Carta dei diritti, partita la mobilitazione della Cgil. Camusso: “Il lavoro è uno, i diritti sono di tutti”

Carta dei diritti, partita la mobilitazione della Cgil. Camusso: “Il lavoro è uno, i diritti sono di tutti”

È partita lunedì mattina, a mezzogiorno, dalla stazione Termini a Roma la campagna nazionale per la Carta dei diritti universali del lavoro, organizzata dalla Cgil. Una campagna articolata su più fronti, a partire da quello legislativo, con una proposta di legge d’iniziativa popolare. Il segretario generale, Susanna Camusso, con una conferenza stampa all’aperto, allestita nel parcheggio davanti alla stazione Termini ha detto che “non a caso, è stato scelto quel luogo, perché la stazione è il crocevia di coloro che quotidianamente vanno al lavoro”.

Su questi temi c’è da registrare l’intervista concessa a rassegna.it dalla leader del Sindacato di Corso d’Italia, Susanna Camusso, che jobs news pubblica integralmente.

“Il nostro obiettivo, non lo nascondiamo, è ambizioso: ricostruire un punto di universalità dei diritti per tutti i lavoratori”. A colloquio con Rassegna, il segretario generale della Cgil Susanna Camusso riassume con queste parole il senso della proposta di Carta dei diritti universali del lavoro, una raccolta di norme – una vera e propria riforma complessiva del diritto del lavoro – messa a punto dal sindacato di corso d’Italia, il cui testo (composto da una novantina di articoli) saranno chiamati a discutere e a votare – in tutti i luoghi di lavoro e tra i pensionati – gli iscritti alla confederazione in una campagna straordinaria di assemblee che prenderà il via oggi (18 gennaio) e si concluderà il 19 marzo, in vista dell’obiettivo di farla diventare una legge di iniziativa popolare.

 Segretario, cosa ha spinto la Cgil a formulare la proposta di un nuovo Statuto dei lavoratori e delle lavoratrici?

 La constatazione, avvenuta in tempi non sospetti, anche prima dell’avvento di questo governo, della perdita di relazione tra il lavoro, i diritti a esso connessi e il fatto che quegli stessi diritti devono essere universali. È evidente che lo Statuto del 1970 di per sé non basta più, per la semplice ragione che quella legge era stata pensata per un’unica tipologia di rapporto di lavoro. La distinzione che allora appariva assolutamente chiara, tra lavoro subordinato a tempo indeterminato e autonomo, oggi non c’è più, sia per la moltiplicazione dei rapporti di lavoro, sia perché la stessa modalità con cui il lavoro si organizza è fondamentalmente cambiata. Gli anni settanta sono stati ancora quelli della verticalizzazione della produzione, oggi siamo nell’epoca in cui è più facile un processo di esternalizzazione, di appalto e quindi di filiera. Il risultato è che anche nei rapporti autonomi è frequente la presenza di elementi di eterodirezione, che di fatto non permettono più di distinguere tra rapporto subordinato e rapporto autonomo. È evidente che, la sfida è oggi quella di declinare il tema dei diritti riconoscendoli in capo alle persone e non più suddividendoli per tipologia contrattuale.

 E la risposta vincente a questa sfida, per la Cgil, si chiama Carta dei diritti universali del lavoro…

 Non è più possibile pensare di ricondurre tutto ai contratti di lavoro a tempo indeterminato. Sarebbe un’operazione che continuerebbe a escludere, prendendo a riferimento un mondo del lavoro sempre più piccolo. Se il lavoro lo vogliamo riunificare davvero, dobbiamo anche misurarci su come e dove riunificare condizioni che sono differenti non in maniera temporanea, ma strutturale. È forte la tentazione – specialmente in alcuni media – di leggere la nostra iniziativa esclusivamente in chiave anti Jobs Act. Non è così. Non è solo questo esecutivo che ha dimostrato di essere inadeguato al proprio ruolo. È l’insieme delle norme che si sono susseguite negli anni, per mano dei governi più diversi, che ha fallito, producendo solamente, in una furia deregolatrice, la svalorizzazione del lavoro. Per questo sosteniamo che la nostra proposta ha finalità ben più ambiziose, a cominciare dalla ricostruzione del diritto del lavoro – che negli anni, a causa degli interventi legislativi, è stato frantumato – fino all’obiettivo fondamentale di ridare primato alla contrattazione. Ma penso anche al sacrosanto diritto alla pensione, oggi non più pienamente esigibile in ragione della decisione di dare priorità al principio dell’aspettativa di vita rispetto a quello del rapporto tra vita lavorativa e necessità di riposo.

 Dovendo ridurre a tre aspetti essenziali i principi che informano l’articolata proposta della Cgil, a quale sintesi ti affideresti?

Punterei a valorizzare innanzitutto quello che io considero un punto fermo del nostro progetto: i diritti sono in capo alle persone. Lo ripeto. Che si tratti di lavoratori autonomi o subordinati, questi devono vedersi riconosciuti i fondamentali diritti del e nel lavoro: il diritto al riposo, alla malattia, alla formazione, alla protezione del loro sapere, che si chiami diritto d’autore o proprietà intellettuale, alla maternità, alle ferie. In questo ci vantiamo di pensarla all’antica. Un secondo ordine di principi, anch’esso assai caro alla nostra organizzazione, attiene alla democrazia, al voto dei lavoratori, all’elezione e al riconoscimento del potere contrattuale dei delegati. È il tema delicatissimo della rappresentanza, che riguarda le organizzazioni dei lavoratori, ma anche i nostri interlocutori datoriali. Su questo versante, noi proponiamo l’attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con il fine principale di ripristinare il giusto rapporto tra legislazione e contrattazione, obbligando nel contempo governo e Parlamento a tornare a operare nei loro ambiti di competenza e lasciando ai corpi intermedi le loro naturali prerogative. Ma la contrattazione, con il recupero del suo primato, deve anche riappropriarsi della capacità di produrre partecipazione, occupandosi non solo dei minimi contrattuali con valore erga omnes, dando applicazione all’articolo 39 della Costituzione, ma anche dell’idea – e qui siamo già al terzo ordine di ragionamento – che si debba avanzare sul terreno della codeterminazione e della democrazia economica, strumenti che giudichiamo utili al benessere del lavoro.

 Nell’illustrare i contenuti essenziali della Carta dei diritti universali del lavoro, hai evocato l’articolo 39 e, senza nominarlo, l’articolo 46 della Costituzione sul diritto del lavoratore a collaborare alla gestione delle aziende…

Se è per questo, se volessimo allargare il ragionamento al rapporto tra la nostra proposta e la Costituzione, andrebbe citato anche il 36, quello sul diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, alla durata massima della giornata lavorativa, al riposo settimanale e alle ferie…

 Ecco, secondo te, è lecito dire che una proposta come quella che avanza la Cgil, fatta in buona sostanza di principi costituzionali, può favorire l’ingresso pieno e senza eccezioni della nostra Carta fondamentale nei luoghi, e nei non luoghi, di lavoro?

Non c’è dubbio. Come avvenne per la legge 300, noi vorremmo con la nostra proposta fare in modo che nel mondo del lavoro vengano riconosciuti diritti, anche costituzionali, a chi ne è escluso. Noi parliamo di una proposta di rango costituzionale, non nel senso che siamo intenzionati a intervenire sulla Carta fondamentale, ma nel senso che ci proponiamo di tradurre con efficacia la Costituzione italiana, perché nel tempo la sua applicazione ha subìto, con interventi di deregolamentazione e destrutturazione, uno snaturamento evidente. Per questo sosteniamo che se è vero che la contrattazione inclusiva, da anni un nostro cavallo di battaglia, può avvicinare condizioni diverse, esistono diritti soggettivi che vanno resi universali e indisponibili a ogni deroga.

Che valore attribuisce la Cgil alla consultazione dei lavoratori e dei pensionati sui contenuti del nuovo Statuto?

Un valore enorme. La campagna di assemblee nei luoghi di lavoro e tra i pensionati rappresenta un importante momento di verifica dell’orientamento dei nostri iscritti relativamente a un testo che propone anche dei temi nuovi e che, oltre a voler ridare diritti, democrazia e dignità al lavoro, guarda in avanti, sforzandosi di leggere il cambiamento. Perché non è affatto scontato nel dibattito della Cgil, per la nostra storia e per talune convinzioni consolidate, considerare un lavoratore autonomo portatore degli stessi diritti di un lavoratore dipendente. Ma non solo questo. Le assemblee saranno utili per riaprire una stagione che contrasti l’idea che il lavoratore debba essere sempre più marginale nella costruzione del mondo che verrà. Lo ripeto da settimane: non abbiamo il problema di ripristinare alcuni articoli della legge 300, che è il modo in cui la nostra campagna è stata interpretata da diversi mezzi di informazione. Abbiamo bisogno di innovare l’interpretazione del mondo del lavoro, di cambiare davvero il modo in cui si considerano le regole del gioco. La consultazione ha anche questo significato. Una prova straordinaria di democrazia – che, detto per inciso, è un valore in sé – con lo scopo di riaprire una stagione che non ci veda più soltanto sulla difensiva.

da rassegna.it

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