Renzi, Padoan, economisti e editorialisti di regime in confusione. Fubini (Corsera) dà lezioni ai premi Nobel

Renzi, Padoan, economisti e editorialisti di regime in confusione. Fubini (Corsera) dà lezioni ai premi Nobel

Fiducia, la parola che va di moda fra economisti ed editorialisti di regime. Costoro nelle laude giornaliere rivolte al premier trovano ostacoli da parte di economisti liberi i quali non credono molto, anzi non ci credono proprio, alla mitica “fiducia”. Sono in particolare premi Nobel come Stieglitz e Krugman,  studiosi come Piketty, autore del “Capitale del  XXI secolo” circa due milioni di copie vendute. Contro di loro non perde occasione di scagliarsi l’editorialista e, se non andiamo errati, vicedirettore del Corriere della Sera, Federico Fubini, che impartisce lezioni. Parla di “proxy war” termine riferito alla  guerra nel Vietnam combattuta per procura, raccontata da chi non c’era.

Stieglitz, Krugman, parlano dai loro sofà. Come Renzi, Fubini contro gli intellettuali

Si riferisce agli articoli scritti dai premi Nobel sulla vicenda greca. Dal loro sostegno al no al referendum alla critica alle politiche di austerità. Scrive il Fubini: “Anche qui, come in Vietnam, lo stato di proxy war è così evidente che in Paesi lontani i premi Nobel o i semplici cacciatori di voti a buon mercato finiscono per invaghirsi di una delle parti in causa prima di capire esattamente la realtà sul terreno e i suoi protagonisti”. Ancora: “In fondo – scrive Fubini – se il peggio accadesse, non farebbe che avallare il fatto che le loro idee neo-keynesiane contro i sacrifici di bilancio erano corrette. Così la Grecia sta diventando per alcuni l’occasione della vita di dar prova di una mente superiore”. Infine, dopo aver scritto che costoro parlano dai salotti refrigerati, un tocco di raffinatezza. Richiama un blogger Alex Andreou, il quale afferma: “Ci scusiamo con i marxisti di tutto il mondo per aver rifiutato di commettere suicidio (del popolo greco ndr).  So che avete sofferto, dai vostri sofà. Scusateci, marxisti di tutto il mondo”.  Sembra di ascoltare Renzi quando se la prende con gli intellettuali.

Fiducia la parola magica del premier. Ma la crisi morde, la ripresa non c’è

Ma, come dice Virgilio a Dante, “Non ti curar di lor ma guarda e passa”. Torniamo alla parola fiducia. Il premier addirittura ne abusa. In qualsiasi parte del mondo si trovi, grazie ai giornalisti italiani al seguito, fa sapere che è tornata la fiducia, con le riforme attuate ora siamo su una strada in discesa, la ripresa c’è, il bengodi è vicino. E snocciola il “piano triennale”, dalla diminuzione delle tasse agli ottanta euro ai pensionati. Per il lavoro? Tutto bene, il Jobs act funziona, offre nuove opportunità. Peccato che i numeri dell’economia dicono il contrario. In queste giornate afose il caldo gioca brutti scherzi. La realtà, questo lo dicono, sfumando, anche gli economisti di regime, è che la ripresa non c’è, neppure un disoccupato in meno e i nuovi assunti, realmente, si contano sulle dita di una mano. Gli ultimi dati sul fatturato dell’industria e gli ordinativi  danno il vero volto della nostra economia. Sono dati Istat, “non facilmente decifrabili”, scrivono i giornalisti di regime. Invece è tutto chiaro. A maggio, il fatturato totale è salito del 2,4%, con un aumento dello 0,6% sul mercato interno e del 5,8% su quello estero. Sul fronte degli ordini c’è un calo del 2,5% rispetto al mese precedente. Il dato è una sintesi di un aumento dello 0,3% degli ordinativi interni e di un calo del 6,3% di quelli esteri. Su base tendenziale la flessione è dello 0,5%, frutto di un +4,9% degli ordinativi interni e di un -7,5% di quelli esteri. I consumi ristagnano. Il debito pubblico aumenta. La nostra fragile economia si regge sulle esportazioni. Ma una siffatta ripresa è solo un bluff. Un alito di vento la spazza via.

Allora che fare? Fiducia, fiducia così gli italiani torneranno a spendere. Gli economisti di regime ne sono certi. Dimenticano quanti sono i poveri, quelli che non hanno alcuna fonte di sostentamento, quelli che sono sotto la soglia minima, quale è il livello dei salari. Quanti sono i giovani senza lavoro, quanti sono i disoccupati e quanti non cercano più una occupazione, sono solo disperati. C’è qualcuno del governo che pensa a un piano degli investimenti, a partire da quelli pubblici, per esempio aprire i cantieri nel settore delle costruzioni, 20 miliardi per opere pubbliche, un volano potente per la ripresa come ha sottolineato il segretario generale degli edili Cgil, Walter Schiavella? Niente di tutto questo.

L’ abbattimento della tassa sulla prima casa, il grande bluff

Renzi lancia la riduzione delle tasse sulla prima casa come toccasana. Fumo negli occhi e una violazione aperta della Costituzione, che prevede la progressività della tassazione. No, il proprietario di una grande villa, con parco e piscina magari, vale quanto chi è riuscito con grandi sacrifici a comprare un appartamento 60-80 metri quadri. Confindustria, Confcommercio, esultano e già che ci sono fanno presente che attendono altre provvidenze per le imprese.

Per ridurre le tasse le risorse dove si trovano? Ci pensa il ministro Padoan. È stato preso alla sprovvista da Renzi Matteo ma non poteva dire che non ne sapeva niente del piano triennale inventato su due piedi dal capo del governo all’assemblea nazionale del Pd. E dice che tutto era previsto, concordato. Basta tagliare la spesa e si trovano le risorse per abbattere la tassa sulle prime case. E se la prende, senza mai nominarli, con tutti coloro che hanno fatto presente che, forse, prioritaria è la lotta all’evasione fiscale. Senza nominarli si riferisce a Vincenzo Visco, l’ex ministro, a Bersani, a Fassina. Dà loro lezioni di economia facendo presente che non c’è contraddizione fra la riduzione della pressione fiscale e la lotta all’evasione. Giusto. Ma stupisce che un ministro dell’economia, forse con troppe reminiscenze del Fondo monetario internazionale, posso fare affermazioni così superficiali.

Padoan: Le risorse si trovano tagliando le spese, quelle sociali in primo luogo

Perché la realtà è che la riduzione della pressione fiscale la si intende fare tagliando la spesa, colpendo gli enti locali, comprimendo, quando non abolendo, servizi essenziali per i cittadini. Si parla di un taglio del 15% dell’assistenza specialistica ambulatoriale e delle riabilitazioni ospedaliere che diventerebbero a pagamento se considerate “inappropriate”. Tanto per dirne una. Poi nella lista ci sono “ritocchi” alle indicizzazioni delle pensioni e si sa bene cosa vuol dire. Da una parte tagli le imposte (la prima casa), dall’altra costringi gli enti locali ad aumentare i tributi, la local tax.

Perché è prioritaria la  lotta all’evasione fiscale. Il governo non ne parla

Ecco perché è prioritaria la lotta all’evasione fiscale. Che non si fa. Ci sono 23 miliardi di tagli possibili alle spese degli enti locali, suggerisce il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli. Gli risponde il ministro, musica per le sue orecchie. La riduzione della pressione fiscale, dice, “aiuterà crescita, occupazione e ripresa”, annuncia e fissa i paletti sulle eventuali coperture: il taglio deve essere “credibile, sostenibile e permanente “. Significa che la riduzione delle tasse per essere “efficace deve convincere i cittadini e per farlo deve essere finanziata in modo strutturale, cioè con tagli di spesa”. Tagli che possono essere fatti perché c’è un enorme potenziale di “miglioramento e efficienza”. In una parola: spending review. E l’evasione fiscale? Neppure una parola. Del resto, la riprova  che niente si è fatto  viene dalla riscossione dei tributi che non superano quelli dello scorso anno. Ma con l’Europa come la mettiamo? Palazzo Chigi aveva una idea: il consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld, era orientato a chiedere nuova “flessibilità” a Bruxelles, una nuova “clausola delle riforme”, oppure la copertura in deficit della riduzione delle tasse. Se infatti si supera il 3% del deficit di bilancio è previsto che scatti l’aumento dell’Iva che sarebbe un disastro per una economia fragile come la nostra. Da Bruxelles, Moscovici ha fatto sapere che non è “convinto” da una operazione di riduzione fiscale così come si viene prospettando. Ecco che scatta il “piano” Padoan, il taglio alla spesa pubblica per rimanere entro l’ambito stabilito da Bruxelles. Allora la domanda: quale è il piano? La risposta è chiara: un piano non c’è. C’è solo l’annuncio di  Renzi.

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