Bad bank. Solo Renzi e Padoan inneggiano. L’accordo di Bruxelles non salva le banche e non muove la crescita. Piazza Affari ancora in nero

Bad bank. Solo Renzi e Padoan inneggiano. L’accordo di Bruxelles non salva le banche e non muove la crescita. Piazza Affari ancora in nero

Solo la strana coppia Renzi-Padoan ha il coraggio di inneggiare all’accordo raggiunto a Bruxelles fra il governo italiano, rappresentato appunto dal ministro dell’Economia e la Commissione europea dopo oltre cinque ore di trattative sul problema “bad bank”. Tradotto: come liberare le banche  dai prestiti dubbi, una pesante zavorra. La montagna ha partorito il topolino e se lo dice il nuovo editorialista di Repubblica, molto benevolo, anche troppo, nei confronti del governo, c’è da crederci. In sostanza sarebbe lo Stato a garantire sui crediti con maggiori possibilità di essere riscossi e che saranno “messi in vendita”. Ci vuole un decreto attuativo da parte del governo e si pensa ad un provvedimento omnibus che contenga anche la riforma delle banche di credito cooperativo, alcune primizie in merito alla riforma del diritto fallimentare per velocizzare le procedure. Troppo complicato per vedere subito in questi casi.

Anche i commentatori più “sensibili” nei confronti del governo denunciano “criticità”

Anche i commentatori più “sensibili” nei confronti del governo non possono fare a meno di mostrare alcune criticità.  Lucrezia Reichlin, London Business School, dice che si tratta di un provvedimento positivo, “almeno a metà” perché restano “dei punti critici”. Marcello Messori (Università Luiss) è più netto. Il provvedimento concordato a Bruxelles “non basta per liquidare l’eccesso di crediti problematici che sono nei bilanci delle banche italiane specie in quelle più vulnerabili”. Per quanto se ne conosce, un problema fondamentale riguarda la garanzia statale. Si dovrebbe muovere secondo le regole del mercato invece è frutto di accordi con chi “compra” i crediti  cattivi. Non solo, la garanzia, nota il professor Messori, viene applicata a una quota non grande dei crediti.

Il giudizio più pesante sullo stato del nostro sistema bancario lo sta dando il mercato finanziario

A dare il giudizio più pesante, quello più  realistico, è il mercato finanziario, le Borse, quella di Milano in primo luogo. Hanno seguito il corso della trattativa sulle “bad bank” in modo molto critico. Ora, alla luce di quanto se ne sa dell’accordo, il giudizio è ancora più netto. Parlano i numeri. Piazza Affari reagisce in modo negativo, maglia nera in Europa. “Bad bank – dicono gli operatori – che non è neppure una bad bank”, proprio nel momento in cui crescono i timori per la crescita, con la Fed che non ha toccato i tassi di interesse mentre il costo del petrolio fa un balzo in avanti, Arabia e Russa tagliano la produzione. Insomma c’è un gran movimento nel mercato mondiale. Una stagnazione, per non dire di peggio, altrimenti incorriamo nel “gufismo”, parola chiave nel ristretto vocabolario di  Renzi Matteo, per quanto riguarda la nostra economia. A Piazza Affari il Ftse Mib perde l’1,5%, dopo essere arrivato sotto il -3%.  Manco a dirlo a trainare il ribasso è il settore del credito con Bpm, Mps, Unicredit, Bper e Ubi che passano anche per una fase di sospensione. La “sensazione” degli operatori è che quello sulle bad bank sia “un intervento non sufficiente per liberare i bilanci dai crediti morosi. Gli istituti sarebbero obbligati a vendere ad altri i pacchetti di sofferenze con sconti troppi alti e quindi con esiti peggiorativi per i loro bilanci”.

Controprova: le  altre Borse Ue sono contrastate, ma in risalita: Londra segna +0,25%, Parigi cede lo 0,3% e Francoforte lo 0,9%. Il caso di giornata è Deutsche Bank: la prima banca tedesca ha confermato un rosso da 6,8 miliardi nel 2015, frutto della ristrutturazione in atto e dei costi legali. Altro segnale viene dallo spread tra Btp e Bund tedeschi. È in leggero aumento sopra 105 punti base, con il rendimento del decennale italiano sotto l’1,5%.

Keynesblog:  “Italia una bomba ad orologeria per l’Unione Monetaria”

Dovrebbero far riflettere questi dati. Un intervento era ed è necessario perché la percentuale di crediti deteriorati nel nostro paese è quattro volte la media europea, l’Italia viene definita  dai più attenti analisti finanziari come “una vera e propria bomba ad orologeria per l’Unione Monetaria, una crisi bancaria del nostro paese -scrive Keynesblog – trascinerebbe infatti l’intera area euro in acque inesplorate, potenzialmente mettendo a rischio la tenuta della moneta unica”. Il punto era e resta, dovrebbero capirlo anche i numerosi consiglieri del premier, in prima persona il nuovo sottosegretario, il prof. Nannicini, il nuovo deus machina della politica economica renzian-verdiniana, la ripresa economica che non c’è. È come il  cane che si morde la coda perché gli stessi crediti sporchi sono il risultato della crisi economica. Anche se risani i crediti le banche non saranno disponibili a prendere nuovi rischi in assenza di concrete misure che assicurino la crescita, il superamento di una crisi economica che è ancora lontano dal nostro orizzonte. Non servono le statistiche che sforna l’Istat che ci rappresenta il paese del bengodi o quelle di Eurispes che vede crescere la fiducia degli italiani nel governo Renzi, quando tutti i sondaggi dicono il contrario.

Per salvare le banche serve salvare i clienti, famiglie e imprese

Scrive Keynesblog che per salvare le banche serve in primo luogo salvare i clienti: imprese e famiglie che non sono in grado di rimborsare i debiti. Cgil, Cisl, Uil, Federconsumatori quasi ogni giorno propongono questa “ricetta” per curare il malato, mentre il governo si muove in tutt’altra direzione, quella delle riforme, o  meglio, come dicono i promotori dei referendum per difendere la Costituzione, delle “deforme” che colpiscono il potere contrattuale dei lavoratori, colpiscono i salari nominali, trascinano l’economia in una situazione di bassa inflazione, ormai neppure a un metro di distanza dalla deflazione.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.