Camusso replica a Poletti sui decreti attuativi del Jobs Act. Grave il conflitto tra Palazzo Chigi e Quirinale

Camusso replica a Poletti sui decreti attuativi del Jobs Act. Grave il conflitto tra Palazzo Chigi e Quirinale

Al termine di una manifestazione, sabato 5 settembre, coi giovani della Cgil, la segretaria generale Susanna Camusso del sindacato di Corso d’Italia attacca i decreti delegati previsti dal Jobs Act, il cui valore “rivoluzionario” era stato invece rivendicato venerdì dal ministro Giuliano Poletti. In particolare, al centro della polemica gli ultimi quattro decreti attuativi del Jobs Act, tra i quali quelli decisivi sulla riforma degli ammortizzatori sociali e sulle semplificazioni, che contiene la norma contestata sui controlli a distanza.

Le preoccupazioni e i rilievi critici di Susanna Camusso sulla Cassa Integrazione

Susanna Camusso si è detta molto preoccupata per la riduzione a due anni della Cassa integrazione. Poletti aveva infatti rivendicato la legittimità del decreto perché rappresenta “una sorta di testo unico”, che estende a 1,4 milioni di lavoratori la cassa integrazione, “perché lavorano in imprese con meno di 15 dipendenti”. Su questa convinzione, è giunto il rilievo critico di Susanna Camusso: “sarà bene che il governo si renda conto che due anni di cassa integrazione sono pochi. Si sarebbe dovuta costruire una strumentazione che non differenziasse i lavoratori”. I punti focali indicati criticamente dalla Camusso restano la modifica urgente della legge Fornero sulle pensioni e la questione della cosiddetta Naspi, ovvero l’assegno che spetta ai lavoratori in disoccupazione involontaria dal primo maggio 2015. Per ciò che concerne la questione della legge Fornero, Camusso rileva la contraddizione interna contenuta nel decreto delegato sugli ammortizzatori sociali. “Da una parte siamo di fronte ad una allungamento dell’età di accesso alla pensione”, spiega Camusso, “e dall’altra a una riduzione degli ammortizzatori sociali”. Questa contraddizione non sembri di poco conto. Avrà certamente un impatto molto negativo su tanti lavoratori nei prossimi anni, quando la regola dei due anni di Cassa integrazione, ordinaria o straordinaria, andrà a regime e verrà allargata alla platea dei lavoratori delle piccole aziende.

La questione dell’applicazione della Naspi

Per quanto concerne la Naspi, Poletti aveva affermato in conferenza stampa che “con i risparmi generati dalla riforma della Cassa Integrazione” si sarebbe stabilizzato il finanziamento “per la Naspi a 24 mesi per tutto il futuro, quindi nel 2017 la durata non si ridurrà a soli 18 mesi”. Susanna Camusso invece ricorda che la Naspi non si applica a certe categorie di lavoratori, per i quali il governo ha scelto di compiere, appunto, una differenziazione sostanziale. Infatti, dice Camusso, “l’allungamento della Naspi non basta: avremo tanti problemi coi lavoratori stagionali”, ovvero proprio quel tipo di lavoro, o di lavori, che due o tre generazioni di giovani sono costretti a scegliere in virtù delle distorsioni del mercato del lavoro. Su quest’ultimo punto, infatti, né il Jobs Act, né i decreti delegati si spingono fino a dare soluzioni. La questione vera, più volte sollevata dalla Cgil e dal suo segretario generale, è la messa in opera di una seria azione di politiche attive del lavoro, e non sarà sufficiente l’istituzione di una fantomatica Agenzia nazionale. A proposito, il ministro, seguendo la vulgata renziana, si è vantato di aver approvato la riforma del lavoro in un anno, mentre il Germania ce ne sono voluti tre. Se questi sono i risultati, soprattutto in materia di politiche attive, si poteva tranquillamente attendere. Ricordiamo qui sommessamente che l’Agenzia nazionale tedesca per le politiche attive del lavoro, quella che riesce a trovare posti di lavoro liberi a chiunque ne faccia richiesta se è in disoccupazione temporanea, impiega più di centomila dipendenti. Le attuali agenzie private del lavoro italiane ne impiegano meno di duemila. Ci sarà qualche differenza, no? E poi, che struttura avrà l’Agenzia nazionale? Quanti dipendenti e con quali professionalità e competenze? Attendiamo risposte.

L’oscena prova di forza sui controlli a distanza: contro tutti e contro la ragionevolezza

La questione più controversa e spinosa, la riforma dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, che impediva, prima di Poletti, l’esercizio del controllo a distanza sul posto di lavoro. Nonostante le richieste di modifica più volte espresse dalla Commissione Lavoro della Camera, e le certezze del suo presidente, Cesare Damiano, che il Cdm avrebbe cambiato il testo, Poletti e Palazzo Chigi hanno invece deciso di non variare la nuova formulazione dell’articolo 4 dello Statuto, facendo un regalo di non poco conto agli industriali e ai datori di lavoro. Perché? Perché non avranno più bisogno di essere autorizzati, anche mediante accordi sindacali, a operare controlli sugli strumenti aziendali di comunicazione assegnati ai dipendenti. E potranno raccogliere dati a fini disciplinari. È evidente la totale discrezionalità dei datori di lavoro, sui diritti alla privacy e all’autonomia sul luogo di lavoro. Molto buffa la spiegazione data Poletti: in fondo, si trattava solo di aggiornare i mezzi e gli strumenti, passando dalle telecamere ai telefonini, ai tablet e ai computer, come se non vi fosse alcuna differenza tra un mezzo di sorveglianza e un mezzo di comunicazione. Insomma, una norma apparentemente inutile, che però è l’ennesimo colpo allo Statuto dei lavoratori. Quest’ultimo era nel mirino di Renzi, e quest’ultimo è stato selvaggiamente rivisto e riformato. Infatti, la conclusione di Susanna Camusso è che le nuove norme sui controlli “sono un’aggressione ai diritti dei lavoratori e questo rientra in una linea politica secondo la quale la sottrazione dei diritti ai lavoratori dovrebbe portare a chissà quale risultato”.

Il conflitto col Quirinale sui decreti delegati dimostra la tendenza neoautoritaria del premier

Infine, non possiamo fare a meno di segnalare lo sgarbo istituzionale nei confronti del Presidente Mattarella sui decreti delegati. La questione è stata sollevata dal giurista Gianluigi Pellegrino sul Fattoquotidiano. Egli sostiene che secondo la legislazione del 1988, la 400, i decreti delegati devono essere consegnati al Presidente della Repubblica, per l’analisi e la firma, almeno venti giorni prima della scadenza. Ora, la scadenza dei decreti delegati è fissata al 16 settembre, termine perentorio. Pertanto, avrebbero dovuto essere sulla scrivania del Presidente Mattarella entro il 26 agosto, e invece sono stati approvati dal CDM solo il 4 settembre. Il giurista Pellegrino sostiene che il ritardo non può essere causa di incostituzionalità, ma è un evidente sgarbo istituzionale, e una ferita alle prerogative del Presidente della Repubblica, che così avrebbe solo pochi giorni per verificarne la costituzionalità. L’accusa è di aver generato un grave conflitto tra Palazzo Chigi e Quirinale. Un’altra delle tessere renziane che completano il mosaico del suo progetto neoautoritario, con la riforma elettorale, la riforma costituzionale, ed ora questo incredibile pasticcio dei tempi dei decreti delegati.

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