Cinema: “Paris, Texas”, l’apice di Wim Wenders

Cinema: “Paris, Texas”,  l’apice di Wim Wenders
Gran parte dell’opera di Wim Wenders è quasi un intricato e complesso viaggio psicanalitico attraverso i meandri infiniti dell’animo umano. Il viaggio esistenziale del regista tedesco si è sviluppato intorno al viscerale rapporto tra il suo Paese e gli Stati Uniti. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’Europa Occidentale e in particolar modo la Germania subirono una profonda ‘colonizzazione’ da parte degli Usa, il Paese vincitore che aveva contribuito in maniera determinante alla fine dell’incubo nazista. Il Piano Marshall in pochi anni risollevò un continente devastato da sei anni di guerra e massacri terribili. La Germania fu letteralmente rasa al suolo dai bombardieri angloamericani. Oltre alla ricostruzione di città, strade, ponti e industrie, gli Stati Uniti intrapresero una sottile ‘penetrazione’ psicologica verso la Germania e l’Italia imponendo l’American way of life, ovvero lo stile di vita della più grande potenza economica e militare del mondo. Grazie al rock’n’roll e al cinema hollywoodiano, gli Usa istillarono nei due paesi vinti e distrutti il cosiddetto “mito americano”. Win Wenders è cresciuto ascoltando la musica americana dei Doors, di Jimi Hendrix, Lou Reed e della West Coast californiana; ha amato la pittura statunitense di artisti come Hopper e il cinema di Ford e Hawks.
Il suo percorso artistico è straordinario e innovativo nel panorama del cinema europeo. Nato a Dusseldorf nell’agosto del 1945, capisce sin da ragazzo di essere attratto dalla letteratura, dalla pittura e dal cinema. Dopo aver vissuto e lavorato a Parigi come incisore nel 1966, torna in Germania l’anno seguente e si iscrive all’Accademia del cinema di Monaco. Allo studio il giovane Wenders affianca anche la professione di critico cinematografico e musicale. In seguito dirà che fu il rock a “salvarlo” dalla più “anonima” professione dell’avvocato. Debutta alla regia nel 1970 con “Summer in the city” e raggiunge la maturità artistica e stilistica con “Alice nelle città” del 1973, primo film sulla trilogia incentrata sul viaggio e il racconto dell’inconscio con “Falso movimento” (1975) e con il monumentale “Nel corso del tempo” (1976). A questo punto la critica internazionale decreta la nascita di un grande talento del cinema tedesco ed europeo. Con i successivi “L’amico americano” (1977), “Hammett” (1981) e soprattutto con il metafisico “Lo stato delle cose” (1982) che vinse il Leone d’Oro al Festival di Venezia, Wenders divenne uno dei più importanti registi del panorama internazionale. La sua profonda poetica cinematografica ricca di riferimenti filosofici ed esistenziali, unita a un grande senso dell’immagine e delle inquadrature, sono la cifra stilistica di questo regista ‘ossessionato’ dall’impatto della cultura americana che ‘colonizzò’ l’inconscio collettivo tedesco nel secondo dopoguerra.
Per capire e superare questa specie di ‘sudditanza psicologica’ Wenders visse per molti anni negli Stati Uniti, entrando in contatto con i suoi riferimenti culturali che avevano influenzato la sua adolescenza. Girò in lungo e in largo il grande Paese scattando splendide fotografie, molte delle quali erano un omaggio alla grande pittura visionaria e psicologica di Edward Hopper. Con “Paris, Texas” (1984), Palma d’Oro al Festival di Cannes, il regista narrò il suo ‘congedo’ esistenziale e psicanalitico dagli Stati Uniti.
Per concepire il suo film più ambizioso Wim Wenders contattò due grandi artisti statunitensi: il commediografo e attore Sam Shepard e il compositore e chitarrista Ry Cooder.
Il soggetto viene direttamente da Sam Shepard e narra la vicenda umana ed esistenziale di Travis (interpretato dallo straordinario caratterista Henry Dean Stanton) che dopo aver abbandonato otto anni prima la moglie e il figlio cerca di rimediare facendo ricongiungere Jane (Nastassja Kinski) e il piccolo Hunter (Hunter Carson). La scrittura di Sam Shepard è incentrata sul tentativo di ‘guardarsi dentro’, di scavare nell’animo umano per comprendere la solitudine, l’abbandono e il dolore affettivo dei personaggi.
Le straordinarie musiche per chitarra acustica di Ry Cooder accompagnano il percorso di un uomo emotivamente distrutto che tenta pian piano di rimettere insieme i pezzi della sua psiche, delle sue emozioni e dei suoi affetti che si erano persi in un dolore infinito. “Paris, Texas”, si apre con le suggestive immagini di un uomo sfinito che cammina nell’immenso deserto roccioso del Texas. Arranca lentamente e sembra non avere una meta precisa. In realtà sta deliberatamente espiando il dolore che si è lasciato alle spalle. Gli amori e gli affetti di un rapporto interrotto che non si dimenticano e che ‘bussano alla porta’. La straziante scena finale del film di Wenders, dopo un lungo e commovente dialogo telefonico fra Travis e la giovane moglie si chiude con il sofferto addio dell’uomo. È riuscito nell’intento di far tornare insieme il figlio e la moglie ma non riesce a rimanere con la sua famiglia. Torna come all’inizio del film nel suo tragico e solitario vagare senza meta.
“Paris, Texas”, l’opera che segna la definitiva maturità artistica di Wenders è uno dei film più intensi e intimisti del cinema contemporaneo del vecchio continente.
Un affettuoso e tenero ‘commiato’ di un intellettuale tedesco dallo strapotere culturale degli Stati Uniti.
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