Eutanasia. I tempi sono maturi, solo la classe politica non se ne rende conto

Eutanasia. I tempi sono maturi, solo la classe politica non se ne rende conto

   I tempi sono maturi. Da tempo. Solo la classe politica sembra non rendersene conto (non tutta, certo, ci sono le debite eccezioni; ma in buona parte sì). Sarà perché è da sempre timorosa di pregiudicare faticosi e tutto sommato fragili equilibri di potere; sarà per malintesa convenienza: non si vuole rischiare di mettere in discussione alleanze con poteri reali che sotto la scorza di dogmatica intransigenza rivelano, quando “conviene”, uno stupefacente frullato di cinica, spregiudicata, flessibilità. Sarà per tanti motivi, e neppure si può escludere che in taluno vi sia un fondo di sincerità: che creda davvero in quello che dice di credere… Fatto è che l’eutanasia in Italia, per tanti più che un angoscioso interrogativo come è giusto che sia, è un indiscutibile  tabù. La parola stessa: vieta, vietata. Come un tempo, quando in TV “membro” era una parola impronunciabile; e anche cancro: si ripiegava sul più tenue “male incurabile”. Come se la zuppa non sia pane bagnato.

   Eutanasia: chi ha alle spalle studi classici sa che deriva dal greco: “bene”, “buona” morte. Lasciamolo perdere il “buona”, che la morte non può essere “buona”. Misericordiosa, semmai. Nel senso che può accadere, a un certo punto, che la vita si risolva in un qualcosa di insopportabile, per indicibile sofferenza fisica o psichica; e l’unica via d’uscita si risolve appunto nell’andarsene, l’esser lasciati liberi di potersene andare. E chiunque sa cosa si cerca di dire; perché ognuno di noi ha certamente avuto il dolore di vivere simili situazioni, con persone care che ti invocano quell’estrema forma di “liberazione”.

    “Nella migliore forma di Repubblica, i malati incurabili sono assistiti nel miglior modo possibile. Ma se il male non solo è inguaribile, ma dà al paziente continue sofferenze allora sacerdoti e magistrati, visto che il malato è inetto a qualsiasi compito, molesto agli altri, gravoso a se stesso, sopravvive insomma alla propria morte, lo esortano a morire liberandosi lui stesso da quella vita amara ovvero consenta di sua volontà a farsene strappare dagli altri…sarebbe un atto religioso e santo…”. E’ un brano de “L’Utopia”: il viaggio di Raffaele Itlodeo in una fittizia isola-regno abitata da una società ideale, immaginato da Tommaso Moro; e badate: siamo nel 1516; e badate: Moro nel 1935 viene proclamato santo da papa Pio XI; e badate: Moro è nientemeno che il santo patrono dei politici. Qualcuno, per favore, lo dica a Paola Binetti, Eugenia Roccella, Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi, Gaetano Quagliariello, a tutti gli zuavi (ormai neppure più pontifici) di Palazzo Madama e Montecitorio.

    I tempi sono maturi, si possono fare tanti esempi: in televisione viene tramesso con una certa frequenza un film di John Ford del 1948: tre banditi fuggono nel deserto; uno è allo stremo per la fatica e le ferite, chiede lo si aiuti a morire. Un pietoso John Wayne lascia accanto all’amico una rivoltella con un solo colpo, e si allontana. Poi, si sente l’eco di uno sparo. L’equivalente di una pillola di cianuro in una clinica svizzera, no? Nessuno mai ha levato la sua voce, contro quel film. Anni dopo un fumetto, il popolare “Tex”. Un amico di Tex, ferito allo stomaco, non ha scampo; chiede di accorciare le sue sofferenze. Tex è angosciato, non vuole farlo, ma capisce che deve, estremo gesto di amicizia. Il fumetto poi ricorre a un artificio: Tex sta per premere il grilletto, prima dello sparo, l’amico muore di suo. Il “delitto” non si compie, ma è per un attimo; una volta lo chiesi a Sergio Bonelli che mi onorava della sua amicizia: reazioni? “Nessuna”. Nessuna reazione neppure quando si trasmette “I quattro dell’oca selvaggia” di Andrew McLaglen; in quel film, a un certo punto il colonnello Allen Faulkner (Richard Burton), uccide, alcuni suoi uomini, compreso il suo fraterno amico Rafer Janders (Richard Harris), per evitare loro intollerabili sofferenze e torture da parte dei nemici. Anche in questo caso, nessuna protesta.

    Sono esempi (tanti altri se ne potrebbero fare), tratti dalla “letteratura” popolare (cinema non d’autore, fumetto) che testimoniano come le questioni relative al fine vita siano “mature”; di come atteggiamento maturo sia quello di discuterle, affrontarle, cercando le possibili soluzioni, per “governare” un fenomeno che c’è, e che può negare solo chi decide di mettersi spesse fette di salame sugli occhi.

   “Governare”, regolamentare, “legalizzare” un fenomeno non significa renderlo obbligatorio. Come per il divorzio, la pillola, l’aborto. Nessuno obbliga nessuno a divorziare o ad abortire; chi, per sua convinzione religiosa, etica, morale ritiene che il matrimonio sia indissolubile, e che fin dal concepimento ci sia vita, non è obbligato a divorziare, ad abortire per legge. Questo lo capisce anche un bambino piccolo; anzi, forse lui più di un adulto. Ma se una coppia è “scoppiata”, perché impedire che i due possano rifarsi una vita? In quanto all’aborto: si può credere che una donna decida di abortire a cuor leggero? Se si risolve a farlo, deve averne fondatissimi, drammatici motivi. Chi è, come si permette, chi la vuole ulteriormente tormentare con sanzioni penali e condanne “morali”? Per quel che riguarda l’eutanasia: se un Lucio Magri, un Piero Welby, un Mario Monicelli, un Carlo Lizzani e decine come loro, decidono di fare quello che hanno fatto, se chiedono quello che hanno chiesto, significa che hanno raggiunto (e oltrepassato) la soglia del sopportabile, dell’accettabile; chi siamo noi per stabilire che no, devono comunque sopportare, devono comunque accettare? Perché sono costretti all’esilio senza ritorno in una clinica Svizzera, o si devono uccidere nella “clandestinità”, o augurarsi la mano pietosa di un medico, di un’infermiera che agisce non solo a suo rischio, ma anche a sua discrezione e arbitrio? Perché non deve valere quello che nel 1516 scriveva il santo Tommaso Moro? Perché un altro santo, il papa Giovanni Paolo, quando sospira e invoca di essere lasciato libero di “tornare alla casa del padre”, è accontentato; e perché a tutti noi, se mai un giorno dovessimo arrivare a quello “stremo”,     quel diritto è negato? La vita, si dice, è un “dono” di cui non si può disporre a proprio piacimento. Vale per chi ci crede; ma chi non ci crede? Comunque che “dono” è, se non se ne può disporre liberamente? Ma qui si rischia di scivolare nel sofismo. Il fatto è che l’argomento, la questione, fino all’altro giorno era semplicemente tabù.

   E’ il 1984, quando il radical-socialista Loris Fortuna (il cui nome, non a caso è legato alla legge sul divorzio e sull’aborto), deposita a Montecitorio una proposta di legge sulla dignità del malato e la disciplina dell’eutanasia passiva. Mai neppure discusso. Chiuso in un cassetto, dimenticato lì. Chiusi in un cassetti, dimenticati lì, anche i successivi progetti di legge; e anche le proposte di legge di iniziative popolari con centinaia di migliaia di firme di cittadini raccolte da radicali e iscritti all’associazione Luca Coscioni. Per anni i radicali e pochi altri sono stati lasciati soli ad agitare il tema. Il ceto politico, salvo eccezioni, quando si tratta di conquiste di diritti civili si convince sempre “dopo” che i tempi sono maturi; “ritardi” che dovrebbero far riflettere sulla capacità di essere in sintonia con quel popolo che vogliono governare. Pensate: nella passata legislatura si disse NO anche all’istituzione di una semplice commissione parlamentare con il compito di radiografare le dimensioni del fenomeno eutanasia clandestina negli ospedali e nelle cliniche; si disse NO perfino questo banalissimo dato di conoscenza. Non si doveva sapere, non se ne doveva parlare, non ci si doveva confrontare e dibattere. C’era, ancora influente, il Vaticano dei Camillo Ruini, dei Tarcisio Bertone, dei Rino Fisichella. Ora, con quel pontefice venuto “da quasi la fine del mondo”, forse, chissà, le cose sono un po’ cambiate. Per la prima volta il Parlamento ha calendarizzato la discussione di una proposta di legge per la legalizzazione dell’eutanasia. Calendarizzazione significa che si avvierà una discussione. E’ un passaggio storico. E’ augurabile ora che questo primo passo segni l’avvio di un cambiamento nella legislazione italiana, una maggiore sintonia con quello che è il “sentire” della gente comune che siamo. La calendarizzazione è un primo, piccolo passo. Sarà un iter lungo, irto di difficoltà, un cammino pieno di tranelli e di trappole. Però è un inizio. E’ augurabile che si sappia dibattere con serenità, senza pregiudizio, con rispetto gli uni degli altri. Arriviamo buoni ultimi. Auguriamoci almeno che si sappia, si voglia, si possa fare tesoro delle esperienze altrui.

   Si è parlato finora dei politici. Un discorso andrebbe fatto anche su giornali, mezzi di comunicazione, giornalisti. Ci si occupa di tante sciocchezze, si va appresso all’inarcar di ciglio di quel politico; delle scempiaggini di quel guitto entrato chissà come e perché a Montecitorio; pagine e pagine se sia giusto o no che un’attempata signora si sollevi zigomi, tette e sedere… Su questo tema, che volenti o nolenti interessa tutti noi, per evidenti motivi, e ci riguarderà almeno una volta, nella vita, su questo poche righe stitiche su una colonna di giornale; televisioni in altro impegnate; e un contorno di  anatemi verbali, un’indifferenza ostentata… Non è da paese civile; proprio no.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.