Dati Istat. Renzi e Poletti lanciano la caciara ottimistica da Minculpop. Critiche dure da analisti, sindacati e associazioni

Dati Istat. Renzi e Poletti lanciano la caciara ottimistica da Minculpop. Critiche dure da analisti, sindacati e associazioni

Dopo il comunicato dell’Istat, con la pubblicazione degli ultimi dati sull’occupazione, la linea “dell’ottimismo” a tutti i costi l’ha data direttamente il premier, Matteo Renzi, su Facebook. Come avviene sempre in questi casi, si è scatenata l’onda mediatica dei renziani ortodossi, che pedissequamente hanno rispettato l’ordine di Palazzo Chigi. E si sa che chi non schiera col capo è “un gufo”. Il premier Renzi scrive infatti, con orgoglio da narciso, e con abilità da Minculpop: “Ancora dati Istat positivi. Il Jobs act ha restituito credibilità a livello internazionale, ma soprattutto ha creato opportunità e posti di lavoro stabili”. Bastano queste poche righe per innescare il coro degli ottimismi e degli ottimisti. Coro a cui non si sottrae il ministro del Lavoro Poletti, il quale così esulta in una nota: “I dati dell’Istat confermano un miglioramento strutturale del mercato del lavoro sotto il profilo della quantità e della qualità: in un anno, gli occupati aumentano di 192 mila unità, i disoccupati sono 264 mila in meno e crescono i contratti stabili; inoltre, a settembre il tasso di disoccupazione scende all’11,8% e la disoccupazione giovanile, pur ancora molto elevata, cala al 40,5%”. È evidente che la truffa mediatica e propagandistica da Minculpop risiede nell’assenza di ogni analisi e interpretazione realistica e indipendente dei dati rilasciati dall’Istituto nazionale di statistica.

L’interpretazione degli studiosi di Adapt: si sono persi circa 20 miliardi per il Jobs act

Premier e ministro Poletti, però, non hanno fatti conti con i cosiddetti gufi, cioè con coloro che l’analisi e l’interpretazione dei dati Istat l’hanno fatta sul serio, e non inneggiano certo all’ottimismo renziano, anzi continuano a lanciare fortissimi allarmi. Non si tratta solo dei sindacati, che pure hanno giudicato criticamente i dati, ma degli economisti riuniti in Adapt, la scuola fondata da Marco Biagi presso l’Università di Modena, della Confcommercio e della Conferescenti, della Federcnsumatori, solo per citarne alcuni. Scendiamo più nello specifico, a cominciare dalla interessante nota degli studiosi dell’Adapt, che non sono certo pericolosi bolscevichi pronti a marciare su Palazzo Chigi. Gli studiosi scrivono in una nota a commento critico dei dati Istat: “Ricordando che i dati di luglio-agosto-settembre andranno rivisti quando saranno pubblicati i dati del III trimestre, si nota che il numero degli occupati è in calo di 36mila unità, ma soprattutto preoccupa l’aumento degli inattivi, +53mila in tutto, di cui +22mila tra i giovani”. E aggiungono: “Il calo degli occupati inchioda l’Italia ad un tasso di occupazione del 56,5%, ormai inferiore di 3 punti a quello spagnolo e ultimo in Europa, escludendo nazioni colpite da profonda crisi economico-sociale. Il numero di persone che lavorano nel nostro Paese resta il problema principale, sia sociale che di sostenibilità del sistema economico e di welfare. L’aumento degli inattivi non fa che aggravare una situazione preoccupante in cui solamente un terzo della popolazione ha un lavoro e deve quindi sostenere sé e altre due persone”. E infine, scrivono gli economisti di Adapt, lanciando un monito pesantissimo a Renzi, Poletti e all’intero Parlamento, “il positivo calo del tasso di disoccupazione (ora all’11,8%) è limitato ad uno 0,1% e di questo passo si potrà tornare a livelli precrisi, se non vi saranno incidenti di percorso, intorno al 2020”. “Sono stati quindi spesi 15 miliardi di euro (forse 20 secondo le nostre stime) per non incidere in alcun modo sulla vera priorità italiana, anche in termini di produttività, e cioè incrementare il numero di occupati”. Ed ecco la randellata finale, che apre finalmente uno squarcio di verità sulla situazione economica e occupazionale: “A fronte di 790mila contratti che hanno usufruito della decontribuzione prevista dalla legge di stabilità del 2015 sono solo 101mila i posti di lavoro in più a tempo indeterminato. Questi fondi sono stati quindi utilizzati unicamente per conversioni e sulla base di una idea di stabilità che manca tanto nella legge quanto nella realtà del mercato del lavoro”. Ovvero, si sono sprecati circa 20 miliardi col Jobs act per creare pochi posti di lavoro.

Serena Sorrentino, Cgil: “il mercato del lavoro è instabile. Il Jobs act è un’utilitaria, non una macchina da corsa”

Durissima anche la nota della Cgil, che si esprime attraverso le parole di Serena Sorrentino, segretaria confederale. “La notizia è che il mercato del lavoro è ancora instabile: calano gli occupati, le nuove assunzioni restano prevalentemente a scadenza, crescono gli inattivi, e a fronte di una diminuzione complessiva della disoccupazione aumenta il ricorso agli ammortizzatori sociali”, scrive Serena Sorrentino. E aggiunge: “Insomma, più che una macchina da corsa il Jobs Act si conferma un’utilitaria che ha bisogno di molta manutenzione”. Ed ecco l’analisi puntuale della dirigente nazionale della Cgil: “Innanzitutto, il calo del tasso di disoccupazione è un dato che deve essere messo in relazione a quelli sul ricorso agli ammortizzatori sociali: se la disoccupazione a settembre scende di 0,1 punti percentuali su agosto, nello stesso mese la cassa integrazione ha registrato un + 54%, non proprio una partenza in quinta. Altra nota dolente, gli inattivi sono 53 mila in più rispetto ad agosto, con un incremento maggiore per le donne, che restano le più penalizzate”.

Guglielmo Loy, Uil: nessun incentivo alle politiche per il lavoro dei giovani. E si vede

Da parte sua, la Uil con il segretario confederale Guglielmo Loy, non solo ribadisce sostanzialmente lo stesso giudizio critico espresso dalla Cgil sul governo, ma si spinge finoa a denunciare “la mancanza di interventi mirati ai giovani rispetto ai quali sarebbero necessarie misure specifiche che, purtroppo, non troviamo tra quelle contenute nella Legge di Stabilità che si sta discutendo nelle aule parlamentari”.

Confesercenti: aumentano coloro che il lavoro non lo cercano più. Disagio, non ottimismo

Per la Confesercenti, “sembrerebbe che parte del risultato relativo alla disoccupazione sia dovuto alla rinuncia da parte di una componente di persone, in particolare giovani, della ricerca di un lavoro, o di uno spostamento della ricerca verso l’estero. Complessivamente, dai dati Istat di oggi non arriva un segnale univoco e chiaro della ripresa in corso che però si percepisce nella ritrovata fiducia di famiglie ed imprese. Siamo dunque in una fase di assestamento che, auspichiamo, preluda ad una ripartenza più decisa della nostra economia”.

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