Piketty: combattere le ineguaglianze qui ed ora è possibile. In Francia, in Italia e in Europa

Piketty: combattere le ineguaglianze qui ed ora è possibile. In Francia, in Italia e in Europa

Insieme con una quarantina di personalità del mondo culturale, intellettuale e accademico francese, Thomas Piketty aveva lanciato un appello per Primarie “di sinistra ed ecologiste” in vista delle elezioni presidenziali francesi del 2017, sul quotidiano Liberation. In due settimane, l’appello ha raccolto più di 70.000 firme. Il testo che qui pubblichiamo fa parte di una serie di contributi pubblicati dal collettivo notreprimaire.fr.

Sì, è possibile combattere le ineguaglianze, in Francia e in Europa, qui ed ora. Contrariamente a ciò che pretendono i conservatori, esistono sempre delle alternative tra destra e sinistra, ma anche tra politici di sinistra, tutti rispettabili a priori, ma tra i quali occorre fare una scelta. Per ridefinire un’alternativa di sinistra dinanzi alla “destrizzazione galoppante”, occorre ricominciare a dibattere, discutere, in modo esigente e rigoroso: è l’unico modo per evitare che le decisioni siano confiscate dagli altri.

Per combattere le ineguaglianze occorre marciare su due gambe: imporre un riorientamento della politica europea, permettendo di uscire dall’austerità e dal dumping fiscale e sociale; realizzare le riforme progressiste che si impongono, subito, evitando di seguire l’inattività europea come una scusa cattiva.

La questione europea, intanto. Si possono immaginare tre grandi serie di posizioni, con ogni sorta di differenza: la ricerca delle politiche migliori, nel quadro delle attuali istituzioni; la rifondazione democratica e sociale delle istituzioni; la via d’uscita.

Prima posizione: alcuni pensano che sia possibile, nel quadro delle istituzioni europee attuali, rilanciare la crescita e l’occupazione, e migliorare gradualmente la situazione economica e sociale. È la tesi del governo francese, al potere dal 2012, e i risultati non hanno fornito buona prova. Si può certo pensare che sia sempre possibile fare meglio in futuro, e che la riforma dei trattati sarebbe più semplice.

La seconda posizione, che io difendo, è che è possibile e necessario, se si intende realizzare politiche di progresso sociale in Europa, rinegoziare il Trattato economico del 2012. Occorre soprattutto aggiungere  i temi della democrazia e della giustizia. La scelta del livello di deficit e della politica di rilancio deve attuarsi secondo le regole della maggioranza, in un Parlamento dell’eurozona, che rappresenti tutti i cittadini in modo paritario, e non applicando esclusivamente i criteri finanziari obbligatori. Occorre perciò uscire dalla regola dell’unanimità per realizzare un’imposta comune sulle grandi aziende ed un minimo di giustizia fiscale. Se la Francia, con l’Italia e la Spagna (che insieme rappresentano il 50% del Pil della popolazione dell’eurozona), proponessero un preciso progetto, allora la Germania (che ne detiene appena il 25%) dovrà accettare un compromesso. E se lo dovesse rifiutare, allora la posizione euroscettica verrebbe irrimediabilmente rafforzata.

La terza posizione è precisamente la via d’uscita: si constata lo scacco dell’eurozona e si elabora uno scenario che consenta di ritrovare la sovranità monetaria e di bilancio. Questa posizione mi sembra prematura: penso che occorra subito dotarsi di una vera possibilità di rifondazione democratica e sociale dell’eurozona e dell’idea europea. Ma comprendo l’esasperazione. Questo dibattito non dev’essere un tabù a sinistra: certi paesi restano all’esterno dell’eurozona, come la Svezia e la Danimarca, realizzando politiche di progresso sociale performanti almeno quanto le nostre. E come noi conoscono le stesse crisi xenofobiche: non fanno né meglio né peggio. Nessun dibattito può essere proibito.

Le riforme progressiste in Francia. Ne esistono di numerose che si possono realizzare immediatamente, qualunque sia l’esito dei negoziati europei. Come tanti cittadini, continuo a pensare che sia possibile introdurre una grande imposta progressiva sugli alti redditi, prelevati alla fonte per una maggiore efficacia e individualizzata per favorire l’uguaglianza tra donne e uomini e l’autonomia. Questa nuova imposta potrebbe, nello stesso tempo, permettere di rifinanziare il modello delle nostra protezione sociale, che si basa troppo largamente sui contributi e sulla massa salariare del settore privato. Potrebbe essere completata da una grande imposta progressiva sui patrimoni. Ma esistono altre posizioni possibili di cui occorre discutere. Tutte le posizioni sono rispettabili a priori, a condizione di dirle con precisione e con chiarezza prima delle elezioni. Le menzogne uccidono l’idea stessa di democrazia.

Al di là della fiscalità, vi sono altri settori che si possono riformare: la formazione, la sanità, la democrazia sociale. Il sistema francese di insegnamento è il più ineguale del mondo: è tempo di investire massicciamente nelle università e di riformarle profondamente, conciliando uguaglianza e libertà. Sulle pensioni, è possibile unificare regimi privati e pubblici per meglio garantire i diritti delle nuove generazioni e adattare il sistema alla complessità delle traiettorie professionali. I dipendenti devono essere impegnati meglio nelle strategie delle imprese e dei consigli di amministrazione: è la strada percorsa in Svezia e in Germania, dove funziona meglio che qui, e potrebbe essere ancora di più migliorata. Su tutte queste questioni occorre discutere, con chiarezza e con democrazia. È la condizione per ricreare la speranza e uscire dalla routine.

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