Non stupiamoci se una mattina Roma si sveglia grillina. Sappiamo chi ringraziare

Non stupiamoci se una mattina Roma si sveglia grillina. Sappiamo chi ringraziare

“Europa”: qualcuno, forse, ricorda il bel quotidiano di nicchia, che con “l’Unità” era uno dei due giornali del Partito Democratico: piccolo, agile, un po’ corsaro, peccato tutto sommato sia stato lasciato morire; era una piccola isola di confronto libero, di libera discussione. È la fine di novembre del 2013, il 21 per l’esattezza. “Europa” pubblica un paginone firmato da Mario Lavia, titolo: “Il grande paradosso del PD di Roma”.

Un bell’incipit: “A Roma il PD non c’è più. Forse, in un certo senso, non c’è mai stato”. Un PD morto, o moribondo “non è solo a causa del famoso, ‘amalgama mal riuscito’ di dalemiana memoria ma per l’evidente sfrangiamento che percorre il PD capitolino in tanti clan, sottoculture, micronotabilati, personalismi, ‘carri’ di vecchio e nuovo conio. In qualche caso si somma nel malaffare clientelare, o comunque nel gioco delle cordate di sottopotere, e qualche tesseramento irregolare o un po’ di risultati bizzarri ci sono stati all’ombra del Cupolone…”. Bella descrizione, vero? Toni educati, ma nella sostanza, scudisciate. I “circoli” poi: “Malgrado l’impegno di tante generosissime persone (in taluni casi davvero al limite del sacrificio), troppo spesso non sono più sedi di elaborazione e decisione politica… Non che il clientelismo, specie in zone precise e ben note del paese, non sia un fatto antico: la novità però è che nella fase terminale della Seconda repubblica il male si è propagato anche ad aree una volta sane. E dunque potenzialmente ovunque…”.

È bene tenere a mente la data: 21 novembre 2013, due anni fa. Ecco che scoppia con fragore l’inchiesta cosiddetta “Mafia Capitale”; a Roma accade di tutto e di più. A mio parere per i suoi indiscutibili errori (anche gravi) e leggerezze (non perdonabili), la “sindacatura” di Ignazio Marino, viene travolta; non c’è dubbio che il giorno delle sue dimissioni i poteri reali che dominano la città (e che quel potere lo vedevano intaccato, e non volevano mollarlo), abbiano brindato fino a ubriacarsi. Vogliono la testa di Marino, l’hanno ottenuta; facilmente: lo stesso Marino offre il collo alla mannaia un giorno sì, e l’altro pure.

Ora che Marino è “ex”, tutti contenti, soddisfatti? Tanti certamente sì. Ma torniamo all’inascoltato grido di dolore lanciato il 21 novembre del 2013 da Mario Lavia; e facciamo un salto, fino al 19 giugno del 2015. Quel giorno l’ex ministro Barca, incaricato da Matteo Orfini, “commissario” del PD romano, rende noto lo stato in cui versa il partito. Si legge di militanti che denunciano che in occasione delle primarie del 2013 in cambio di voti si distribuiscono “pacchi di pasta e buste della spesa”; si legge che ben 27 circoli del PD vengono definiti “dannosi”, vi si esercita “il potere per il potere”: tesserifici scollegati dai quartieri, pezzi di un partito “dannoso”, che premia solo “la fedeltà di filiera”, senza democrazia interna e trasparenza, feudi “personali di ‘qualcuno’, oppure arene di uno scontro tra poteri”; si legge di gestione personale e familistica, dove “non c’è ragione di vita diversa dall’accrescere la presenza di una corrente”; e le cronache dei giornali riferiscono di una quantità di dirigenti ed esponenti arrestati, indagati, inquisiti.

Siamo ora all’ottobre del 2015. Davvero ci si deve stupire se alle prossime elezioni l’inconcludente e demagogico movimento di Beppe Grillo mieterà ancora consensi, incrementerà i suoi voti? No, ci si risparmi, per favore, lo stupore. Piuttosto, fin da ora si sa chi si dovrà ringraziare.

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