Legge di stabilità. Tre dimenticanze di Renzi condannano l’Italia alla stagnazione

Legge di stabilità. Tre dimenticanze di Renzi condannano l’Italia alla stagnazione

“Pensano di spiegarci cosa fare sulle tasse? Le tasse che tagliamo le decidiamo noi”. Matteo Renzi ha ripetuto più volte queste parole  rispondendo  ai Commissari dell’Unione europea a proposito della legge di  Stabilità  e dei tagli annunciati  relativi alle tasse sulla casa. Più di un mese fa  Gustavo Piga,  professore ordinario di Economia politica  all’università di Tor Vergata, scriveva questo articolo. Lo pubblichiamo perché dopo la presentazione della legge non solo mantiene piena validità, ma indica anche problemi di fondo sui quali intervenire per cambiare una legge che non  porta il paese da nessuna parte..

Sono tre le cose che Matteo Renzi dimentica e che condanneranno l’Italia che lui governa alla stagnazione.

Prima dimenticanza: tagliare le tasse (o perlomeno annunciare di tagliarle) senza aver fatto (né messo in moto!) alcuna credibile riforma nel mondo degli appalti pubblici e degli stipendi pubblici (le due principali componenti della spesa pubblica che influenzano generazione di PIL e benessere collettivo) non serve a nulla. Perché la gente spende soldi che si ritrova in tasca solo se ha la  certezza che non glieli chiederanno indietro pochi mesi o anni dopo. Ma un governo che non sa tagliare gli sprechi manda un messaggio chiarissimo ai contribuenti: che alla fine per pagare il buco che si crea nelle finanze pubbliche a causa del taglio delle tasse ricorrerà a un aumento di altre tasse. E quindi il saggio contribuente metterà da parte tutto il taglio/bonus ricevuto e non lo spenderà, in attesa di ripagare a breve quanto gli verrà richiesto con nuovi balzelli.

Seconda dimenticanza: se mai il Governo riuscisse invece a trovare le risorse per tagliare le tasse tramite il taglio della spesa farebbe un altro errore grosso come una casa. Se infatti il taglio delle spese fosse a casaccio (vengono chiamati “tagli lineari”) senza distinguere tra spesa buona e spesa cattiva, verrebbe a mancare all’economia una decisiva domanda pubblica alle imprese di servizi, beni e lavori, con un impatto sul PIL ben maggiore del taglio delle tasse e con effetti nefasti su occupazione e redditi. Se invece per miracolo il taglio della spesa non fosse a casaccio (“tagli non lineari”, ma quando mai arriveranno?), andando a colpire i veri sprechi, e quindi senza incidere su PIL reale e occupazione, le risorse così ottenute sarebbero ben più fruttuosamente utilizzate in investimenti pubblici di qualità – con immediata produzione da parte di imprese di beni, servizi e lavori pubblici. Capaci di dare ben più occupazione e sviluppo che non minori tasse, che sarebbero in parte ancora essere risparmiate, anche perché un Governo che sa individuare gli sprechi nella spesa sa anche spendere bene.

Terza dimenticanza: che si taglino le tasse o si rilancino gli investimenti pubblici, non c’è speranza di ottenere alcuno stimolo di consumi e investimenti privati se permane l’ottusa austerità euro-renziana che ci vincola a portare il deficit allo 0% nel giro di 3 anni, comunicando a famiglie ed imprese che anche se oggi l’austerità sarà minore, domani riprenderà indefessamente la sua velocità a suon di manovre da 10 miliardi l’anno.

È clamoroso sentire Renzi urlare ai quattro venti “le tasse che tagliamo le decidiamo noi” ma farsi piccolo piccolo quando si tratta di ribadire a voce alta anche che “i deficit li decidiamo noi”, portandoli a quei livelli – simili a quelli di Francia e Spagna – che consentirebbero al volano della domanda interna di lanciare la ripresa dopo anni di assurda stagnazione.

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