Pd. Renzi, no elezione diretta dei senatori. La minoranza non vota la relazione. A Grasso: emendamenti non ammissibili. Convoco le Camere poi precisa: intendevo i gruppi Pd. Ma la gaffe resta

Pd. Renzi, no elezione diretta dei senatori. La minoranza non vota la relazione. A Grasso: emendamenti non ammissibili. Convoco le Camere poi precisa: intendevo i gruppi Pd. Ma la gaffe resta

Voto unanime della Direzione del Pd alla relazione del segretario che avverte la minoranza: di eleggibilità dei senatori neppure a parlarne, l’articolo 2 non si tocca. La minoranza non partecipa al voto. Le riforme costituzionali si discutono e si decidono in Parlamento. Renzi ha provocato, minacciato, deriso la minoranza per tutto il corso della sua relazione durata poco più di un’ora. Un atto di rottura molto grave. Non il solo perché ha duramente attaccato anche il presidente del Senato creando un “caso” da cui ha poi cercato di uscire, senza riuscirci. Renzi Matteo parla a proposito della possibile ammissione di emendamenti, decisione che spetta al presidente del Senato il quale ha detto più volte che si pronuncerà al momento opportuno.

Lo scontro con il presidente del Senato, “se poi si tocca anche la doppia conforme…”

Se Grasso dovesse riaprire “quanto votato in doppia conforme, sarà opportuno convocare una riunione di Camera e Senato, trattandosi di un fatto che ha dell’inedito. Già c’è il bicameralismo perfetto e paritario, se poi si tocca anche la doppia conforme…”. Il riferimento è al doppio voto già avvenuto da parte di Camera e Senato. Arrivano una serie di dichiarazioni su “Grasso minacciato”, in particolare sulla convocazione di Camera e Senato. Renzi dice che è stato frainteso. Parlavo della riunione dei gruppi Pd di Camera e Senato. Aggiunge: “Nei poteri del premier non c’è la convocazione delle Camere”. Ma Grasso non l’ha presa proprio bene.

Una Direzione di cui già si conosce l’esito. Come si entra si esce. La relazione punto e basta

Molto difficile raccontare la riunione della Direzione del Pd, di cui si conosce già l’esito. Ci spiace dirlo, una sorta di ente inutile. Come si entra, si esce. Come Renzi detta il coro ripete, salvo eccezioni, gli interventi sono fatti con la fotocopriatice, la classica velina che da Palazzo Chigi arriva ai giornali e ai parlamentari. Non ci sono alcuni senatori della minoranza fra cui Casson. Non c’è Bersani impegnato alla festa dell’Unità di Modena. L’ex segretario aveva detto alla stampa “all’accordo manca un millimetro”. Renzi l’ha portato ad anni luce. Tutti sanno che, di fatto, c’è un unico argomento in discussione, se il nuovo Senato sarà eletto dai cittadini oppure nominato dai consiglieri regionali, se avrà qualche funzione oppure sarà un club di signori che ogni tanto si vedono a Palazzo Madama. Un salto anche in Regione per far vedere che ci sono, non sono desaparecidos. Stop. Alcuni esponenti della minoranza provano ad affrontare la questione, molto importante, che riguarda non solo e non tanto questioni “tecniche”, il piatto forte della ministra Maria Elena Boschi che quando trova qualcosa cui attaccarsi non lo molla più perché le frecce nel suo arco sono proprio poche. Nel dibattito che divide il Pd i problemi sono politici, riguardano le fonti della democrazia, il ruolo del Parlamento, il rapporto fra cittadini e politica. Renzi ha girato al largo, fra battute e minacce, ha attaccato a destra e a manca, immancabili i gufi colpevoli di tutto e di più, ha minacciato la minoranza, sbeffeggiato leader di altri paesi che non sono di suo gradimento, quasi creando un caso diplomatico. Dice cose che non fanno neppure ridere come quando parla del Labour party e dei Washington Generals, squadra di basket che perdeva sempre.

Il Labour party di Corbyn ? L’unico partito che gode nel perdere

“Il Labour party – dice il Matteo con tono irridente – rimane l’unico partito a godere nel perdere, dopo il ritiro dei Washington Generals, gli sparring partner degli Harlem Globe Trotter. Dopo quanto è accaduto con Ed Miliband, tutto potevamo immaginare tranne quello che è accaduto con Corbyn. Non si tratta di essere blairiano o antiblariano ma decidere se ci accontentiamo di partecipare o vogliamo vincere”. Altro riferimento sportivo, di cui fa sfoggio Renzi Matteo, non è un caso se è volato a New York per assistere all’incontro fra Pennetta e Vinci, riguarda un incontro di rugby fra il Sudafrica e il Giappone. Non abbiamo capito il senso, forse la conoscenza sportiva del premier è così vasta che noi umani non ci arriviamo. Ci arriviamo invece quando mostra in pieno la sua arroganza.

“Anche ‘sto Varoufakis ce lo siamo tolto”

Riferendosi al voto in Grecia, solo chi non vuol sentire può non accorgersi che il riferimento è rivolto alla minoranza del Pd, dice: “Le scissioni funzionano magari come minaccia, non tanto al momento elettorale. Chi di scissione ferisce, di elezione perisce e, per usare un tecnicismo, anche ‘sto Varoufakis ce lo siamo tolto”. Ancora: a chi lo accusa di svolta autoritaria lui non replica con fatti, alza le spalle, non se ne fa né qua né là. Lui, dice, risponde “con una risata”. Eppure la questione è molto seria, basta ricordare i suoi continui attacchi ai sindacati, alle forze sociali. Gravissimo l’attacco di cui abbiamo detto all’inizio al presidente del Senato da lui e da Boschi messo sotto tiro perché respinga gli emendamenti che riguardano la elezione dei senatori o meglio la designazione.

Non sapendo più che dire il premier richiama una vecchia legge del 1995, il Tatarellum per designare i senatori

Non solo, ora Renzi che non sa più come cavarsela, richiama un vecchia legge del 1995 che porta la firma di Tatarella, nota come il Tatarellum. Non c’entra niente con quanto si sta discutendo oggi. Ma si mette così altra carne al fuoco, un calderone per confondere le acque. Qualcuno ci casca. E la minoranza che fa? Renzi ha chiuso le porte, ha detto no alla elezione diretta dei senatori. Cuperlo, in un intervento che il premier, concludendo, ha molto apprezzato per il tono, ha ripreso e condiviso le proposte avanzate da Vannino Chiti per la elezione diretta. Vanno bene i toni, dice Renzi nelle conclusioni, ma niente si cambia dal testo che ha avuto “la doppia conforme”, i voti cioè del senato e della Camera. Più duro con D’Attorre che si è permesso di criticare la politica complessiva del governo. Il premier ha fatto l’elenco dei risultati ottenuti, magnifico il jobs act, crescono tutti gli indicatori economici, il lavoro in primo luogo, facciamo le riforme più belle del mondo, ribadisce che è un “blairiano convinto”.

Non poteva mancare un richiamo ai gufi e un avvertimento alla minoranza. Basta litigi

Già che c’era, parlando di tasse, imita la voce di Berlusconi, poi se la prende con i gufi. “Credo che l’Italia dei gufi sia in minoranza. C’è un’Italia che vuol bene all’Italia, che ha voglia di trovare dei luoghi in cui essere orgogliosa di chiamare patria la propria casa. Questa Italia è da custodire e da difendere. Ma anche rilanciare con più decisione”. Ancora: “Abbiamo un Paese che non ne può più di litigi autoreferenziali e che chiede di essere messo nelle condizioni di ripartire. Speriamo di essere in grado di darglielo”. Infine una minaccia, neppure troppo velata: “Non c’è un obbligo costituzionale per cui tutti devono votare come dice il partito. Ma c’è un principio di buon senso per cui chi decide di interrompere il percorso lo deve dire e motivare con chiarezza all’interno e all’esterno”.

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