Da nord a sud un sistema industriale a un passo dal collasso e migliaia di posti di lavoro appesi ad un filo. Seconda parte

Da nord a sud un sistema industriale a un passo dal collasso e migliaia di posti di lavoro appesi ad un filo. Seconda parte
Sono ormai centinaia le crisi aziendali che mettono in ginocchio le grandi e le medie imprese nazionali, migliaia se consideriamo anche le Pmi, un bacino che ha dato linfa ed ossigeno al sistema industriale italiano e che oggi, all’ombra delle difficoltà dei grandi gruppi, non possono che alzare bandiera bianca e non hanno neppure l’onore delle armi, visto che per loro e le maestranze, gli ammortizzatori sociali e la visibilità mediatica sono ridotte al lumicino. Ieri la prima parte della nostra inchiesta che ha evidenziato come, colossi del calibro di Eni ed Ilva, con tutto quello che consegue nelle società satellite, siano ormai sull’orlo del precipizio. Si cerca la svolta con operazioni strutturali del Governo, che, ad oggi, non sono ancora arrivate, e che in assenza di questo rischiano di mandare a picco gran parte del sistema industriale del Paese rappresentato propri da questi due colossi industriali, del siderurgico e del petrolchimico. Ma i problemi, in Italia, sono anche altri.
Oltre 2000 dipendenti rischiano il posto in Agile
Andiamo in ordine alfabetico, come nelle ultime ore si è registrato in gran parte della carta stampata  e delle televisioni. Alla lettera A risponde il gruppo Agile, entrata nel 2010 in amministrazione straordinaria. Nella pancia ben 2000 dipendenti. Questa società, dopo aver cambiato almeno due volte il suo nome, ha visto finire sotto processo tutto il suo vertice, con un crollo dell’occupazione di quasi 1300 unità. Ad oggi l’organico non supera l’asticella dei 780 occupati e molti di questi rischiano il licenziamento.
Chi si ricorda ancora di Alcoa e dei suoi dipendenti?
Andiamo avanti ancora con la lettera A, ed ecco allora l’Alcoa, una volta colosso sardo e multinazionale dell’alluminio con 450 lavoratori impiegati e prospettive importanti nelle dinamiche produttive nazionale e non solo. Di tutto questo resta solo incertezza.
La prestigiosa De Tomaso dopo il fallimento ha lasciato a casa 940 dipendenti
E dalla Sardegna e sempre in rigoroso alfabetico passiamo al Piemonte con la De Tomaso. In questo caso da registrare il fallimento di questa prestigiosa casa automobilistica nel 2013, ed anche qui una inchiesta giudiziaria. Il marchio è stato ‘esportato’ in oriente per una cifra assolutamente irrisoria, ma se il marchio è volato in Cina, così non hanno potuto fare i 940 fedelissimi dipendenti del gruppo.
Fincantieri, una delle ultime multinazionali italiane, affonda a Palermo
Ed andiamo ancora avanti e passiamo alla lettera F. In questo caso si tratta di una realtà pesantissima: Fincantieri. Per questa azienda, forse una delle ultime multinazionali italiane. Tante le sofferenze, soprattutto nei cantieri palermitani, dove, secondo le ultime informazioni sindacali almeno la metà dei lavoratori sono in cassa integrazione, mentre si sta applicando la tecnica soft dei pensionamenti anticipati, del part time e della cassa integrazione a rotazione.
In Campania la Hewlet Packard ‘congela’ il futuro di 160 dipendenti
Dalla Sicilia alla Campania e passiamo alla lettera H come Hewlet Packard. Anche in questo caso come in molti altri, lo stabilimento è stato ceduto, ma del passaggio dei 160 dipendenti occupati è nebbia profonda.
In Toscana l’incubo per 1100 dipendenti dell’ex colosso Lucchini
Passiamo alla lettera L ed andiamo in Toscana con la Lucchini. Qui troviamo lo spettro di una serie di impianti acquisiti da un gruppo algerino, la Cevital, che, ad oggi ha prodotto solo la cassa integrazione a zero ore per 1100 dipendenti. Infine altre tre realtà che potremmo definire ormai ex produttive.
Ed alla Mercatone Uno rischiano il futuro occupazionale in 1360
Alla lettera M risponde il gruppo Mercatone Uno. Per questa grande azienda concordato preventivo, amministrazione straordinaria e 1360 dipendenti in bilico tra occupazione e disoccupazione.
Il caffè non fa bene alla Saeco che potrebbe lasciare sul terreno della crisi 240 occupati
 
Infine la lettera S, S come Saeco. Un gruppo che fino a poco tempo fa sembrava assolutamente solido. Purtroppo, sembrerebbe le tazzine di caffè prodotte in Italia non siano sufficienti per conservare l’occupazione dei suoi dipendenti.  Sui 553 attuali, almeno 240 rischierebbero di perdere il lavoro.
Questo il quadro per le grandi aziende, nei prossimi giorni cercheremo di dare visibilità anche alle piccole e medie imprese che stanno soffrendo per questa ormai infinita crisi economica.
Share

Leave a Reply