Stefano Fassina annuncia il nuovo partito della Sinistra italiana, “aperto, laico, inclusivo”. E bacchetta l’Unità per il titolo “cinico” sulla Grecia

Stefano Fassina annuncia il nuovo partito della Sinistra italiana, “aperto, laico, inclusivo”. E bacchetta l’Unità per il titolo “cinico” sulla Grecia

Al termine di una lunga e affollata assemblea al teatro Palladium di Roma, Stefano Fassina ha annunciato la fondazione di un nuovo partito, “aperto, plurale, laico e inclusivo”. Il nuovo partito avrà “radici solidamente piantate nella tradizione e nei valori della Sinistra”, ha detto Stefano Fassina, “e soprattutto nella Costituzione repubblicana, a partire dalla coerenza con l’articolo 1, di una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. L’obiettivo è quello di costruire un partito di sinistra che intende non solo proporsi come nuova “forza riformatrice”, ma che “ha come orizzonte il governo del Paese e dei processi di cambiamento della società”. Nelle prossime settimane, ha aggiunto Fassina, si darà vita ai Comitati costituenti del nuovo partito sul territorio, mentre la data di nascita, incluso il nome, avrà luogo in autunno.

La relazione di apertura, le analisi e i le poste in gioco

Prima di lanciare ufficialmente il nuovo partito, Fassina aveva aperto con una relazione di analisi, sulla situazione italiana, sulle ragioni che lo hanno indotto prima a lasciare il Pd e poi a fondare un nuovo partito, sulle prospettive dell’Europa incastrata nella crisi greca, e sulla crisi profonda dei partiti socialisti in tutto il vecchio continente, con la nascita di nuovi movimenti come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. “Oggi, sabato 4 luglio non è soltanto la festa dell’Indipendenza degli Stati Uniti”, ha esordito Stefano Fassina dinanzi ad alcune centinaia di persone, “per noi che abbiamo lasciato il Partito democratico significa celebrare l’indipendenza da una sinistra rassegnata e subalterna, chiusa e subalterna, vincente ma senza vittoria”. Ed ha aggiunto: “Siamo qui perché sono rimaste senza risposta le domande di studenti e docenti, di dipendenti della scuola e delle famiglie, che dopo tanti mesi di lotte per il loro diritto a una buona scuola pubblica, sono state tradite da un voto di fiducia al Senato su una pessima legge. Siamo qui perché le nuove regole sul mercato del lavoro fanno arretrare le condizioni di migliaia e migliaia, anzi milioni di uomini e donne, e non contrastano la precarietà. Siamo qui perché vogliamo raccogliere il grido di disperazione e il soffocante circuito di solitudine di tanti piccoli imprenditori. Siamo qui perché milioni di uomini e donne senza lavoro sono spinti alla povertà. Siamo qui perché è tempo di riconoscere i diritti di chiunque viva diverse esperienze di amore e di famiglia. Siamo qui perché siamo un paese straordinario che spreca il talento delle generazioni più giovani, senza più speranza. Siamo qui per coniugare il dovere dell’accoglienza delle nostre sorelle e dei nostri fratelli costretti a fuggire dalla guerra e dalla fame, coniugando il diritto alla sicurezza. Siamo qui perché vogliamo combattere la cultura dello scarto, come ci ricorda spesso papa Francesco. Siamo qui perché la nostra democrazia costituzionale viene piegata da pratiche e da interventi di segno plebiscitario e di indebolimento delle garanzie. Siamo qui perché vogliamo superare la cappa di autoreferenzialità della politica, chiusa nei palazzi o nei talk show, e di connettere la rappresentanza istituzionale alla quotidianità delle persone attraverso la partecipazione attiva e consapevole di una forma partito aperta e plurale”.

Fassina ha ricordato che alle ultime elezioni amministrative, una parte importante, “decisiva”, qualificante “del popolo del Pd è stata abbandonata proprio dal Pd”. Il Partito democratico, ha detto Fassina, ha voluto riposizionarsi, “in termini di cultura politica, di programma, di interessi rappresentati. Il Pd vuole essere il partito degli interessi più forti, di Marchionne, e insieme il garante dell’ordine teutonico dell’eurozona, del sacrificio dell’interesse nazionale, come è purtroppo evidente dall’appiattimento del governo italiano sulle posizioni della cancelliera Merkel per quanto riguarda la crisi greca”.

Il popolo democratico abbandonato dal Pd è il referente principale del nuovo partito

“Chi siamo, dunque?”, si è chiesto Fassina. “Intanto, siamo uomini e donne che hanno fondato e creduto nel Partito democratico. Ma siamo coloro che hanno lasciato il Pd. Tra il Pd e il popolo che è stato abbandonato dal Pd, noi che siamo qui abbiamo scelto il popolo democratico. È stato doloroso lasciare il Pd. E non è stato fatto per ragioni contingenti o per scarsa sintonia con chi pro tempore dirige il partito e presiede il governo. L’abbiamo fatto per ragioni di fondo: Renzi non è l’usurpatore del Pd, è invece l’nterprete estremo e più abile della subalternità culturale e politica della sinistra italiana. Il Pd è un non partito regolato dalla burocrazia plebiscitaria dello Statuto e impregnato nei cromosomi da nuovismo liberista del Lingotto”. E infine, Fassina ha chiarito di non cercare “passerelle per una poltrona”, perché, ha detto, “siamo consapevoli dei rischi che ci attendono di una deriva da testimonianza e di spirito minoritario. Sappiamo bene che la storia della sinistra è lastricata da tante separazioni inconcludenti. Ma siamo convinti che sia possibile evitare di perdersi nei frazionismi”. La bussola del nuovo partito, dunque, conclude Fassina, resta la Costituzione, e l’attuazione dei diritti universali in essi contenuti e in alcuni casi non ancora applicati.

“Togliete dalla testata dell’Unità la dicitura Fondato da Antonio Gramsci”

Infine, Stefano Fassina ha usato toni durissimi sulla nuova Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924, che oggi è uscito con titolo in prima pagina che è come una cannonata contro Tsipras e il suo governo: “Grecia, tasche vuote e arsenali pieni”. Il quotidiano ha ripreso le pubblicazioni dallo scorso 30 giugno, ed è ora diretto da Erasmo D’Angelis, che ha lasciato il suo incarico a Palazzo Chigi. Stefano Fassina ha espresso la sua “solidarietà e la stima verso tanti giornalisti e lavoratori dell’Unità, perché oggi si sono sentiti in grande difficoltà per il titolo del loro giornale, un titolo ingiusto, cinico, che manifesta il distacco dalla sofferenza reale di milioni di donne e di uomini. Si può anche avere una posizione diversa, ma non si può ribaltare il dato di realtà. La libertà di stampa è sacra”, ha infine aggiunto, “però, si tolga dalla testata del giornale la dicitura Fondato da Antonio Gramsci”.

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