Lo stato comatoso della Giustizia in Italia. Un dossier dei radicali. Mattarella, Renzi, Orlando, se ci siete battete un colpo

Lo stato comatoso della Giustizia in Italia. Un dossier dei radicali. Mattarella, Renzi, Orlando, se ci siete battete un colpo

Di solito convegni specialistici e seminari di studio sono qualcosa di barboso: interminabili relazioni infarcite di dati tecnici, il relatore tiene una relazione quasi colma e un pubblico distratto pensa ai fatti suoi… C’è sempre un’eccezione. Per esempio, una recente “Conferenza Nazionale dell’Avvocatura”. Per carità, la regola che si parla a chi certe cose dovrebbe conoscerle, mentre chi le ignora non c’è, vale anche per questo convegno. Però, a un certo punto interviene il vice-ministro della Giustizia Enrico Costa. E cosa ci dice il rappresentante del Governo, è da credere voce ufficiale del Ministero della Giustizia? Nulla che per senso comune non si sappia; ma è che sia lui, il vice-ministro a dirlo, a dirci ufficialmente, di una situazione intollerabile e che, al contrario, si tollera; e questo, sì, è intollerabile.

Dunque il vice-ministro alla Giustizia Costa dice che “occorre rivedere il sistema di elezione dei magistrati per i vertici dei tribunali e degli uffici giudiziari”; aggiunge poi che va rivisto anche il sistema sanzionatorio: “Perché i risultati a macchia di leopardo sulla velocità della giustizia civile e penale non dipendono tanto da eventuali carenze in organico, ma soprattutto dal modo in cui gli uffici sono amministrati”. Subito dopo il vice-ministro snocciola dati quanto mai significativi: “Per quel che riguarda le prescrizioni nel 2014 su 128 mila casi, oltre 70 mila si sono verificate durante le indagini preliminari”. Traduzione: oltre la metà delle prescrizioni, non sono imputabili a magheggi e ‘meline’ da parte della difesa dell’imputato (peraltro ha tutto il diritto di farli: visto che si limita a utilizzare gli strumenti che il codice gli mette a disposizione, esattamente come fanno i giocatori di una squadra in vantaggio quando mancano pochi minuti al fischio finale; se queste “regole” confliggono con la corretta amministrazione della giustizia, si cambino le regole; ma non ci si lamenti, fin quando ci sono, se c’è chi le utilizza). Alle citate prescrizioni in fase di indagini preliminari, vanno poi aggiunte le circa 25mila prescrizioni in fase di appello; e anche lì, se tra il primo grado di giudizio, il deposito delle motivazioni, la celebrazione dell’appello trascorre un tempo da Matusalemme, non è che lo si può imputare a “manovre” della difesa (che, si ripete, ove pure ‘manovrasse’ per dilatare i tempi, non fa altro che fare gli interessi del cliente; non le si può rimproverare nulla, se in nulla si viola il codice penale). Ad ogni modo, come risolvere il problema? “Occorre individuare”, risponde Costa, “una norma con tempi certi per scegliere tra l’archiviazione o il rinvio a giudizio dopo le indagini preliminari”. E come si spiega la vistosa differenza di prescrizioni tra i vari tribunali? Come si spiega che in alcuni tribunali va in prescrizione il 30 per cento dei fascicoli, in altri appena l’1 per cento? “La differenza consiste nelle misure organizzative, devono ripartire dalle modalità di selezione dei capi degli uffici. E necessaria una selezione che abbia come criterio cardine la capacità manageriale e organizzativa”. Ecco il perché dell’annunciata riforma del Csm, la modifica del sistema di elezione: “Per fare in modo che i più bravi facciano carriera, e il sistema sanzionatorio”.

Alla fine, cosa ricavarne? Si conosce la situazione; si riconosce essere intollerabile, ingiusta da patire, per ragioni diciamo etiche, ma anche pratiche: nel senso del danno materiale che procura all’intera collettività, che un simile disservizio lo si paga tutti, non solo chi ha la sventura di restare impigliato in quei diabolici ingranaggi; perfino si immaginano e individuano i possibili rimedi. A questo punto, perché tutto resta immutato, perché non si riesce ad attuare la “rivoluzione” di una giustizia normale?

È la domanda, questo “perché non si fa?”, che si rinnova alla notizia di un corposo dossier (una cinquantina di cartelle), realizzato dall’avvocato radicale Deborah Cianfanelli, consegnato in queste ore al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (che, va ricordato, presiede il Consiglio Superiore della Magistratura, ed è, a norma di Costituzione, il massimo magistrato); e per conoscenza ai vertici istituzionali del Paese: ministro della Giustizia, presidenti di Senato e Camera, ecc.

Quel dossier è un terso “j’accuse” che attende un Emile Zola che lo raccolga. Possibile che tra i seicento deputati e i trecento senatori non ce ne sia uno che lo trasformi in un almeno un’interrogazione parlamentare? È facile: basta prendere il dossier, apporvi un cappello: “Per sapere, premesso che…”, e concludere con un semplice: “Per sapere cosa si intenda fare a fronte della sopra descritta situazione…”. Sarebbe un sussulto di dignità da parte di un Parlamento che sempre più presenta l’avvilente spettacolo di un organo che ratifica decisioni e provvedimenti prese e adottate altrove, in centrali di incontrollati poteri reali.

Per tornare al “J’accuse” di Cianfanelli: si descrive con inoppugnabile puntualità come processi lenti e errori giudiziari che comodamente potrebbero essere evitati da coloro che li commettono (e ci sarebbe da chiedersi come non sappiano o possano evitarli; mostruoso sarebbe pensare che non vogliono), stanno “semplicemente” sono alla base di una vera e propria bancarotta. Si raccolgono oggi i frutti di una sciagurata legge, la cosiddetta “Pinto”, n.89 del 2001, varata dall’allora governo presieduto da Giuliano Amato: una “pezza” per tamponare la voragine di migliaia di richieste di risarcimento per la lentezza dei processi penali e civili approdati presso la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Siamo, oggi, al redde rationem. I danni psicologici e umani patiti da chi si trova imprigionato in questi gironi danteschi, evidentemente sono non solo irrisarcibili: sono incalcolabili. Ma c’è, in parallelo, un danno concreto per quel che riguarda i conti pubblici, che i radicali stimano in circa un miliardo di euro l’anno (le fonti ufficiali governative dimezzano la cifra, ma anche a prenderla per buona, basterebbe). A questa cifra bisogna poi aggiungere altri duecento milioni circa di euro, che tanto se ne va per i danni da ingiusta detenzione, circa duemila procedimenti l’anno, puntualmente censiti dal sito “errorigiudiziari.com”.

Con pazienza certosina Cianfanelli, ha raccolto e assemblato una quantità di cifre, dati, statistiche, realizzandone una “lettura” analitica. Emergono così “trucchi” avvilenti, per occultare una realtà che non può essere occultata da nessuna slide o imbonimento da fiera paesana. Per esempio: il governo parla genericamente “un debito accumulato” intorno ai 750 milioni di euro; si viene indotti a credere che sia la somma di tutto il contenzioso; no, si tratta dei debiti dei soli esercizi 2010-2011. Altre “perle” che si colgono dalla lettura del dossier: “In Italia vengono negati gli indennizzi per i danni patrimoniali, e vengono riconosciuti indennizzi bassissimi per i danni non patrimoniali, 750,00 per i primi tre anni di durata eccessiva, e 1.000,00 per gli anni successivi, cifre irrisorie se si pensa che i parametri europei vanno da 1.000,00 a 2.000,00 per ogni anno di durata del procedimento”;, il numero di cause ex lege Pinto, “è passato dalle 3.580 del 2003 alle 49.730 del 2010, alle 53.320 del 2011, alle 52.481 del 2012 e alle 45.159 del 2013”. Se si tiene conto che la media del rimborso liquidato si aggira sugli ottomila euro (ma appunto, è una media, approssimativa per difetto, comunque), facendo una semplice moltiplicazione si arriva a cifre da capogiro. “Il bilancio che a 14 anni dalla applicazione della legge Pinto si può trarre”, scrive Cianfanelli, “è sicuramente deludente in particolare rispetto a quelli che sono i parametri risarcitori forniti dalla giurisprudenza della Corte europea…l’Italia ha stimato la “ragionevole durata” in tre anni per il primo grado, due per il secondo grado e uno per la cassazione, ritenendo, a differenza della Corte europea, risarcibile non la complessiva durata della procedura ma solo la parte eccedente la durata tollerata”.

Una situazione, per dolo o colpa poco importa, ignorata dai vari governi che si sono succeduti in questi anni, e massimamente da quello in carica, e che secondo Cianfanelli si traduce in un danno, per i conti pubblici, di circa un  miliardo di euro l’anno. Insomma: oberata da arretrati di proporzioni colossali, la giustizia italiana è al collasso. Pensare di smaltire in tempi brevi i circa nove milioni di procedimenti pendenti è praticamente una “missione impossibile”. Già quasi dieci anni fa, nel 2007 per la precisione, la Commissione tecnica per la finanza pubblica, lancia un primo avvertimento, contenuto nel “Rapporto intermedio sulla revisione della spesa”: i risarcimenti destinati all’equa riparazione, si può leggere in quell rapporto, erano diventati una delle voci di spesa più significative del ministero della Giustizia.

Una conferma a quanto sostiene Cianfanelli, la si ricava dalla relazione presentata all’inaugurazione dell’Anno giudiziario 2014: “…I ritardi della giustizia ordinaria determinano ricadute anche sul debito pubblico”. E ancora: “l’alto numero di condanne e i limitati stanziamenti sul relativo capitolo di bilancio, hanno comportato un forte accumulo di arretrato del debito Pinto ancora da pagare che, ad ottobre 2013, ammontava ad oltre 387 milioni di euro”. Le cifre: secondo i dati del ministero della Giustizia i procedimenti civili pendenti al 30 giugno del 2015 ammontano a 5.257.693. Tre milioni e trecentomila sono inattesa di definizione nei tribunali ordinari. Un milione e trecentomila “stazionano” dal giudice di Pace; centomila in Cassazione.

Il ministro Orlando fa sapere che per quello che riguarda i procedimenti civili si registra una riduzione del 20 per cento: “La febbre del sistema è scesa in modo consistente”. Resta il fatto che i procedimenti in sospeso sono circa ottomilioni e ottocentomila: cinque milioni e duecentomila civili; tre milioni e cinquecentomila i penali. Il lettore vuole delle cifre? Presto servito: 1.189 le sentenze di condanna dell’Italia per violazione della Convenzione Europea. Durata media di un procedimento civile: sette anni e tre mesi; durata media di un procedimento penale: quattro anni e nove mesi; costo dell’inefficienza giustizia per Bankitalia: 1 per cento; detenuti in attesa di giudizio: 42 per cento; duemila processi ogni anno per ingiusta detenzione, o errore giudiziario; debito maturato dallo Stato per la lentezza dei processi: 750 milioni, già pagati, 313 milioni ancora da saldare; la durata media delle cause civili supera i sette anni, a volte durano più del doppio con costi spaventosi per i cittadini.

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