Rapporto FMI: solo politiche attive del lavoro e massicci investimenti pubblici salvano il lavoro nell’eurozona

Rapporto FMI: solo politiche attive del lavoro e massicci investimenti pubblici salvano il lavoro nell’eurozona

Da qualche mese, il Fondo Monetario Internazionale pubblica ricerche e rapporti esplosivi, che fanno chiarezza sul sistema economico europeo. Alcune settimane fa, i ricercatori del Fondo avevano studiato la vicenda greca molto da vicino e, a ridosso dei colloqui del 25 giugno, avevano rilevato che solo un intervento di riduzione drastica del debito avrebbe salvato la Grecia dal fallimento. Il Fondo sostenne allora che una politica di prestiti per ripagare altri prestiti, contro riforme pesantissime e austerità, avrebbe mostrato presto i suoi limiti. Questo rapporto fu tenuto segreto dai vertici dell’eurozona e venne alla luce solo grazie alla caparbietà di alcuni giornalisti investigativi. Il punto vero è che a guidare il Fondo Monetario è una signora, Christine Lagarde, francese, voluta dall’allora presidente Sarkozy per sostituire il socialista Dominique Strauss-Kahn. La signora Lagarde è di fede liberista e nonostante i rapporti dei suoi ricercatori, segue abbastanza pedissequamente le direttive e gli orientamenti del mercato. Strauss-Kahn, invece, è più vicino alle dottrine neokeynesiane ed ha sempre creduto nell’intervento salvifico del denaro pubblico per contenere disoccupazione e crisi di liquidità. Sulla Grecia, infatti, i due hanno manifestato opinioni decisamente contrarie.

Il rapporto del FMI reso noto lunedì 27 luglio

In questo intenso e bollente fine luglio, ecco che i ricercatori del Fondo Monetario provano a dire la verità sulle economie dei Paesi dell’eurozona, stressati non solo dalla vicenda della crisi greca, ma anche da alti tassi di disoccupazione e da un sistema del credito che ancora non si è scrollato di dosso la crisi finanziaria. Quest’ultima analisi dettagliata sulla condizione dei paesi dell’eurozona ha scoperto che essa “è suscettibile a shock negativi” per il fatto che la crescita continua a latitare e coloro che decidono delle politiche monetarie stentano a trovare soluzioni. I ricercatori del Fondo chiedono una “spinta collettiva” urgente da parte dell’unione monetaria per accelerare le riforme, altrimenti si rischiano altri anni di crescita perduta. “Uno shock moderato nella fiducia – sia dal punto di vista di scarse aspettative sulla crescita futura, sia dal punto di vista delle tensioni geopolitiche, sempre più elevate – potrebbe dilatare il blocco in una stagnazione prolungata”, afferma il capo della missione del Fondo Monetario per l’eurozona, Mahmood Pradhan.

La necessità di sostenere e aumentare investimenti pubblici 

Gli incentivi di breve termine, come il programma del Quantitative Easing della BCE, che introduce denaro fresco nelle economie, l’abbassamento dei prezzi petroliferi e un euro debole, potrebbero spronare l’economia dell’eurozona per un certo periodo, dicono i ricercatori del Fondo Monetario, dopo numerose discussioni con i politici che decidono delle politiche monetarie. Secondo l’opinione del Fondo, tuttavia, il panorama nel medio periodo si smorza per effetto di “una cronica assenza di domanda, differenze sostanziali tra politiche industriali e condizioni non equilibrate negli stati patrimoniali delle banche, e di una debolezza strutturale e radicale”. Tuttavia, si dice nella rapporto, “la ripresa si sta rafforzando, spinta dai bassi prezzi del petrolio e dal programma di espansione dell’acquisto di beni da parte della BCE. Ma nel medio periodo rimane debole, affossata dal peso di una domanda insufficiente, da una scarsa produttività e da condizione squilibrate negli stati patrimoniali delle banche”. Il tasso di crescita nell’eurozona, dicono i ricercatori del Fondo, che aveva avuto un andamento costante dal 1991, è dal 2008 in fortissimo calo, e la tendenza rimarrà questa per i prossimi anni. Il consiglio degli esperti del Fondo è diretto a Mario Draghi e alla BCE, che “dovrà garantire che le banche continuino ad avere accesso ad un’ampia liquidità e a conservare condizioni ordinarie nel mercato del debito sovrano”. Perciò occorre che la BCE stia in allerta per espandere il suo programma di Quantitative Easing.

Il vero dramma dell’eurozona: la disoccupazione e in alcuni paesi l’assenza di politiche attive del lavoro

Il punto sul quale gli esperti del Fondo si focalizzano molto più intensamente è però il tasso di disoccupazione nell’eurozona, sia in generale, che per quello giovanile in particolare. La previsione di un tasso di crescita del PIL dell’1,5% quest’anno e dell’1,7% il prossimo anno non promette nulla di buono. Ci si attende che l’inflazione resti vicina allo zero quest’anno e che salga all’1,1%. La previsione di un rafforzamento così scarso delle economie della zona euro dice anche che non sarà sufficiente a far salire il tasso di occupazione. Anche per gli analisti del Fondo Monetario, l’assenza di investimenti impedisce la creazione di nuova occupazione, soprattutto in paesi come Spagna, Grecia, Portogallo, Italia e Francia dove la disoccupazione è ancora due cifre, decisamente superiore alla media dell’eurozona. “L’elevata disoccupazione giovanile”, scrivono gli analisti del Fondo, “potrebbe danneggiare il capitale umano potenziale, e sviluppare una ‘generazione perduta’. Mentre la domanda interna debole gioca un ruolo elevato, una spesa maggiore in politiche attive del mercato del lavoro aiuterebbe a far aumentare le opportunità di nuovi impieghi, soprattutto per i giovani”. Ecco il punto da sottolineare, un punto che i sindacati italiani ed europei, tanti economisti, italiani e stranieri, intellettuali e politici mai ascoltati, dicono da anni ormai: senza investimenti pubblici in politiche attive del lavoro non si crea occupazione. E se lo dice oggi anche il Fondo Monetario, forse avevano ragione loro. È solo dopo questa lunga analisi che gli esperti del Fondo giungono anche a prevedere che con questo tasso di crescita e con queste politiche attive del lavoro, l’Italia come il Portogallo dovrà impiegare ben vent’anni prima che si possa dire con certezza che nuova occupazione è stata effettivamente creata.

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