Obama. Il discorso sullo stato dell’Unione, durissima e realistica analisi della crisi della democrazia in America

Obama. Il discorso sullo stato dell’Unione, durissima e realistica analisi della crisi della democrazia in America

Il discorso sullo stato dell’Unione è un obbligo previsto dalla Costituzione americana che il presidente deve osservare, ogni anno, di solito a gennaio, quando rivolgendosi al Congresso, rende noti indirizzo e agenda di governo. Per questa ragione, è uno degli eventi politici più importanti della vita pubblica americana, atteso da tutti, ascoltato da tutti, commentato da tutti. Nella serata di martedì 12 gennaio, il presidente Barack Obama ha dunque parlato per l’ultima volta agli americani, almeno come presidente che rispetta l’obbligo del “discorso sullo stato dell’Unione”. Che discorso è stato?

La sintesi perfetta del New York Times: Obama ha accettato la responsabilità delle difficoltà della democrazia americana

Il New York Times titola: “Obama offre una visione di speranza mentre solleva le paure della nazione”. Nella parte riservata ai commenti, il quotidiano newyorchese titola: “Obama fa appello alla natura migliore dell’America”. Nel discorso tenuto nell’ora di massimo ascolto televisivo, scrive il New York Times, Obama “ha evitato la consueta litania delle prescrizioni politiche ed ha usato l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione per dipingere un ritratto di speranza della nazione dopo sette anni di leadership, con un’economia in netta ripresa e una migliore posizione nel mondo nonostante le disuguaglianze all’interno e il terrorismo all’estero”. Detto ciò, il New York Times rileva che “Obama, il quale aveva puntato tutta la sua campagna elettorale sulla speranza e il cambiamento, e aveva giurato quando assunse l’incarico di trasformare Washington e la stessa politica, ha accettato la responsabilità del fallimento di quegli obiettivi”. Si tratta di una buona sintesi, non solo del discorso, ma dell’intero arco della esperienza presidenziale di Obama, delle sue luci e delle sue ombre.

Obama ha ammesso infatti il suo rimorso più grande per aver lasciato gli Stati Uniti molto più polarizzati sul piano del dibattito politico, con l’emersione dei demagoghi alla Trump, verso i quali ha invitato gli americani a non soccombere. Nel 2008 Obama vinse grazie allo slogan “non siamo una collezione di stati rossi e stati blu. Siamo gli Stati Uniti d’America”. Oggi invece è costretto ad ammettere che “è uno dei pochi rimorsi della mia presidenza quello del rancore e del sospetto tra i partiti peggiorati e non migliorati”. Ed ha aggiunto che “solo un presidente con le doti di Lincoln o Roosevelt avrebbe potuto costruire un ponte per superare le divisioni”. In sostanza, Obama giudica il peggioramento delle condizioni della vita politica e pubblica americana, attribuendosi la responsabilità. Perciò ha promesso che fino alla fine del suo incarico si impegnerà per costruire quel ponte.

Le parole di Obama dure come pietre

Si tratta di una riflessione importante, che giudica non solo gli anni delle difficoltà nei rapporti col Congresso che hanno frustrato l’agenda di Obama, riflessione che ha spinto all’applauso i parlamentari democratici e costretto al silenzio i repubblicani. Ma pre-giudica, in qualche modo, i toni della campagna elettorale entrata già nel vivo di un confronto ormai a ruota libera, in cui soprattutto il candidato repubblicano Trump costringe gli altri sul terreno dell’odio verso i mussulmani e alla rabbia popolare. Le parole di Obama sono state dure come pietre: “quando cresce la frustrazione, ecco che si levano le voci che ci invitano a rintanarci nelle tribù, da assumere come capri espiatori cittadini che non ci somigliano, che non pregano come noi, o che non votano come facciamo noi, o che non condividono lo stesso retroterra. Non possiamo permetterci di scendere così in basso. Non ci consegna l’economia che vogliamo, o la sicurezza che vogliamo, ma soprattutto, contraddice tutto ciò che ci rende l’invidia del mondo”.

I quattro interrogativi al Paese

Obama ha posto quattro interrogativi ai quali il paese deve rispondere, chiunque sia il prossimo presidente, o chiunque abbia il controllo del prossimo Congresso: “Primo, come daremo a tutti pari possibilità e sicurezze in questa nuova economia? Secondo, come faremo in modo che la tecnologia opera per noi, e non contro di noi – soprattutto quando è chiamata a risolvere sfide urgenti come il cambiamento climatico? Terzo, come renderemo sicura l’America e come guideremo il mondo senza trasformarci in poliziotti? Quarto, come possiamo fare in modo che le nostre politiche riflettano ciò che vi è di buono in noi, e non il peggio?”. Insomma, Obama ha battuto sul tema della democrazia in America, come un moderno De Tocqueville, perché è consapevole che essa è in difficoltà “quando l’uomo medio sente che la sua voce non ha ascolto, che il sistema si sposta a favore dei ricchi o verso i potenti o verso qualche interesse circoscritto”. I limiti della democrazia americana, nel quadro che ne ha fatto Obama, richiedono un superamento del sistema elettorale e dell’influenza del denaro nella politica: “una manciata di famiglie e di interessi nascosti non possono foraggiare le nostre elezioni”. Per Obama, quella americana è diventata nel corso dei decenni una democrazia senza partecipazione, e per questo condizionata dai pochi a dispetto dei molti. Ecco perché tra le altre iniziative, Obama ha ricordato che per quest’ultimo anno presidenziale si batterà su tre fronti: il sistema migratorio, la protezione dei minori dalla violenza diffusa delle armi – uno dei posti a sedere era stato lasciato deliberatamente vuoto proprio per sottolineare l’incombente problema della diffusione delle armi – e l’aumento del reddito minimo.

La politica estera

Infine, Obama parla della democrazia americana in crisi che affronta un sistema geopolitico planetario profondamente mutato. “Nel mondo di oggi”, ha detto con acutezza Obama, “siamo minacciati meno dagli imperi del male e più dagli stati cattivi”, e il riferimento alla vecchia, reaganiana e bushiana, teoria degli imperi contrapposti nella guerra fredda. Sul caos del Medio Oriente, Obama ha puntato l’indice contro la incapacità del Congresso ad autorizzare la guerra contro l’Isis, dicendo: “se questo Congresso fosse serio sul vincere la guerra, e volesse inviare un messaggio alle nostre truppe e al mondo, dovrebbe autorizzare l’uso della forza militare contro l’Isis. Perciò, votatela!”.

Insomma, Obama ha cercato un registro per il suo ultimo “discorso dell’Unione” che unisse gli americani e le forze politiche, nel tentativo, abbastanza coraggioso, di ridurre le tensioni sociali al minimo, soprattutto dopo la diffusione pericolosissima delle armi da fuoco, i morti per mano della polizia, la recrudescenza anti-islamica e razzista. La società americana, ci ha detto Obama, è entrata nella fase della sua peggiore crisi. Chiudere gli occhi non è serio, neppure per noi europei.

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