolici ed ebrei in un momento storico particolarmente delicato per le fedi monoteiste, per effetto dell’inasprimento della violenza religiosa in tutto il mondo. Il primo atto di Francesco alla Sinagoga romana è avvenuto in realtà all’esterno. Il papa ha voluto fermarsi dinanzi alla lapide che ricorda quel 16 ottobre del 1943, quando tra le 5.30  e le 14 i nazisti della Gestapo entrarono nel Ghetto di Roma, arrestarono e deportarono 1259 ebrei, tra i quali 689 donne, 363 uomini e 207 bambini. Dei 1023 deportati ad Auschwitz, solo 16 riuscirono a tornare. Il papa ha voluto fermarsi anche dinanzi alla lapide che ricorda l’assassinio di Stefano Gaj Taché, il bambino di due anni ucciso dalla scheggia di una bomba a mano il 9 ottobre del 1982 nel corso di un raid di un commando palestinese.

Papa Francesco ha poi incontrato i famigliari del piccolo Stefano Gaj Taché e i sopravvissuti, 37, all’attacco palestinese del 1982 prima ancora di entrare in Sinagoga, che è la sede più antica della Comunità ebraica della diaspora. La visita del papa conferma la data del 17 gennaio, quella dei suoi due predecessori, ma nel 2016 giunge in un momento particolarmente doloroso, per i lutti determinati dalla violenza estremista e radicale in Europa, in Africa, in Asia. E Francesco, ancora una volta, ha condannato la violenza compiuta in nome di Dio.

“Benvenuto!”. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha salutato papa Francesco in Sinagoga. “Accogliamo con gratitudine la terza visita di un papa: secondo la tradizione giuridica rabbinica, un atto ripetuto tre volte diventa consuetudine fissa”, ha sottolineato sorridendo, tra gli applausi. “Accogliamo il papa per ribadire che le differenze religiose, da mantenere e rispettare, non devono però essere giustificazione all’odio e alla violenza, ma ci deve essere invece amicizia e collaborazione e che le esperienze, i valori, le tradizioni, le grandi idee che ci identificano devono essere messe al servizio della collettività”. Il rabbino Di Segni ha poi proseguito: “Dobbiamo insieme far sentire la nostra voce contro ogni attentato di matrice religiosa, in difesa delle vittime. Ma non dobbiamo essere insieme solo per denunciare gli orrori; dobbiamo lavorare e collaborare nel quotidiano. La nostra comunità investe tutte le sue risorse per garantire il suo futuro ebraico, ma vive questo impegno in un rapporto armonico con la società, in favore di tutti”. Per sottolineare l’importanza della visita di un terzo papa alla Sinagoga, dopo duemila anni di persecuzioni antiebraiche, il rabbino ha affermato: “Oggi il Tempio accoglie con gratitudine questa terza visita di un papa e vescovo di Roma. Secondo la tradizione giuridica rabbinica, un atto ripetuto tre volte diventa chazaqà, consuetudine fissa”.

Da parte sua, papa Francesco ha voluto ricordare la Shoah: “Sei milioni di persone, solo perché appartenenti al popolo ebraico, sono state vittime della più disumana barbarie, perpetrata in nome di un’ideologia che voleva sostituire l’uomo a Dio. Il 16 ottobre 1943, oltre mille uomini, donne e bambini della comunità ebraica di Roma furono deportati ad Auschwitz. Oggi desidero ricordarli con il cuore, in modo particolare: le loro sofferenze, le loro angosce, le loro lacrime non devono mai essere dimenticate”. Ha pronunciato queste parole sotto un diluvio di applausi riconoscenti. Non dimenticare l’Olocausto, è stato il primo monito del papa, che così ha giustificato la necessità della memoria: “E il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro. La Shoah ci insegna che occorre sempre massima vigilanza, per poter intervenire tempestivamente in difesa della dignità umana e della pace. Vorrei esprimere la mia vicinanza ad ogni testimone della Shoah ancora vivente, e rivolgo il mio saluto particolare a coloro che sono oggi qui presenti”, parole salutate dai presenti, alzatisi in piedi, con applausi prolungati. Il papa, proseguendo il suo discorso, ricorda: “Le nostre relazioni mi stanno molto a cuore”. E “nel dialogo ebraico-cristiano c’è un legame unico e peculiare, in virtù delle radici ebraiche del cristianesimo, ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli, uniti dallo stesso Dio”. “La violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche”. Francesco lo ribadisce, nel luogo più sacro alla prima religione monoteista della storia: “Conflitti, guerre, violenze ed ingiustizie aprono ferite profonde nell’umanità e ci chiamano a rafforzare l’impegno per la pace e la giustizia. La vita è sacra, quale dono di Dio. Il quinto comandamento del Decalogo dice ‘Non uccidere’, Dio è il Dio della vita e vuole sempre promuoverla e difenderla. E noi, creati a sua immagine e somiglianza, siamo tenuti a fare lo stesso”.  Dunque, ammonisce Francesco, “ogni essere umano, in quanto creatura di Dio, è nostro fratello, indipendentemente dalla sua origine o dalla sua appartenenza religiosa. Ogni persona va guardata con benevolenza, come fa Dio, che porge la sua mano misericordiosa a tutti, indipendentemente dalla loro fede e dalla loro provenienza, e che si prende cura di quanti hanno più bisogno di Lui: i poveri, i malati, gli emarginati, gli indifesi. Là dove la vita è in pericolo, siamo chiamati ancora di più a proteggerla”. E conclude: “Né la violenza né la morte avranno mai l’ultima parola davanti a Dio, che è il Dio dell’amore e della vita. Noi dobbiamo pregarlo con insistenza affinché ci aiuti a praticare in Europa, in Terra Santa, in Medio Oriente, in Africa e in ogni altra parte del mondo la logica della pace, della riconciliazione, del perdono, della vita”.

Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche, ha confidato a papa Francesco la sua emozione ancora viva per l’abbraccio di trent’anni fa tra Wojtyla e il rabbino Elio Toaff, del quale egli stesso fu testimone. “Il 13 aprile 1986 – ha detto nel suo saluto a Bergoglio, nel Tempio Maggiore di Roma – vide uniti Giovanni Paolo li e il Rav Elio Toaff. Ero presente e vidi con i miei occhi le loro figure avvicinarsi l’una all’altra, stringersi prima le mani e poi lasciarsi andare in quel gesto, uno appoggiato all’altro, come per sostenersi a vicenda e annullare quella distanza che per secoli era stata incolmabile. Il 17 gennaio 2010 – ha poi aggiunto Gattegna – ebbi la fortuna di partecipare personalmente, come rappresentante delle 21 Comunità ebraiche italiane, alla visita di Benedetto XVI, ora come allora insieme al nostro Rabbino Capo Riccardo Di Segni. Un incontro significativo e ricco di contenuti, durante il quale il papa ribadì la condivisione delle comuni radici, sulla base delle quali superare ogni forma di incomprensione e pregiudizio”. Secondo Gattegna, “i due momenti di incontro sono stati il coronamento e l’ideale prosecuzione di un percorso non sempre facile, che trova la sua origine e ha avuto una fondamentale svolta positiva con la promulgazione della Dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’ che 50 anni fa cambiò radicalmente il rapporto tra la Chiesa Cattolica e l’Ebraismo”. Oggi, ha poi concluso, “accolgo Lei, caro papa Francesco, che ha mostrato una grande virtù: la capacità di diffondere, in maniera virtuosa, messaggi importanti e complessi in modo apparentemente semplice, proprio attraverso la forza dei simboli e dei gesti simbolici”.

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