La Camera approva il Decreto Colosseo. Intimidazione antisindacale e danno ai diritti dei lavoratori

La Camera approva il Decreto Colosseo. Intimidazione antisindacale e danno ai diritti dei lavoratori

La Camera dei Deputati ha approvato con appena 241 voti favorevoli e 102 contrari (su 630) il cosiddetto decreto legge “Colosseo”, sulla tutela del patrimonio culturale nazionale inserendolo tra i servizi pubblici essenziali, come la sanità o la scuola. Ora il provvedimento passa al vaglio del Senato. Il decreto fu lanciato dal ministro Franceschini lo scorso 18 settembre, quando i lavoratori di alcuni noti monumenti romani avevano ritardato l’apertura per due ore per consentire un’assemblea del personale indetta dalle RSU sulla scottante questione del mancato pagamento da più di un anno delle indennità cui avevano diritto. Quella mattina, il ministro scattò subito con un tweet contro i sindacati: “la misura è colma”, scrisse, sostenendo che le file dei turisti dinanzi al ritardo delle aperture avrebbero danneggiato l’immagine dell’Italia. In realtà, il decreto era già stato scritto, e si attendeva solo il casus belli. L’assemblea dei lavoratori della Cultura romana era pienamente legittima, era stata chiesta una settimana prima ed era stata concessa dalla sovrintendenza. Non si trattava, poi, di uno sciopero selvaggio, come lasciava presagire la dura e falsa presa di posizione di Franceschini, ma anche di Renzi, che pochi minuti lo avrebbe seguito con un tweet con analogo insulto contro i lavoratori. Insomma, il ministro della Cultura, con la complicità del premier, assunsero i lavoratori romani della cultura a pretesto per introdurre un conflitto artificiale tra interessi dei lavoratori e prerogative dei turisti (per la verità, Franceschini e Renzi furono seguiti in questo artificio anche dal sindaco di Roma, il quale parlò della famiglia che “viene a Roma dopo tanti sacrifici e trova i cancelli chiusi”. In quella occasione, Marino sbagliò l’analisi, e sbagliò ampiamente il nemico), come se il ritardo di sole due ore nell’apertura dei monumenti fosse lesivo di chissà quale diritto del turista e di chissà quale immagine dell’Italia all’estero. Nel frattempo, però, proprio grazie al polverone suscitato dall’assemblea dei lavoratori, il ministro, quel giorno stesso, non poté fare a meno di firmare il decreto di attribuzione delle indennità, per evitare, lui sì, una figuraccia planetaria.

Il paradosso della nuova legge: un archeologo è come un medico, o un insegnante. Allora pagatelo come merita

Questi i fatti, che hanno poi portato ad un primo epilogo parlamentare con l’approvazione alla Camera del decreto (lasciamo al lettore il giudizio su una maggioranza di 241 voti favorevoli su 630 deputati). Il punto è che il dibattito in sede di dichiarazioni di voto ha vissuto momenti di intensità surreale, che però in qualche modo è l’indizio di qualcosa di molto pericoloso che si sta muovendo nelle aule parlamentari a danno dei diritti dei lavoratori e contro il diritto costituzionale di sciopero. Perché di questo in realtà parla la legge Franceschini: con l’inclusione del patrimonio culturale tra i servizi pubblici essenziali, si garantisce una sorta di diritto del turista superiore al diritto costituzionale dei lavoratori della cultura. Così, la libertà sindacale di un archeologo, o dello storico dell’arte di un museo, dovrà essere “regolamentata” (questo participio è stato tenacemente voluto dalla minoranza Pd) come se si trattassero di medici, o insegnanti, o autisti dell’Atac romana. Perciò, per dare una fine logica al sillogismo, un turista è come un paziente, o un alunno, o un utente dei trasporti pubblici. È davvero così? La minoranza (241) della maggioranza la pensa così. Più sommessamente vorremmo consigliare l’apertura di un intenso dibattito pubblico sul tema del ruolo e della funzione dei lavoratori della Cultura in Italia, perché delle due l’una, o sono importanti, e allora i contratti nazionali e i salari vanno rivisti e parecchio, proprio perché lavoratori del servizio pubblico essenziale, oppure non lo sono, si conservano i salari bassi ma non si gli si nega almeno il diritto elementare a riunirsi per assemblee sindacali.

Gli interventi con intento antisindacale. Un dibattito surreale

Il fatto è che, dicevamo, abbiamo ascoltato alla Camera alcuni interventi saggi, e alcuni interventi surreali. Partiamo da questi ultimi. Il leghista Simonetti in pieno delirio antisindacale: “In un momento in cui non sono più soltanto le fabbriche ad incrementare il nostro Pil, a causa delle politiche industriali della sinistra, è necessario migliorare la fruibilità del nostro patrimonio artistico, culturale e paesaggistico. È inaccettabile che a causa di scellerate politiche sindacali venga data un’immagine fuorviante di un paese che vanta 52 siti Unesco e più di tremila siti archeologici”. Il deputato di Scelta Civica Cesaro fa invece professione di modernismo (antisindacale): “Il rilancio del sistema Paese passa anche attraverso il superamento di viete posizioni, talvolta ideologiche e strumentali, di un sindacalismo d’antan, che spesso nulla ha a che vedere con i diritti giustamente garantiti dalla costituzione, ma che rischia di minare la fruizione della ‘grande bellezza’ italiana”. Spiace sottolinearlo, ma anche l’ex esponente di Sel, passata al Pd, Titti Di Salvo recita un insulso copione antisindacale e forse si prepara a votare una pessima legge sulla rappresentatività: “Il tema di chi si oppone al decreto è che il conflitto non deve essere governato? Stiamo parlando di questo? Parliamo invece di inserire quei beni non solo tra i livelli essenziali delle prestazioni ma nei servizi pubblici essenziali”. Ora, di quale conflitto parli la Di Salvo non è dato sapere, dal momento che il decreto è nato da una sacrosanta battaglia per i diritti salariali dei lavoratori, riuniti in un’altrettanto sacrosanta assemblea. E infine, ecco come il presidente della Commissione Lavoro, il Pd (della minoranza) Cesare Damiano, motiva il suo voto favorevole: “Questo decreto non ha l’obiettivo di cancellare il diritto di sciopero ma di contemperare questo diritto con quello di cittadinanza. Come commissione abbiamo chiesto – e il governo ha accettato – di aggettivare questa apertura, che quindi sarà regolamentata dalla rappresentanza sindacale dei singoli siti con le amministrazioni. Quindi in ogni sito ci sarà un protocollo di intesa che prevederà anche quel contingente minimo per erogare questo servizio essenziale. E questo richiamerà anche il tema degli organici necessari per rendere fruibile il patrimonio perché è evidente che siamo sotto organico”. È la prima volta che il diritto di un turista viene esaltato a diritto di cittadinanza, da ottemperare col diritto di sciopero. Cosa vuol dire? Semplice, i lavoratori perdono diritti, ancora una volta, solo a vantaggio della propaganda del governo.

Sel e M5S si distinguono per posizioni politicamente più corrette

Meno male che a fare da contraltare a questa strategia si sono opposti i parlamentari di Sel e del Movimento 5 Stelle, con argomentazioni politicamente corrette. Citiamo parte dell’intervento di Giorgio Airaudo, Sel, per tutti: “La vicenda Colosseo è stata usata palesemente per mandare un messaggio intimidatorio. Avete fatto un calcolo cinico immaginando che l’opinione pubblica degli utenti porti più consenso dell’opinione pubblica dei lavoratori pubblici dipendenti. Tutto il resto è retorica e artifizio ma il danno che avete apportato sarà duraturo e richiederà tempo per essere riparato”. Ci pare di poter essere d’accordo.

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