Torture in carcere, diritti umani e civili. Non bisogna darsi per vinti

Torture in carcere, diritti umani e civili. Non bisogna darsi per vinti

Dice bene don Marco Pozza, cappellano della Casa di Reclusione di Padova: “A stupirmi è lo stupore di chi ancora si stupisce delle nefandezze perpetrate nel silenzio delle patrie galere”. Dice bene, perché il caso del detenuto che denuncia violenze nel carcere di Parma, non è un caso isolato; quando chiede al brigadiere perché non ferma il suo collega che lo picchia, per risposta quello gli sibila: “Fermarlo? Chi, a lui? No, io vengo e te ne do altre, ma siccome te le sta dando lui, non c’è bisogno che ti picchio anch’io”; ecco, un caso così non è raro, e fare gli struzzi non serve a nulla. Dice bene, perché come stanno le cose lo spiega il presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna Francesco Maisto: “Informammo subito il sostituto procuratore di Parma che si attivò”. Dunque, tutti sanno ciò che accade nel penitenziario parmense. Spiega ancora Maisto: “Proprio per questo in quegli anni si sono succeduti vari direttori”. Dopo la denuncia di un altro detenuto, questa volta italiano, nell’ottobre scorso, la procura apre un’inchiesta e otto persone finiscono sul registro degli indagati.

Non bisogna stupirsi. Ricordate l’unico solenne “messaggio” che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano invia alle Camere: al Parlamento si ricorda che “è fatto obbligo per i poteri dello Stato, ciascuno nel rigoroso rispetto delle proprie attribuzioni, di adoperarsi affinché gli effetti normativi lesivi della Convenzione cessino”. Specificatamente il presidente si riferisce alla situazione delle carceri italiane, e alle condanne che fioccano sull’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Non è finito l’anno, e siamo ad almeno cinquanta suicidi di detenuti. E 78 sono i detenuti morti in carcere nel corso degli ultimi otto mesi. A partire dal 2000 e fino al 31 agosto 2015, 875 persone si sono tolte la vita nelle carceri italiane. Il numero complessivo dei decessi, considerando anche le morti per cause naturali e incidenti, è di 2.450. Ancora Napolitano: “È una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi nelle carceri”.

Per chi, come chi scrive, considera numi Garibaldi e Mazzini, Salvemini ed Ernesto Rossi, e certamente ha poco da spartire con gli zuavi pontifici e i loro eredi, è amaro riconoscere che un pontefice venuto da “quasi la fine del mondo”, tra i suoi primi provvedimenti legislativi, c’è stato quello di abolire d’imperio la pena di morte in Città del Vaticano, e di introdurre il reato di tortura; mentre in Italia, questo reato ancora non c’è, e alle Camere ancora ci si balocca con un testo di legge in materia che più edulcorato non si potrebbe. Siamo, noi italiani, il paese di Cesare Beccaria, e al mondo abbiamo regalato “Dei delitti e delle pene”; il Granducato di Toscana è stato il primo paese al mondo ad abolire la pena di morte; e non si riesce a essere conseguenti con queste grandi, nobili, tradizioni.

È stato Ennio Flaiano a dire (se la memoria non tradisce), che il nostro paese è la patria del diritto e del suo rovescio. E infatti… Le intercettazioni raccolte dal detenuto, e pubblicate da “Repubblica”, evidenziano una realtà che non vede solo chi chiude gli occhi e tuffa la testa sotto la sabbia: il carcere in Italia, così com’è strutturato, è tecnicamente fuori legge; contrario ai dettami della Costituzione. Un qualcosa di illegale. E questo a prescindere dalla comunità che ci vive: i detenuti, che ovviamente non sono tutti degli stinchi di santo; gli agenti della polizia penitenziaria, dove sicuramente ci sono persone che fanno con coscienza e abnegazione il loro difficile lavoro per quattro soldi (ma non tutti, come vediamo e sappiamo); un mondo fatto di volontariato e di personale qualificato che fa quello che fa, e avrebbe mille ragioni per chiedersi: ma chi me lo fa fare… Lavorano tutti in condizioni pietose, e anche tra gli agenti della polizia penitenziaria e i volontari non mancano i suicidi con doppia cifra…

Torniamo alle “intercettazioni” di Parma. Promette Santi Consolo che dal 19 dicembre del 2014 guida il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: “Se veri, sono fatti gravi. Qualora dovesse esserne accertata la fondatezza, assumerò i doverosi provvedimenti”. Fa sapere di aver disposto un’ispezione in tutti gli istituti dov’è stato il detenuto. Gli episodi descritti da “Repubblica” non hanno riferimenti cronologici precisi e sembrano richiamare fatti lontani nel tempo, di cui aveva già parlato “l’Espresso” più di un anno fa. Aggiunge che il DAP non è stato a guardare: “Già l’anno scorso il DAP ha fatto un’ispezione nel carcere di Parma. Dall’inizio del 2015, proprio io, attraverso l’ufficio che segue le indagini disciplinari, ho chiesto alla procura notizie sui presunti pestaggi, ovviamente nel rispetto del segreto investigativo. L’indagine è complessa, perché necessita di verifiche sull’autenticità delle registrazioni, sulle date, sugli autori”.

Parole rassicuranti? Fino a un certo punto. Se la denuncia è vecchia di un anno, com’è possibile che ancora non si sia accertato se è o no fondata? La spiegazione c’è, e l’inquietudine cresce: “Questi fatti sono risalenti nel tempo. Le nostre attività non possono interferire con quelle dei magistrati e per intervenire disciplinarmente dobbiamo essere certi delle responsabilità”. L’indagine è ancora aperta? Dopo un anno? Su una cosa così grave forse bisognerebbe interrogarsi perché si procede con così “lento pede”. Sentiamo un po’ dal ministero della Giustizia, che si dice. Il ministro Andrea Orlando chiede al DAP “di assicurare l’opportuna collaborazione agli accertamenti in corso da parte dell’autorità giudiziaria e di fornire elementi di valutazione su quanto sarebbe avvenuto nel carcere di Parma, anche all’esito di un’eventuale attività ispettiva”. Gli ispettori sono andati a “ispezionare”? Parrebbe di no.

I radicali Marco Pannella e Rita Bernardini da anni denunciano situazioni di illegalità, di arbitrio, di pervicace violazione dei diritti umani e la pratica della tortura perpetrata nelle celle da alcune ‘mele marce’, e la più generale illegalità del nostro sistema penale che mette fuori legge l’intero Stato italiano. Pochissimi altri, con loro; si spiega: i diritti umani e i diritti civili non “pagano”. Si pensa che non portino voti, non producano consenso; siano battaglie impopolari. Sarebbe bello se il popolo (sì, il “popolo”, bella parola, da recuperare) cominciasse, ogni volta che può, a dimostrare che “lor signori” sono in grande e grave errore. Non è vero che i politici sono tutti uguali; e discernere è un esercizio non facile, ma che non si deve dismettere.

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